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Nonostante i vertici della Repubblica Pontificia abbiano usato e usino tutto l’armamentario che hanno a disposizione per togliere il M5S di mezzo, l’operazione non è ancora riuscita. Nonostante la Giunta Raggi sia stata il bersaglio privilegiato di un attacco concentrico durato senza sosta dal giorno delle elezioni fino ad oggi, la resistenza di Raggi consente alcune riflessioni rispetto al ruolo del M5S e alle sue prospettive nella costruzione della nuova governabilità del paese.

Intrighi di palazzo. Inchieste, scandali, arresti, ammissioni e reticenze: non sono bastate fino ad ora le manovre sporche e i colpi bassi per far cadere Raggi e la sua giunta. Resistenza ben meno efficace fu opposta da Marino, liquidato sulla scia di uno “scandalo per gli scontrini non registrati” (questione che penalmente non aveva alcuna rilevanza e si è risolta in una bolla di sapone) e tramite un incontro dal notaio dove gli esponenti della sua stessa maggioranza gli revocavano la fiducia e il mandato. Che un’operazione similare non sia possibile per cacciare Raggi è dimostrazione della diversità del M5S rispetto ai partiti dei vertici della Repubblica Pontificia. Essere interni al sistema politico dei vertici della Repubblica Pontificia è stato, fino alla vittoria del M5S, condizione per “contare qualcosa” e avere la possibilità di essere eletti, ma al prezzo che la vita o la morte (così come le opere) delle amministrazioni comunali era decisa in stanze inaccessibili. Se davvero, come oggi molti detrattori del M5S affermano, il M5S fosse un partito come gli altri, per levarlo di torno sarebbero bastati i mezzi che sono stati sufficienti per levare di torno gli altri. Fino ad oggi si è dimostrato vero il contrario.

La particolarità del M5S. La questione è che se i vertici della Repubblica Pontificia sono decisi a cacciare Raggi e la sua Giunta devono ricorrere alla mobilitazione delle masse popolari. Roma è il centro dei loro traffici e sulla carta non dovrebbero avere particolari difficoltà a riuscirvi, ma si tratta di una situazione particolare e inedita. Qualcosa che va in quel senso lo hanno tentato gli speculatori che stanno dietro la costruzione del nuovo stadio della Roma che, nella fase di incertezza che ha preceduto l’accordo, hanno spinto Pallotta (il presidente americano della Roma: lo stadio sarà suo e lo affitterà alla Roma, non è “lo stadio della Roma”) ad annunciare che in caso di mancata costruzione dell’impianto la società avrebbe venduto i giocatori migliori e si sarebbe aperta una fase di sconfitte e vergogne. Un modo nemmeno tanto velato per mobilitare gli ultras romanisti contro la Giunta e aggiungere agli intrighi di palazzo i problemi di ordine pubblico. Non c’è stato bisogno di andare oltre la minaccia; l’accordo sullo stadio è stato trovato e lo stadio si farà.

Il “complotto per farci vincere” Che l’amministrazione di Roma sarebbe stata una gatta da pelare, nel M5S era cosa risaputa al punto che Paola Taverna aveva espressamente dichiarato, già prima che iniziasse la campagna elettorale, che “è in atto un complotto per farci vincere per dimostrare che siamo incapaci di governare”, cosa che l’ha esposta alla derisione di molti, ma che aveva il suo senso. Alla dichiarazione di Taverna, rispondemmo che il M5S aveva paura di governare perché non aveva definito il contenuto della sua politica, non era deciso a rompere con i vertici della Repubblica Pontificia e non vedeva il nesso fra l’Amministrazione di Roma e la mobilitazione per la costituzione del Governo di Blocco Popolare, facendo di Roma un’Amministrazione locale di emergenza. Aveva ragione Paola Taverna: il M5S è stato inghiottito dal vortice dell’amministrazione di Roma. E avevamo ragione noi, si è fatto cuocere a fuoco lento in ragione delle tare che lo caratterizzano: il legalitarismo, l’elettoralismo e la concezione che sia possibile un “governo degli onesti” in istituzioni fatte e usate da gente fra cui il più sano ha la rogna.

