La classe dominante non ha una soluzione positiva per porre fine all’oppressione delle donne. Il marasma a cui la borghesia condanna la vita di miliardi di donne e uomini, giovani e adulti, bambini e anziani delle masse popolari è sotto gli occhi di tutti: l’acuirsi della violenza contro le donne è solo uno dei tanti effetti più gravi di questa crisi, insieme a disoccupazione, precarietà, devastazione e saccheggio dei territori (le grandi opere ma anche a seguito di disastri ambientali come terremoti e inondazioni), smantellamento dei servizi come la scuola, la sanità, le varie forme di assistenza ad anziani, malati, famiglie.

Le donne delle masse popolari oggi subiscono una doppia oppressione: di classe in quanto sfruttate e spremute dalla borghesia con il suo clero al seguito; di genere in quanto svuotate e attaccate da una cultura patriarcale che le relega ad essere oggetti da possedere, corpi da mostrare o deturpare, alla meglio macchine da riproduzione e serve che a testa bassa devono obbedire e arrabattarsi nelle mille incombenze domestiche, alla lunga usuranti e degradanti.

L’oppressione delle donne da parte degli uomini ma più in generale gli attacchi alle condizioni di vita delle donne delle masse popolari hanno principalmente una radice di classe e infatti le donne della borghesia imperialista possono trovare sempre soluzioni alle loro sfortune e sono tra i nostri carnefici: dalla Lorenzin con il suo Fertility Day e più in generale la demolizione della sanità pubblica, alla Marcegaglia che chiude le fabbriche e insieme ai suoi fratellini di Confindustria attacca i diritti di lavoratori e operai o ancora alla riforma della Fornero, solo per citare alcune. L’oppressione delle donne ha la sua causa nel sistema di sfruttamento capitalista: non c’è quindi liberazione delle donne dallo sfruttamento e dall’oppressione degli uomini ne tantomeno il miglioramento delle condizioni di vita di nessuno se non si abbatte questa società e se ne instaura una nuova, il socialismo.

Avanzare nella costruzione del socialismo, per porre fine a oppressione e sfruttamento. L’esempio della prima ondata della rivoluzione proletaria che portò la classe operaia e il resto delle masse popolari a conquistare il potere in URSS, in Cina e negli altri paesi socialisti è lì a dimostrarlo. In quei paesi, proletari di ogni genere, età e provenienza conquistarono quei diritti che oggi ci vengono negati: un lavoro utile e condizioni di lavoro dignitose per la salute degli operai e in particolare delle operaie (le 8 ore di lavoro al giorno; la turnazione, l’astensione e specifici diritti nei lavori degradanti e in particolare per le donne e le madri), il diritto alla sanità gratuita e ad una maternità assistita e consapevole (il diritto all’aborto in URSS fu sancito nel 1920!), una legislazione a favore delle donne maltrattate e a sostegno delle famiglie o il riconoscimento delle unioni civili. Furono quelle conquiste l’esempio e il faro che illuminò quel periodo di grandi conquiste degli anni ’60 e ’70 in Italia. Così come fu l’arretramento del movimento comunista e la “caduta” dei primi paesi socialisti a cui si è aggiunta la crisi del sistema capitalista in corso che segnò anche lo smantellamento di quelle grandi conquiste e diritti che oggi stiamo difendendo con forza e determinazione.

Oggi, la miglior prospettiva per le donne delle masse popolari è essere parte attiva del cambiamento della società. Oggi non serve un movimento di tutte le donne che rivendica alla classe dominante di fare cose che non vogliono fare perché non possono (sarebbe come chiedere ad una bestia feroce e famelica di accudire la sua preda). La miglior prospettiva per il movimento delle donne delle masse popolari è quello di avere un ruolo decisivo nel cambiamento di questa società, unendosi al resto dei movimenti popolari che oggi si battono per la difesa dei diritti e delle conquiste, per applicare la Costituzione nata dalla Resistenza partigiana che sconfisse il nazifascismo.

E’ questa la strada che porta alla vittoria! È questo il percorso che in parte molte donne delle masse popolari attive nei comitati di lotta, associazioni e organismi hanno già imboccato, come ad esempio il Comitato in difesa dell’ospedale San Gennaro a Napoli che proprio in questi giorni, grazie alla mobilitazione delle lavoratrici e degli utenti, ha costretto le autorità locali a riaprire il pronto soccorso e ad inaugurare un consultorio per donne; le Mamme NO INC di Sesto Fiorentino che da protagoniste, insieme alle loro famiglie, stanno difendendo la piana da inceneritori, speculazioni e inquinamento; Nicoletta Dosio che grazie al sostegno del movimento NO TAV ha trasgredito alle misure cautelari imposte dal Tribunale di Torino in quanto esponente di spicco nella lotta contro la devastazione e lo spreco di risorse nella Val di Susa; le operaie della Electrolux, le lavoratrici dei nidi o le operaie di Almaviva che si organizzano per difendere e conquistare un lavoro utile e dignitoso per tutti.

Le mobilitazioni dell’8 Marzo devono essere una tappa per rafforzare l’unità tra il movimento delle donne delle masse popolari e il resto delle masse popolari organizzate e per avanzare nella costruzione della rivoluzione nel nostro paese: moltiplicare, rafforzare e coordinare le Organizzazioni Operaie e Popolari che lottano ogni giorno in difesa dei diritti affinché costruiscano un proprio Governo d’emergenza popolare che applichi la parte più progressista della Costituzione, dando così le gambe alle rivendicazioni delle masse popolari, a partire dal lavoro utile e dignitoso per tutte e tutti.

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