Adesione 25 marzo, Roma: manifestazione nazionale contro Euro, Unione Europea e NATO.

Il P.CARC aderisce, partecipa e chiama a partecipare gli operai, i lavoratori e le masse popolari che con la loro mobilitazione difendono le tutele, i diritti e le conquiste ottenute con le lotte dei decenni passati. Sono loro la forza necessaria ad attuare le parti democratiche della Costituzione nata dalla Resistenza.

Costituire un governo di emergenza popolare per rompere con l’Euro, l’Unione Europea e la Nato, per applicare le parti democratiche della Costituzione e per garantire subito a ogni adulto un lavoro utile e dignitoso, per avanzare nella rivoluzione socialista.

Uscire dalla NATO è una parola d’ordine con le radici piantate profondamente nella lotta di classe del nostro paese, dato che la NATO è una delle forme più evidenti del rapporto di sottomissione delle istituzioni della Repubblica Pontificia agli imperialisti USA. E’ una parola d’ordine strettamente legata alla presa del potere politico da parte della classe operaia e delle masse popolari, alla rivoluzione socialista in Italia.

Più recentemente altre due parole d’ordine si sono affacciate nel movimento popolare: Uscire dall’Euro e Uscire dalla UE. A differenza di Uscire dalla NATO, ad agitarle vi sono anche partiti e fazioni politiche dei vertici della Repubblica Pontificia: la Lega e una pletora di elementi reazionari tipo Tremonti.

Mentre per uscire dalla NATO è “assodato” che ci voglia la rivoluzione socialista, il fatto che anche la destra reazionaria dice Uscire dall’Euro e dalla UE lascia sperare qualche sincero democratico che possa esistere un corrispettivo di sinistra della stessa parola d’ordine, perseguibile senza il bisogno di alcuna rivoluzione socialista (al massimo una rivoluzione democratica).

La verità, compagni e compagne, è che senza combinare la lotta per uscire dall’Euro e dalla UE e quella per uscire dalla NATO con la lotta per la costituzione del Governo di Blocco Popolare e per avanzare nella rivoluzione socialista in Italia, si parla di cose belle, ma campate per aria.

Avanzare nella rivoluzione socialista. Gli operai della FCA di Pomigliano che si oppongono alla deportazione (Marchionne e governo la chiamano trasferta) di mille di loro a Cassino, i metalmeccanici che si mobilitano per respingere l’infame CCNL firmato il 26 novembre anche dalla FIOM, i lavoratori dell’Alitalia e di tante altre aziende sono tutti uniti oggettivamente nella lotta contro gli effetti della stessa crisi. Assieme a loro, ne abbiano coscienza o meno, vi sono tutti i lavoratori dipendenti del settore privato e del settore pubblico, tutti gli utenti dei servizi, dalla sanità alla scuola ai trasporti; vi sono centinaia di migliaia di artigiani, agricoltori, commercianti; vi sono tutte le comunità che si oppongono e resistono allo smantellamento di aziende e diritti, alla distruzione del territorio, alla speculazione, alla devastazione ambientale; vi sono i terremotati e le altre popolazioni colpite dai “disastri naturali”, dai crolli e incidenti (effetti dell’incuria statale). Assieme a loro vi sono le centinaia di migliaia di immigrati, profughi, rifugiati di ogni nazionalità e religione.

Tutti, per motivi che appaiono particolari e in forme ancora per lo più spontanee, disordinate e contraddittorie, si mobilitano contro gli effetti della crisi e contro le manovre con cui la borghesia imperialista scarica la crisi del capitalismo sulle masse popolari.

