I tempi in cui aspettare condizioni migliori sono finiti

I tassisti che per una settimana hanno scioperato e il 21 febbraio a Roma hanno assediato le sedi dei ministeri e la sede del PD contro il decreto Milleproroghe che liberalizza le licenze per il trasporto privato, gli ambulanti che contro la normativa Bolkenstein si sono uniti alle proteste dei tassisti, gli operai della FCA di Pomigliano che si oppongono alla deportazione (Marchionne e governo la chiamano trasferta) di mille di loro a Cassino, i metalmeccanici che si mobilitano per respingere l’infame CCNL firmato il 26 novembre anche dalla FIOM, i lavoratori dell’Alitalia e di tante altre aziende sono tutti uniti oggettivamente nella lotta contro gli effetti della stessa crisi. Assieme a loro, ne abbiano coscienza o meno, vi sono tutti i lavoratori dipendenti del settore privato e del settore pubblico, tutti gli utenti dei servizi, dalla sanità alla scuola ai trasporti; vi sono centinaia di migliaia di artigiani, agricoltori, commercianti; vi sono tutte le comunità che si oppongono e resistono allo smantellamento di aziende e diritti, alla distruzione del territorio, alla speculazione, alla devastazione ambientale; vi sono i terremotati e le altre popolazioni colpite dai “disastri naturali”, dai crolli e incidenti (effetti dell’incuria statale). Assieme a loro vi sono le centinaia di migliaia di immigrati, profughi, rifugiati di ogni nazionalità e religione.

Tutti, per motivi che appaiono particolari e in forme ancora per lo più spontanee, disordinate e contraddittorie, si mobilitano contro gli effetti della crisi e contro le manovre con cui la borghesia imperialista scarica la crisi del capitalismo sulle masse popolari.

Il corso delle cose a cui tutti i settori delle masse popolari si oppongono è quello imposto dal movimento economico della società capitalista. Il motore di quel movimento è il profitto dei capitalisti attraverso la valorizzazione del capitale. Ma il capitale esistente è troppo per essere valorizzato tutto nel processo di produzione capitalista di merci (l’economia reale) e i capitalisti hanno imboccato altre vie per fare profitti: da qui lo sviluppo incontrollato e abnorme del capitale finanziario e speculativo. Ristrutturazioni industriali nei paesi imperialisti, delocalizzazione della produzione nei quattro angoli del mondo (globalizzazione), privatizzazioni e smantellamento di servizi pubblici, abolizione delle regole e dei controlli pubblici sulle attività economiche e finanziarie dei capitalisti (deregulation), liberalizzazioni e speculazioni finanziarie sono stati i mezzi con cui i capitalisti hanno prolungato la vita del loro sistema e sconvolto l’economia reale, ma oggi non bastano più.. Il modo di produzione capitalista è la catena che trattiene l’umanità dal compiere un salto in avanti di cui ci sono le condizioni e i presupposti, ma che spontaneamente non avviene. Per compiere quel salto è necessaria una rivoluzione che si concluda con l’instaurazione del socialismo in (almeno) uno dei paesi imperialisti e che poi avanzi a livello internazionale.

La via della rivoluzione socialista e dell’instaurazione del socialismo è il processo pratico con cui gli operai, i lavoratori e le masse popolari del nostro paese contribuiscono all’emancipazione delle masse popolari di tutto il mondo; con cui invertono il corso delle cose e trasformano la crisi del capitalismo, di cui milioni di uomini e donne pagano il prezzo con la vita o con privazioni, umiliazioni e sofferenze di ogni tipo, nella culla per la società in cui quei milioni di persone saranno classe dirigente della società e del paese a un livello superiore di civiltà.

Questa è la lente con cui guardare alle cose del mondo e alle cose del nostro paese. Essa permette di orientarsi nonostante il marasma crescente in cui la crisi del capitalismo sprofonda il mondo e nonostante la confusione, la diversione e la distrazione che opinionisti, analisti, “esperti” della borghesia alimentano senza sosta.

