Il 5 marzo scorso un compagno di Roma ha scritto all’organismo di cui faceva parte, una lista di disoccupati. Ha scritto che voleva “creare una grande mobilitazione di massa dei disoccupati e portarli, attraverso la pratica della lotta, non solo alla creazione di nuovi posti di lavoro ma , sopratutto, (sic) a una presa di coscienza delle proprie potenzialità di classe.” Al riguardo ha tratto conclusioni. Quella che segue è una conclusione particolare:

Ebbene dopo oltre due anni è evidente che questo obiettivo non è stato sufficentemente (sic) raggiunto, anzi, senza troppi giri di parole, non è stato neanche sfiorato, nè dalla nostra lista, nè dalle altre. E credo che la causa di ciò sia da attribuire a fattori oggettivi, più che soggettivi: nonostante la tenacia, la correttezza delle analisi, i mille escamotage di noi attivisti della lista, i tanti disoccupati che abbiamo incrociato ancora sono riluttanti ad aderire a questa lotta e credo che il motivo sia che oggettivamente ” non gliene freghi un cazzo”.

Da questa conclusione particolare il compagno salta a una conclusione generale.

Questa riflessione si inserisce in un bilancio più generale dei miei venti anni di lotte sociali, bilancio che sto ancora conducendo ma che per adesso mi permette di affermare che sempre meno la classe risponde ai nostri appelli, nonostante le forme e le chiavi che abbiamo espresso siano state molteplici e che la sostanza, il comunismo, sia fondamentalmente giusta.  Se non ci sono riusciti i compagni degli anni 70/80 nonostante la loro generossisima (sic) devozione alla causa, proprio perchè quando si guardavano dietro non c’era più nessuno, perchè dovremmo riuscirci noi, decisamente più deboli e isolati, sotto ogni punto di vista?

Il compagno in quel 5 marzo avrebbe dovuto partecipare (sarebbe stato meglio per lui) a una sessione di un corso che si era impegnato a seguire fino in fondo, sul Manifesto Programma del (nuovo)PCI, impegno che non ha portato a compimento. Lo avesse fatto, gli avremmo messo a disposizione elementi per comprendere perché molti militanti comunisti negli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo, e non solo loro, non sono stati seguiti dalle masse popolari.

Avrebbe poi avuto molto altri elementi su molti altri argomenti, ma uno in particolare gli avrebbe impedito, forse, di piombare in queste conclusioni desolanti che non ha avuto remore a fare pesare sulle spalle di chi sta sul fronte a lottare per il diritto al lavoro. Il Manifesto Programma del (nuovo)PCI, infatti, si rivolge proprio a lui, che è uno di quelli “che l’indifferenza delle masse ai loro appelli rende timidi, instabili, a volte preda dello sconforto e della delusione e tentati dall’abbandono.” (p. 138). A lui e a quelli come lui il (nuovo)Partito comunisti italiano rispondeva in questo modo, nel 2008, alla data della pubblicazione del suo Manifesto Programma:

“noi rispondiamo che sono i loro errori di concezione e di metodo, che è la loro deviazione dalla concezione e dal metodo che l’esperienza del movimento comunista indica come giusti, necessari ed efficaci, che sono i loro limiti che rendono vani i loro appelli, che rendono le masse sorde ai loro appelli. A volte le masse sono respinte dall’opportunismo di alcune “avanguardie” che rifiutano di assumere esse stesse per prime il ruolo e la responsabilità conseguenti ai loro appelli e di cui le masse hanno bisogno per dispiegare il loro attivismo; sono respinte dall’opportunismo che porta alcune “avanguardie” a chiedere alle masse di svolgere ruoli che le masse oggi non possono direttamente svolgere. A questa schiera appartengono oggi quelli che vorrebbero che le masse conducessero lotte rivendicative su larga scala senza partito comunista, quelli che vorrebbero il “riconoscimento delle masse” per il loro partito prima ancora di averlo costituito e che esso abbia dimostrato alle masse di meritare la loro fiducia, quelli che propagandano tra le masse la necessità della ricostruzione del partito senza impegnarsi direttamente nella ricostruzione.” (p. 138)

Quanto scritto nel 2008 è sempre valido, ed è valido anche per questo compagno, che a fronte dell’indifferenza ai suoi appelli crede siano gli altri ad avere problemi, e non lui ad essere poco convinto e poco convincente, quindi.

È il caso di andare più a fondo su questa materia dell’indifferenza, per tutti quelli che si lasciano corrompere i pensieri dal cosiddetto “odio per gli indifferenti”, uno dei sentimenti più sbagliati che Gramsci ha voluto esprimere quando ancora doveva imparare dall’esperienza della lotta di classe, quale fu quella delle occupazioni delle fabbriche a Torino nel Biennio Rosso, e dall’esperienza del movimento comunista internazionale che fece con la sua partecipazione all’Internazionale Comunista, alla cui attività partecipò direttamente fino al suo imprigionamento, nel 1926. Gramsci, invece, scrive del suo odio per gli indifferenti nel 1917, l’11 febbraio. In questo suo scritto mostra tutto il suo disprezzo per le masse popolari che non scendono sul terreno della rivoluzione, che non vengono dalla sua parte, quella, dice, dove non c’è nessuno “che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano.”