Il corso delle cose a cui tutti i settori delle masse popolari si oppongono è quello imposto dal movimento economico della società capitalista. Il motore di quel movimento è il profitto dei capitalisti attraverso la valorizzazione del capitale. Ma il capitale esistente è troppo per essere valorizzato tutto nel processo di produzione capitalista di merci (l’economia reale) e i capitalisti hanno imboccato altre vie per fare profitti: da qui lo sviluppo incontrollato e abnorme del capitale finanziario e speculativo. Ristrutturazioni industriali nei paesi imperialisti, delocalizzazione della produzione nei quattro angoli del mondo (globalizzazione), privatizzazioni e smantellamento di servizi pubblici, abolizione delle regole e dei controlli pubblici sulle attività economiche e finanziarie dei capitalisti (deregulation), liberalizzazioni e speculazioni finanziarie sono stati i mezzi con cui i capitalisti hanno prolungato la vita del loro sistema e sconvolto l’economia reale, ma oggi non bastano più.. Il modo di produzione capitalista è la catena che trattiene l’umanità dal compiere un salto in avanti di cui ci sono le condizioni e i presupposti, ma che spontaneamente non avviene. Per compiere quel salto è necessaria una rivoluzione che si concluda con l’instaurazione del socialismo in (almeno) uno dei paesi imperialisti e che poi avanzi a livello internazionale.

La via della rivoluzione socialista e dell’instaurazione del socialismo è il processo pratico con cui gli operai, i lavoratori e le masse popolari del nostro paese contribuiscono all’emancipazione delle masse popolari di tutto il mondo; con cui invertono il corso delle cose e trasformano la crisi del capitalismo, di cui milioni di uomini e donne pagano il prezzo con la vita o con privazioni, umiliazioni e sofferenze di ogni tipo, nella culla per la società in cui quei milioni di persone saranno classe dirigente della società e del paese a un livello superiore di civiltà.

Questa è la lente con cui guardare alle cose del mondo e alle cose del nostro paese. Essa permette di orientarsi nonostante il marasma crescente in cui la crisi del capitalismo sprofonda il mondo e nonostante la confusione, la diversione e la distrazione che opinionisti, analisti, “esperti” della borghesia alimentano senza sosta.

Se dicessimo che è sufficiente protestare, scioperare, fare manifestazioni, fare alcune azioni di “giustizia proletaria” per fare la rivoluzione e instaurare il socialismo saremmo bugiardi, idealisti e irresponsabili. La rivoluzione socialista è un processo che avanza per fasi e, oggi che il movimento comunista cosciente e organizzato è ancora debole, l’obiettivo principale è rafforzarlo, elevare il suo livello, ingrossarne le fila, resistere alla repressione con cui la borghesia imperialista cerca di soffocarlo. Siamo cioè in una fase di difensiva strategica: la superiorità della borghesia è ancora schiacciante e il partito comunista deve accumulare e formare le forze rivoluzionarie.

Siamo ben consapevoli della nostra debolezza, come del fatto che oggi le masse popolari non sono ancora capaci di prendere il potere e dirigere la società. Ma sappiamo che possono diventarlo e la storia della rivoluzione sovietica e cinese lo conferma.

La costituzione, nel nostro paese, di un governo di emergenza della parte organizzata delle masse popolari (lo chiamiamo Governo di Blocco Popolare) è la via che perseguiamo, che indichiamo a chi oggi è già deciso a imprimere una svolta rivoluzionaria al corso delle cose. Facendo questo percorso le masse imparano, attraverso una scuola pratica di comunismo, e diventano classe dirigente, prendono e attuano misure per fare fronte agli effetti più gravi della crisi (lavoro, ambiente, servizi pubblici, diritti), sbarrano la strada alla mobilitazione reazionaria (la guerra di una parte delle masse popolari contro altre) e in definitiva alimentano la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato.

Il Governo di Blocco Popolare ha un programma di sei misure che implicano l’attuazione delle parti progressiste della Costituzione del 1948 e la rottura con UE, Euro e NATO, che altrimenti, per quanto giuste, resterebbero parole d’ordine generali.