Se dicessimo che è sufficiente protestare, scioperare, fare manifestazioni, fare alcune azioni di “giustizia proletaria” per fare la rivoluzione e instaurare il socialismo saremmo bugiardi, idealisti e irresponsabili. La rivoluzione socialista è un processo che avanza per fasi e, oggi che il movimento comunista cosciente e organizzato è ancora debole, l’obiettivo principale è rafforzarlo, elevare il suo livello, ingrossarne le fila, resistere alla repressione con cui la borghesia imperialista cerca di soffocarlo. Siamo cioè in una fase di difensiva strategica: la superiorità della borghesia è ancora schiacciante e il partito comunista deve accumulare e formare le forze rivoluzionarie.

Siamo ben consapevoli della nostra debolezza, come del fatto che oggi le masse popolari non sono ancora capaci di prendere il potere e dirigere la società. Ma sappiamo che possono diventarlo e la storia della rivoluzione sovietica e cinese lo conferma.

La costituzione, nel nostro paese, di un governo di emergenza della parte organizzata delle masse popolari (lo chiamiamo Governo di Blocco Popolare) è la via che perseguiamo, che indichiamo a chi oggi è già deciso a imprimere una svolta rivoluzionaria al corso delle cose. Facendo questo percorso le masse imparano, attraverso una scuola pratica di comunismo, e diventano classe dirigente, prendono e attuano misure per fare fronte agli effetti più gravi della crisi (lavoro, ambiente, servizi pubblici, diritti), sbarrano la strada alla mobilitazione reazionaria (la guerra di una parte delle masse popolari contro altre) e in definitiva alimentano la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato.

Le Sei Misure Generali del Governo di Blocco Popolare implicano l’attuazione delle parti progressiste della Costituzione del 1948 e la rottura con UE, Euro e NATO, che altrimenti, per quanto giuste, resterebbero parole d’ordine campate per aria.
1. Assegnare a ogni azienda compiti produttivi (di beni o servizi) utili e adatti alla sua natura, secondo un piano nazionale (nessuna azienda deve essere chiusa);
2. distribuire i prodotti alle famiglie e agli individui, alle aziende e ad usi collettivi secondo piani e criteri chiari, universalmente noti e democraticamente decisi;
3. assegnare ad ogni individuo un lavoro socialmente utile e garantirgli, in cambio della sua scrupolosa esecuzione, le condizioni necessarie per una vita dignitosa e per la partecipazione alla gestione della società (nessun lavoratore deve essere licenziato, ad ogni adulto un lavoro utile e dignitoso, nessun individuo deve essere emarginato);
4. eliminare attività e produzioni inutili o dannose per l’uomo o per l’ambiente, assegnando alle aziende altri compiti;
5. avviare la riorganizzazione delle altre relazioni sociali in conformità alla nuova base produttiva e al nuovo sistema di distribuzione;
6. stabilire relazioni di solidarietà, collaborazione o scambio con gli altri paesi disposti a stabilirle con noi.

La costituzione del Governo di Blocco Popolare è, nell’immediato, l’obiettivo che raccoglie le rivendicazioni e le aspirazioni delle masse popolari, le unisce in un processo che ha una prospettiva e valorizza il ruolo che nel nostro paese hanno le forze che si dichiarano comuniste (PC, PRC, PCI, RdC, ecc.), gli elementi e gli aggregati della sinistra borghese (M5S, SI, ecc.), gli esponenti democratici delle amministrazioni locali, i sindacalisti onesti, gli intellettuali ed esponenti progressisti della società civile.

