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A premessa di questo articolo ricordiamo le compagne e i compagni che hanno dato la vita alla causa della rivoluzione socialista in Italia, quelli uccisi dalla Polizia e dai Carabinieri nelle piazze, quelli uccisi nelle prigioni, quelli uccisi dai fascisti nelle strade. E salutiamo quanti, per la causa della rivoluzione socialista, sono ancora prigionieri nelle carceri. Abbiamo nei loro confronti lo stesso obbligo che abbiamo assunto nei confronti dei figli della classe operaia e delle masse popolari: fare dell’Italia un nuovo paese socialista per liberare l’umanità dalle catene del capitalismo.

Il 17 febbraio, a quarant’anni dalla cacciata di Lama (segretario della CGIL) dall’Università La Sapienza di Roma, sono iniziate ufficialmente le celebrazioni del Movimento del ‘77, incastonato nell’immaginario del senso comune corrente come il più radicale, innovativo, partecipato, “gioioso e disperato” movimento di ribellione giovanile.
I discorsi e i ragionamenti che vanno per la maggiore a opera della sinistra borghese si soffermano su singoli fatti e tralasciano o omettono che la lotta per la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato era la questione principale di quegli anni. Diamo in questo articolo tre elementi per orientarsi nel dibattito (ma è più corretto dire nelle celebrazioni).

Il contesto storico. Gli anni ‘70 del secolo scorso sono stati contraddistinti dalla combinazione di due fattori: uno è il picco raggiunto dalle grandi lotte rivendicative degli operai e delle masse popolari (il ‘68 studentesco e il ‘69 operaio), che ottennero tutto quello che era possibile ottenere in un regime capitalista e l’altro è l’inizio, a metà anni ‘70, della seconda crisi generale del capitalismo che si manifestò con le grandi ristrutturazioni industriali e l’inizio del progressivo attacco a ciò che classe operaia e masse popolari avevano conquistato.
Attenzione! Inizia il progressivo attacco: le conquiste non vengono smantellate in un giorno… L’esistenza dei primi paesi socialisti e la forza del movimento comunista e sindacale in Italia, fermo restando la direzione dei revisionisti moderni, e il livello di mobilitazione popolare hanno costretto la borghesia imperialista a procedere per tentativi e per gradi, tanto che il medesimo processo di smantellamento delle conquiste prosegue ancora oggi.

Il contesto politico. Il PCI era al suo apice (34% nel 1976), ma l’inizio della seconda crisi generale del capitalismo aveva esaurito la sua funzione: la linea di estendere al massimo grado le conquiste economiche e le riforme politiche per “arrivare al socialismo” attraverso le elezioni non consentiva più alcun avanzamento. Anzi PCI e sindacati imponevano agli operai e alle masse popolari di limitare le pretese e di concorrere così alla stabilità del paese (“ridate indietro un po’ di quello che avete conquistato”, diceva G. Benvenuto della UIL). Insomma, il socialismo “non arrivava” e non sarebbe arrivato.
Le forme e il contenuto della crisi del PCI sono chiare solo alla luce della lotta contro il revisionismo moderno promossa da Mao tse-Tung a livello internazionale. A sinistra del PCI, infatti, già nel 1966 vi fu il primo tentativo di ricostruire un partito comunista rivoluzionario, il PCd’I (Marxista-Leninista), ma in ragione dei limiti di concezione che lo caratterizzavano, il grosso della contestazione al revisionismo moderno si espresse nei gruppi della “nuova sinistra”, i più conosciuti dei quali erano Potere Operaio e Lotta Continua. Nei “gruppi” il marxismo-leninismo fu sostituito da tesi e concezioni della Scuola di Francoforte (trasposte in Italia nell’operaismo di Tronti, Toni Negri, ecc.), le lotte rivendicative furono assunte come la via per la rivoluzione socialista (economicismo) e il ruolo particolare della classe operaia fu progressivamente attribuito, invece, al sottoproletariato. Insomma la lotta al revisionismo era stata ridotta a un mix di concezioni anti-partito e in definitiva anti-comuniste, dalle quali prese in seguito le mosse Autonomia Operaia. La delusione, la frustrazione e il malcontento verso il PCI erano tanto diffusi che i gruppi della sinistra extraparlamentare raccolsero e organizzarono una parte importante di giovani e giovanissimi, molti studenti, ma anche operai.