  1. Assegnare a ogni azienda compiti produttivi (di beni o servizi) utili e adatti alla sua natura, secondo un piano nazionale (nessuna azienda deve essere chiusa);
  2. distribuire i prodotti alle famiglie e agli individui, alle aziende e ad usi collettivi secondo piani e criteri chiari, universalmente noti e democraticamente decisi;
  3. assegnare ad ogni individuo un lavoro socialmente utile e garantirgli, in cambio della sua scrupolosa esecuzione, le condizioni necessarie per una vita dignitosa e per la partecipazione alla gestione della società (nessun lavoratore deve essere licenziato, ad ogni adulto un lavoro utile e dignitoso, nessun individuo deve essere emarginato);
  4. eliminare attività e produzioni inutili o dannose per l’uomo o per l’ambiente, assegnando alle aziende altri compiti;
  5. avviare la riorganizzazione delle altre relazioni sociali in conformità alla nuova base produttiva e al nuovo sistema di distribuzione;
  6. stabilire relazioni di solidarietà, collaborazione o scambio con gli altri paesi disposti a stabilirle con noi.

In ogni azienda, in ogni città, in ogni zona le organizzazioni operaie e le organizzazioni popolari devono prendere l’iniziativa e tenere in mano l’iniziativa fino a togliere alle vecchie autorità borghesi l’autorità e l’autorevolezza di cui godono in nome e per conto di istituzioni eversive e reazionarie, in nome e per conto degli interessi dei capitalisti, degli speculatori e dei promotori del razzismo di stato e della mobilitazione reazionaria. Come?

Agire da nuova autorità pubblica, cioè passare dallo sdegno, dalla denuncia, dalla rivendicazione e dalla protesta a concepirsi e agire come artefice e costruttrice di una nuova governabilità, che poggia sul protagonismo e sull’azione delle masse popolari organizzate; non affidare la soluzione dei problemi a partiti e istituzioni della Repubblica Pontificia, ma occuparsi direttamente del futuro delle aziende e della società e sperimentare l’emanazione e l’attuazione delle misure d’emergenza (a partire dalla misura centrale, “un lavoro utile e dignitoso per ogni adulto”) in concorrenza e in rottura con quelle delle autorità della Repubblica Pontificia; condurre una serie di iniziative concatenate e coordinate nel modo più vasto di cui diventano capaci. Le masse popolari, anche la parte più attiva e combattiva, non sono abituate a concepirsi come “autorità di governo”, “a comandare”, a dirigere, a pianificare. Sono abituate ad affidarsi a questo o quel personaggio politico, sindacale o capopopolo, a questa o quella istituzione della Repubblica Pontificia (presidente della repubblica, papa, governo, prefettura, tribunali, ecc.). Agire da nuova autorità pubblica significa trasformare passo dopo passo il “tradizionale” ruolo delle masse popolari che “chiedono” e rivendicano alle istituzioni, nel nuovo ruolo di autorità di governo dal basso (come sono oggi in embrione i comitati NO TAV della Val di Susa, come sono stati su scala più ampia i Consigli di Fabbrica negli anni ’70, come furono compiutamente i soviet in Russia all’inizio del secolo scorso).

Scendiamo nelle strade il 25 marzo per protestare, ma più di tutto scendiamo nelle strade per promuovere la parola d’ordine di costituire il Governo di Blocco Popolare per avanzare nella rivoluzione socialista. Questo significa affermare la sovranità popolare contro la sovranità del capitale e dei suoi funzionari, contro la sovranità del profitto e della speculazione. I tempi in cui aspettare condizioni migliori, i tempi in cui chiedere migliori condizioni di vita e di lavoro sono finiti. Questi sono i tempi in cui gli operai e i lavoratori organizzati, le masse popolari organizzate inizino da subito (secondo il principio che è legittimo tutto quello che è conforme ai loro interessi, anche se è considerato illegale) inizino ad applicare le parti democratiche della Costituzione, inizino ad affermare i loro interessi e con la loro mobilitazione iniziano a costruire il governo di emergenza che sia espressione dei loro interessi e delle loro aspirazioni.

Costruire le condizioni per la costituzione di un governo popolare d’emergenza che dia prospettiva concreta alle parole d’ordine “NO Euro, NO UE, NO NATO” e “Applicare la Costituzione”.

Promuovere, sostenere e sviluppare la mobilitazione gli operai e delle altre classi delle masse popolari affinchè assumano il ruolo di nuove autorità pubbliche!

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