Le condizioni, le forme e i risultati della lotta per il Governo di Blocco Popolare. L’economia dirige la politica e da quando è iniziata la fase acuta della crisi, nel 2008, tutti i fronzoli e i paraventi che nascondevano questa verità sono caduti. A ciò hanno contribuito sia il raffronto tra la pratica e le innumerevoli affermazioni di Berlusconi, Tremonti, Monti, Renzi e compagnia sulla “crisi che sta passando” (si è visto che ognuna di esse era solo preannuncio di nuovi attacchi alle conquiste e di riforme che hanno peggiorato le condizioni di vita e di lavoro della popolazione), sia l’individuazione della “casta” contro cui mobilitarsi indicata dal M5S e in un certo modo, anche se grossolanamente, sedimentata nel senso comune.

Nonostante l’intossicazione, la diversione e la propaganda reazionaria della classe dominante, dei suoi papi e preti e dei suoi luminari, per un numero crescente di persone e classi sociali (in particolare operai, lavoratori dipendenti del privato e del pubblico) la pratica e l’esperienza quotidiana hanno mostrato via via più chiaramente:

– che per invertire il corso delle cose imposto dalle leggi dell’economia capitalista e dalle “riforme” dei suoi paladini occorre non il buon ardimento di questo o quel capitalista che ha il cuore grande, ma un governo di emergenza che ha il coraggio e la volontà che solo il rapporto diretto con le organizzazioni operaie e popolari di cui è espressione può conferirgli. Solo il Governo di Blocco Popolare può, giusto a titolo di esempio, rispedire al mittente il CCNL infame firmato anche dalla FIOM, assicurare condizioni di lavoro dignitose in ogni settore e ambito, assegnare a ogni adulto un lavoro utile e dignitoso, impiegare le risorse economiche e le forze umane necessarie per la ricostruzione dei paesi terremotati e mettere in sicurezza il territorio, farne sistematicamente la manutenzione, bonificarlo dai veleni e dalle discariche, bloccare le delocalizzazioni, espropriare senza indennizzo le aziende che hanno un ruolo decisivo nell’apparato produttivo del paese e sottoporle al controllo democratico o alla direzione dei lavoratori organizzati, rendere pubbliche banche come MPS in modo che facciano credito a tasso zero ad aziende e famiglie anziché alimentare la speculazione;

– che nessuno dei partiti, dei politicanti, dei funzionari, delle istituzioni e delle autorità che sono espressione dei vertici della Repubblica Pontificia farà mai quello che è necessario, lo vorrà mai fare o lo potrà fare dato che esiste anzitutto per garantire ai capitalisti di fare profitti.

A ciò vanno aggiunti tre aspetti, oggi non ancora patrimonio abbastanza diffuso da contrastare le “narrazioni” della sinistra borghese che influenzano le masse popolari, i lavoratori e gli operai:

1. nessun organismo, forza, corrente e partito emanazione dei vertici della Repubblica Pontificia, che si proclami di destra o di sinistra, romperà mai fino in fondo con il sistema politico ed economico corrente, indipendentemente dai proclami che fa e dalle parole d’ordine che usa e persino dalla buonafede personale dei suoi esponenti;

2. gli unici promotori degli interessi delle masse popolari sono le organizzazioni operaie e popolari stesse e il principale ostacolo a che assumano il ruolo politico che spetta loro per la rinascita del paese e la costituzione di un governo di emergenza loro emanazione sono le loro proprie resistenze ideologiche, la mancanza di fiducia in se stesse, la concezione che le muove e l’inesperienza nel far valere fino in fondo tutta la loro forza;

3. ogni partito, organizzazione, organismo di sinistra e progressista che vuole avere un ruolo positivo per far fronte al marasma in cui la classe dominante costringe a vivere le masse popolari, deve operare per la costituzione di un tale governo: respingere la propaganda e le operazioni della borghesia che mettono le masse popolari un gruppo contro l’altro e operare per costituire un ampio fronte di lotta e solidarietà di classe che traduce in pratica le mille rivendicazioni popolari e si mobilita per la costituzione del Governo di Blocco Popolare.