In questo contesto, con la volontà di dare uno sbocco rivoluzionario alle diffuse mobilitazioni operaie e popolari, dalla convergenza di operai delle grandi aziende e studenti dei collettivi universitari, nacquero le Brigate Rosse. La differenza fra le BR, i gruppi della “nuova sinistra” e i loro eredi (in particolare Autonomia Operaia) stava nel legame che esse avevano con il movimento comunista: non diedero alla lotta contro il revisionismo moderno un contenuto anticomunista. Ciò non impedì che l’influenza della Scuola di Francoforte, il soggettivismo e il militarismo ne decretassero la sconfitta, tuttavia esse rappresentano il secondo tentativo di ricostruzione del partito comunista rivoluzionario dopo il fallimento del PCd’I (M-L).

Lo stato maggiore della classe operaia. Chi si limita a condannare o a esaltare la lotta armata promossa dalle BR soffre dello stesso unilateralismo di chi si concentra sulla forma e non bada al contenuto, sui singoli fatti e non bada al processo. Non è di alcuna utilità, ai fini della rivoluzione socialista in Italia, celebrare le forme assunte dal Movimento del ‘77 o i singoli episodi, dalla cacciata di Lama dalla Sapienza alle giornate di marzo a Bologna e altri, senza inserirli nel contesto in cui, fin dall’inizio degli anni ‘70, esistevano e operavano le BR. Per inquadrare il ruolo delle BR è necessario chiarire che il valore della loro esperienza non è solo, né principalmente, legato alla lotta armata. Esse sono state l’espressione della spinta alla mobilitazione dei giovani operai e proletari combinata alle aspirazioni rivoluzionarie, frustrate dal PCI, di chi aveva partecipato alla Resistenza 30 anni prima e alle lotte operaie seguenti. Alla base del loro successo vi fu l’intuizione che il movimento rivendicativo delle masse popolari aveva raggiunto il suo massimo grado e poteva svilupparsi solo come movimento politico rivoluzionario, solo come lotta per la rivoluzione socialista. In virtù di ciò, legandosi strettamente alla classe operaia delle grandi aziende, divennero in una certa misura quel centro autorevole della mobilitazione rivoluzionaria, quello stato maggiore della classe operaia, che il PCI non era più fin dal 1944 con la Svolta di Salerno.

Il convitato di pietra alle celebrazioni del quarantennale del ‘77. Il 1977 è stato l’epilogo del movimento rivendicativo di massa perché le masse popolari non potevano più conquistare nulla, ciò a cui tendevano era raggiungibile solo con la lotta politica rivoluzionaria. Il 1978 è stato l’epilogo della lotta armata per il comunismo (benché le BR o organismi da esse discendenti abbiano continuato a esistere e operare anche in seguito) perché la lotta armata non era più la tattica adeguata a sviluppare il percorso intrapreso dalle BR: era urgente e necessario ricostruire il partito comunista, la superiore direzione politica del movimento rivoluzionario.
I due epiloghi sono strettamente legati e contengono insegnamenti di grande attualità, il primo dei quali è che le lotte rivendicative sono un ingrediente della lotta di classe, ma la rivoluzione socialista è lotta politica rivoluzionaria e le prime non possono sostituire la seconda in nessun caso. Il secondo è che nessuna tattica, per quanto “storicamente possibile” o “storicamente giusta”, sostituisce la strategia: senza una giusta strategia, la tattica che pure permette al movimento rivoluzionario di svilupparsi fino a un certo grado, diventa la sua catena se non si trasforma al mutare delle condizioni oggettive. Il terzo è che nonostante la generosità, il coraggio e la combattività della classe operaia e delle masse popolari, solo l’esistenza del partito comunista rivoluzionario, guidato da una concezione del mondo giusta, da una giusta strategia e da una tattica conseguente e flessibile può fare la rivoluzione socialista.

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