Sicuramente nel 1917 Gramsci e altri come lui si sacrificano, ma lo stesso non si può dire di tutta la sua parte, che nel 1917 è il Partito socialista italiano. È il partito che abbandonerà gli operai di Torino in lotta, pochi anni dopo, il partito che aveva dirigenti come Prampolini, di Reggio Emilia, che distingueva i settentrionali dai meridionali chiamando nordici i primi e sudici i secondi, il partito che fu incapace di preservare le masse popolari italiane dal massacro della Prima Guerra Mondiale prima, e dal fascismo poi. Ce n’è abbastanza per essere indifferenti verso questo partito, molto più di quanto i disoccupati di Roma sono indifferenti rispetto agli appelli del compagno che scrive il 5 marzo.

In realtà l’odio deve essere un sentimento riservato soltanto alla borghesia imperialista, e a chi ne fa parte. È legittimo l’odio verso l’attuale ministro dell’Istruzione, ad esempio: Valeria Fedeli, che faceva la maestra nelle scuole dell’infanzia a Milano, ha fatto carriera nella CGIL tradendo in modo infame la classe operaia, e oggi guadagna all’anno cifre che si approssimano ai duecentomila euro. Come non odiarla?

Tra i lavoratori e i sindacalisti che ha fatto a pezzi nel corso della sua ascesa ce ne sono che si sono allontanati dall’impegno politico, e molti che hanno perso la fiducia nel comunismo, pensando che i comunisti fossero quelli come Valeria Fedeli. Oggi quando li invitiamo a tornare in campo, a dare il loro contributo per la rinascita del movimento comunista, li troviamo indifferenti, o magari persino diffidenti. Non possiamo certo odiarli per questo. Anzi, la loro diffidenza per molti versi è sana, e riuscire a scomporla e dissolverla è il compito che ci distingue come comunisti nuovi.

In realtà alle masse popolari bisogna volere bene. Ha ragione la segretaria della sezione di Roma del P.CARC, che il 15 marzi scrive a questo compagno criticandolo per la sua lettera del 5 marzo ai disoccupati:

Occorre un amore profondo per il proletariato, un amore profondo per la propria classe che nonostante la miseria, il degrado e l’abbrutimento cui è sacrificata, per cui è oppressa in mille modi (intellettuale, morale, fisico,ecc.) ha in sé i presupposti e le capacità per trasformare la società.

Questo amore non è quello dei preti, che si battono il petto ma continuano a peccare, che perdonano e fanno carità per mantenere il loro ruolo privilegiato su milioni di “pecorelle smarrite”, non è quello del borghese legato al profitto e al tornaconto personale e della propria famiglia. Noi oggi siamo ancora poco capaci di amare la nostra classe perché il movimento comunista è debole e le concezioni della sinistra borghese penetrano nelle nostre file. Lo siamo sicuramente poco nonostante quello che diciamo e proclamiamo. Ci facciamo deviare dell’articolato sistema di diversione e intossicazione messo in piede dalla borghesia per cercare di impedire che i proletari si organizzano e lottano. Ne vediamo i difetti, l’indolenza, l’opportunismo, l’individualismo salvo poi esaltare le masse quando lottano, vincono, si mobilitano. Il fatto che si oscilla tra esaltazione e sfiducia è indice dei limiti dei comunisti e aspiranti tali a guardare le cose in maniera oggettiva e scientifica, a concentrarsi sul particolare (quella lotta, quel compagno, quella vittoria, quella sconfitta ecc.) anziché sul generale: la rivoluzione d’ottobre o la resistenza partigiana sono state vittoriose perché quei milioni di “singoli” individui erano “puri e eletti”? Non è così e chi lo pensa (anche se non lo dice apertamente), si sta solo creando un alibi per continuare a farsi i fatti propri e rimanere e rigirarsi nel pantano, in attesa di tempi migliori.

È giusto. Noi comunisti siamo differenti dal resto delle masse popolari perché ci costituiamo come parte distinta, come partito che lavora per costruire le condizioni per il Governo di Blocco Popolare. I comunisti che stanno nel (nuovo)PCI sono anche più “differenti”, dato che operano nella clandestinità, e quindi in condizioni di libertà in cui il resto delle masse popolari ancora non vivono. Ma né noi del P.CARC né quelli del (n)PCI siamo differenti perché ci sentiamo al di sopra delle masse popolari, come quelli della sinistra borghese, come Umberto Eco, che le considerava una massa di imbecilli e di “coglioni”. Anche a lui riserviamo il nostro disprezzo e il nostro odio, come facciamo per Valeria Fedeli.

Su questa faccenda dell’odio per gli indifferenti siamo già intervenuti. Ne scrisse Igor Papaleo, dirigente campano del Partito un anno fa circa, parlando del compito di “costruire la rivoluzione, costruire il socialismo, per la prima volta nella storia in un paese imperialista.” Scrisse:

Questo, in definitiva, è l’atto di amore più grande, la più alta “connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione” di cui parla Gramsci in carcere, quando di fronte ai boia fascisti, la scienza che ha acquisito come dirigente comunista lo rende fermo nella concezione del mondo e nella fiducia nelle masse popolari. Altro che odiare gli indifferenti! Gli “indifferenti” sono il terreno di battaglia dello scontro tra mobilitazione rivoluzionaria e mobilitazione reazionaria. Nella guerra che oppone noi comunisti allo Stato della borghesia imperialista, dobbiamo e possiamo conquistarne menti e cuori.

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