In Italia al movimento politico contribuiscono tre fattori:

– primo, le tendenze alla disgregazione che agiscono in tutte le forze, i partiti, le organizzazioni politiche, associative e sindacali che sono emanazione dei vertici della Repubblica Pontificia e che costituiscono la coalizione delle Larghe Intese (scissione nel PD, scioglimento di SEL e formazione di SI; liti fra le fazioni della destra reazionaria: FI, Lega, FdI; ecc.), la combinazione di esse con le tendenze alla contrapposizione fra autorità e istituzioni della Repubblica Pontificia (governo contro magistratura, Corte costituzionale contro Parlamento, governo centrale contro enti locali, ecc.) assieme creano quello che chiamiamo ingovernabilità dall’alto del paese;

– secondo, i sommovimenti nel campo delle masse popolari, le mobilitazioni, le lotte spontanee, i coordinamenti, le mille iniziative di base attraverso cui le masse popolari si ribellano alla classe dominante e ai governi della Repubblica Pontificia, violano prassi e leggi che le opprimono, prendono misure e iniziative per attuare le parti progressiste della Costituzione del 1948 (da sempre eluse o violate) è quella che chiamiamo ingovernabilità dal basso del paese;

– terzo, i sommovimenti di settori, ambiti e individui della sinistra borghese che, costretti dal corso delle cose e dalla mobilitazione delle masse popolari, cercano in qualche modo di avere un ruolo positivo, ma cercano di incanalare il movimento delle masse popolari verso il ristabilimento di condizioni economiche, politiche e sociali che esistevano prima dell’inizio della fase acuta della crisi, sono guidati dalla concezione che il problema vero sono la globalizzazione o la speculazione finanziaria e che basterebbe ridistribuire la ricchezza esistente o che basterebbe un “governo degli onesti” per “riequilibrare” le cose e fare andare la società meglio di come va oggi.

L’ingovernabilità dall’alto del paese è un processo oggettivo, possiamo e dobbiamo sfruttarla ma dobbiamo prenderla per come viene, quindi i fattori decisivi su cui agire ai fini di imporre ai vertici della Repubblica Pontificia il Governo di Blocco Popolare sono il secondo e il terzo. Se sviluppiamo (per numero, tessuto di relazioni e orientamento) il movimento delle organizzazioni operaie e popolari, le autorità, istituzioni, partiti e singoli esponenti della Repubblica Pontificia ingoieranno il boccone amaro del governo di emergenza popolare, contando su un suo rapido fallimento, sulla sua disgregazione e corruzione e su un altrettanto rapido “rientro nella normalità” della situazione. Per quanto possano e siano tentati di fare ricorso alla repressione dispiegata, feroce e su ampia scala per mano delle forze armate di cui dispongono, la borghesia italiana e il Vaticano non oseranno imboccare subito questa strada che sarebbe la guerra civile dispiegata. Ricordano il pericolo che corsero affidando dopo il Biennio Rosso (1919-1920) il paese a Mussolini per “stroncare il pericolo rosso”: in soli 20 anni rischiarono di perdere tutto e solo l’impreparazione della sinistra del PCI, combinata con la linea dei revisionisti che stavano prendendo la guida del partito, impedì che la rivoluzione socialista si sviluppasse in Italia fino all’instaurazione del socialismo.

L’unica alternativa realistica al Governo di Blocco Popolare di cui dispongono la borghesia italiana e il Vaticano consiste nel prevenire lo sviluppo (per numero, tessuto di relazioni e orientamento) del movimento delle organizzazioni operaie e popolari intruppando la parte più arretrata delle masse popolari, organizzandola e mobilitandola contro altre parti delle masse popolari stesse, in particolare contro gli immigrati e nelle guerre che la comunità internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti, in breve la NATO, conduce in tutto il mondo: cioè consiste in quello che chiamiamo mobilitazione reazionaria delle masse popolari.