Amministrare Roma è un banco di prova. Lo scontro “per la spartizione della torta” tra poteri, bande e fazioni della borghesia imperialista è dispiegato, ma allo stesso tempo è necessario “ristabilire l’ordine”, cioè è necessario ripristinare quella macchina amministrativa organizzata, oliata e funzionante per rendere servigi di ogni sorta a papi, cardinali, ordini del clero, corpi consolari, alti funzionari e alla classe politica a essi affiliata. Le campagne mediatiche per dimostrare che sia una città completamente fuori controllo aggiungono altra confusione.
Alla stasi della Giunta ha contribuito l’inesperienza (non solo della Sindaca), l’aspetto principale è stata la morsa con cui i vertici della Repubblica Pontificia hanno stretto l’Amministrazione e tutto il M5S, l’aspetto decisivo è stata la verifica nella pratica che i buoni propositi e le belle speranze non servono e non bastano a cambiare il paese. Alla lunga non basta nemmeno la resistenza. Il M5S non è capitolato, ma è in impasse e ha di fronte due vie che hanno precisi riscontri pratici e immediati. Si è fino ad oggi affidato alla linea di amministrare secondo le “buone prassi” della Repubblica Pontificia: ha selezionato i dirigenti e i funzionari del Comune di Roma attraverso il confronto dei curricula, li ha scelti fra i tecnici già presenti, ha individuato “i migliori” e li ha pagati lautamente, quanto si conviene siano pagati funzionari e dirigenti capaci, ha giurato e garantito sulla loro buona fede e onestà, ha commesso “errorucci” di opacità anche se predicava trasparenza. Il M5S può quindi decidere di continuare su questa strada, quella che lo rende via via più simile agli altri partiti dei vertici della Repubblica Pontificia e quella per cui si guadagnerà il titolo e il ruolo di “responsabile opposizione” alle larghe intese, nel paese e a Roma (è questione di tempo). Oppure può fare tesoro delle legnate che ha preso, degli errori fatti, delle “ingenuità”, fatte in buona e in cattiva fede, e rompere lacci e lacciuoli a partire dalla revoca delle cariche a dirigenti e funzionari immischiati con le amministrazioni precedenti, dal mettere un tetto (basso) agli stipendi dei funzionari e dirigenti del Comune, dalla mobilitazione delle migliaia di dipendenti comunali che, loro sì, nel bene e nel male hanno fatto andare avanti la città che per fuor di metafora è la gallina dalle uova d’oro di cricche e cosche. E’ una scelta politica, non tecnica.

Non è facile, obietterà qualcuno: autorità e istituzioni non lo permetterebbero. Vero. Per questo è decisivo non avere limiti e scrupoli, andare a fondo, ma partire dalla testa, dai piani alti, e impedire gli accanimenti contro il singolo dipendente “fannullone”, il vigile “assenteista”, l’associazione a cui è scaduta la convenzione per gli spazi comunali, la famiglia che occupa la casa popolare, lo spazio sociale (è tutta guerra fra poveri: il marcio sta alla testa!).
Per cacciare l’amministrazione Raggi i vertici della Repubblica Pontificia devono mobilitare le masse popolari, la stessa cosa deve fare il M5S se vuole avere un ruolo positivo nel processo di costruzione della nuova governabilità del paese.
Scriviamo nell’articolo Organizzarsi e lottare per vincere… a pag. 1 che il M5S è uno dei sei aggregati che hanno un ruolo oggettivo nella costruzione del Comitato di Salvezza Nazionale che opera per favorire la costituzione del Governo di Blocco Popolare. L’amministrazione di Roma è un punto di forza da valorizzare, non una croce da portare. Si sono svolte nelle settimane scorse, anche in stanze comunali, importanti assemblee dei movimenti romani per fronteggiare le principali emergenze sociali causate dalla crisi (diritto alla casa, al lavoro, all’istruzione), i Municipi si sono legati o si stanno legando a quella parte organizzata di popolazione e ai lavoratori; il Comune di Roma dichiara più di 48 mila dipendenti fra quelli diretti e quelli nelle municipalizzate (per capirci: la FCA di Marchionne ne dichiara 33.351): quelle sono le forze da cui partire, da cui attingere e a cui affidarsi. Altro che Marra, Romeo, le polizze, lo stadio della Roma, Pallotta e le sue minacce.

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