Un piano d’azione per costituire il Governo di Blocco Popolare. Concentriamoci dunque sui fattori decisivi. Per quanto attiene al campo delle masse popolari, le mobilitazioni della loro parte di sinistra, più avanzata, generosa, lungimirante hanno la forma delle lotte rivendicative (difendere diritti e conquiste, pretendere migliori condizioni di vita e di lavoro) e delle lotte di conquista (riappropriazioni, occupazioni e autogestioni) che si combinano con una spinta a violare leggi, norme e prassi secondo il principio che è legittimo tutto quello che è conforme ai loro interessi, anche se è vietato dalle leggi della Repubblica Pontificia. La mobilitazione, in forme e contenuti diversi, già coinvolge praticamente tutti i settori e tutte le categorie. Il collo di bottiglia per il suo sviluppo non è di tipo quantitativo, ma qualitativo: cioè l’aspetto decisivo non è quante sono già oggi le lotte, quanto già oggi sono estese e quanto sono lunghe e radicali, ma quanto concorrono e le facciamo concorrere a costituire e a formare (ideologicamente e praticamente) organismi che operano con continuità, che si legano ad altri organismi simili a loro, che si coordinano, che assumono presso il resto delle masse popolari un grado di autorevolezza tale da poterle mobilitare, in modo autonomo dalle autorità e dalle istituzioni borghesi, ad attuare le misure concrete necessarie a fare fronte agli effetti della crisi. È ciò che definiamo operare come nuove autorità pubbliche. Ogni lotta spontanea deve diventare ambito per costituire e rafforzare organizzazioni operaie (nelle aziende capitaliste) e organizzazioni popolari (nelle aziende pubbliche, a livello territoriale o a livello tematico) che si pongono l’obiettivo di essere la spina dorsale della nuova governabilità del paese, antagoniste e alternative alle vecchie autorità borghesi. Negli articoli NO TAV: intervista a Nicoletta Dosio e in quelli dedicati alle lotte degli operai FCA contro il piano Marchionne (tutti a pag. 1) portiamo alcuni esempi e tutto il nostro Partito è mobilitato in una campagna in cui mettiamo al centro proprio questo aspetto (vedi l’articolo Fare di ogni lotta spontanea una scuola di comunismo a pag. 4).

Per quanto attiene al terzo fattore, la mobilitazione di aggregati e singoli esponenti della sinistra borghese, delle amministrazioni democratiche, degli esponenti progressisti del movimento sindacale e della società civile, la mobilitazione contro la riforma costituzionale Renzi che ha portato alla vittoria del NO al referendum del 4 dicembre ha prodotto importanti sommovimenti. Si sono costituiti (o si sono meglio definiti) quattro ambiti che hanno in embrione le potenzialità per concorrere alla formazione di un Comitato di Salvezza Nazionale che si ponga al servizio delle masse popolari per la costituzione del Governo di Blocco Popolare: 1. i comitati per il NO alla riforma costituzionale riunitisi a Roma il 21 gennaio, 2. l’aggregato Attuazione della Costituzione promosso da Paolo Maddalena, vice presidente emerito della Corte Costituzionale, riunitosi a Roma il 22 gennaio e che ha in programma due assemblee (a Milano il 18 marzo e a Napoli ad aprile), 3. i promotori del NO sociale alla riforma costituzionale riunitisi a Roma il 22 gennaio e che preparano la mobilitazione del 25 marzo (la sua base principale sono i movimenti di lotta per la casa e il movimento NO TAV), 4. la Piattaforma Sociale Eurostop (NO Euro, NO UE, NO NATO) che promuove la mobilitazione contro la UE che si svolgerà a Roma il 25 marzo e il giorno successivo dovrebbe tenere l’assemblea in cui si strutturerà come organizzazione nazionale. Questi quattro aggregati si aggiungono ai due che già esistevano: 1. l’area attorno a De Magistris e all’amministrazione di Napoli, 2. il M5S che già amministra importanti città come Roma e Torino.

Per il momento, ognuno di questi sei aggregati opera in modo separato dagli altri, si fanno concorrenza tra di loro nonostante i proclami di “unità”. Ma di fatto ognuno dei sei (compresi quindi l’aggregato De Magistris e il M5S) ha di fronte solo due vie: combinarsi e collaborare tra loro agendo da Comitato di Salvezza Nazionale che si mette al servizio delle masse popolari per l’attuazione delle parti progressiste della Costituzione del 1948, contribuendo così da subito a creare le condizioni della costituzione del Governo di Blocco Popolare oppure sviluppare la concorrenza reciproca e, per i gruppi che provengono dalla vecchia sinistra borghese, la combinazione (e il sostegno a vario titolo) con la lista elettorale che si formerà alla sinistra delle Larghe Intese Renzi-Berlusconi, per il M5S e l’aggregato De Magistris l’assorbimento nella prassi vigente nella Repubblica Pontificia (assunzione di amici degli amici a 15-20 mila euro al mese, affare stadio a Roma, affidarsi a esponenti politici del regime o a tecnici che si vendono al miglior acquirente, rispetto del Patto di stabilità, ecc.).

Quest’ultima è la strada che imboccheranno i sei aggregati se in ognuno di essi prevarranno le resistenze a legarsi senza riserve alla mobilitazione delle organizzazioni operaie e popolari o, fra gli aggregati che sono più legati al movimento popolare, la convinzione che il salto da compiere riguarda principalmente la quantità e non la qualità della mobilitazione. Questa è la linea che si affermerà se prevarrà il senso comune corrente e nelle loro componenti più avanzate il disfattismo, l’attendismo, lo scetticismo.

Ma le tendenze negative possono essere soppiantate dalle tendenze positive in dall’enunciazione a parole dell’unità al praticare l’unità nell’attività da Comitato di Salvezza Nazionale; la tendenza a esaurirsi in “grandi assemblee” per preparare “grandi manifestazioni” può essere soppiantata dalla convergenza sulle misure pratiche per far fronte alla crisi che i sei aggregati possono favorire, rafforzando l’azione delle organizzazioni operaie e popolari; la concezione di fare la sponda politica dei movimenti popolari nelle istituzioni della Repubblica Pontificia soppiantata dalla promozione della nuova governabilità dal basso del paese.

A queste trasformazioni noi del P.CARC ci dedichiamo, promuovendo con ognuno dei sei aggregati la collaborazione e la politica da fronte: unità nella pratica senza bandi o veti reciproci, dibattito franco e aperto per imparare dalla pratica, solidarietà reciproca e sostegno contro la repressione.

Il Governo di Blocco Popolare è possibile, non è certo. Ciò che fa la differenza è il ruolo del movimento comunista cosciente e organizzato. A lavorare da subito per la costituzione del Governo di Blocco Popolare chiamiamo gli operai avanzati, i lavoratori avanzati e gli elementi avanzati delle masse popolari: con l’impegno a valorizzare quanto già di positivo ognuno di loro fa, a imparare da loro e dalla loro pratica e con l’impegno a organizzarli, formarli, educarli alla lotta di classe con ciò che abbiamo imparato in 30 anni di elaborazione, di resistenza alla repressione, di partecipazione a lotte spontanee, lotte sindacali, lotte di difesa e di conquista.

Coloro che aspirano all’unità dei comunisti, che hanno la falce e il martello nel cuore, che aspirano al socialismo devono mettersi al lavoro da subito per creare le condizioni per la costituzione del Governo di Blocco Popolare: questo è il lavoro comune che è possibile fare da subito e su questa base avanzare per costruire anche l’unità dei comunisti; devono superare le reticenze e le resistenze che decenni di revisionismo moderno e di influenza della sinistra borghese anticomunista hanno alimentato in loro e in tanti come loro e aderire al P.CARC.

I tempi in cui si aspettano condizioni migliori sono finiti, la rivoluzione socialista è in corso. Certo, “chi ha esitato questa volta, lotterà con noi domani”, ma oggi ogni compagno che rompe subito gli indugi è di esempio e di stimolo per gli altri.

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