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Tra le masse popolari cresce il malcontento e la resistenza di fronte alla deriva in cui la crisi della borghesia imperialista, il clero e le altre classi dominanti ci stanno sospingendo. Per fare fronte a tutto questo la borghesia deve ricorrere sempre più alla repressione. Queste forme repressive sono ancora principalmente mirate ai comunisti e alle avanguardie di lotta ma si allargano sempre più contro le frange più oppresse delle masse popolari (donne, giovani, diseredati, omosessuali e immigrati). Il regime di controrivoluzione preventiva scricchiola e lo Stato dell’impunità per i ricchi, i potenti, per il Vaticano e i funzionari della sua Chiesa, diventa lo Stato della tolleranza zero oltre che per i comunisti in generale per chi lotta, per le donne, per gli immigrati e per i giovani. Quindi la repressione si allarga e assieme si allargano anche la resistenza alla repressione, la lotta contro la repressione e la solidarietà.

Il successo della Controrivoluzione Preventiva non è affatto a priori garantito, anzi perde sempre più di efficacia. Tutte le politiche e le misure che la borghesia mette in opera, sono armi a doppio taglio. La sua politica culturale truffaldina toglie credibilità a ogni autorità e a ogni “verità eterna” e contemporaneamente produce strumenti di comunicazione e di aggregazione. La repressione e la lotta contro la repressione suscitano solidarietà e introducono alla lotta politica. La partecipazione delle masse alla lotta politica quanto più diventa autonoma, tanto più obbliga la borghesia a creare sceneggiate politiche, a nascondere la vera politica: insomma rende più difficile alla borghesia gestire il suo Stato. Il benessere che la borghesia può accordare alle masse dipende dall’andamento generale dei suoi affari e dalla rassegnazione dei popoli oppressi allo sfruttamento.

È emblematico di tutto questo quanto sta accadendo in questi giorni a Bologna, dalla repressione aggressiva e dissennata fatta contro gli studenti, passando per le ignobili parole del rettore dell’Università di Bologna a quelli degli studenti che alla repressione rispondono con altra lotta e organizzazione, per finire con i media nazionali che si affrettano a intervistare giovani dirigenti del PD di Bologna spacciandole per i “veri studenti” dell’Università, quelli bravi, senza grilli per la testa, che si distinguono dai delinquenti che lottano per un diritto e per la Difesa e Applicazione della Costituzione italiana che non più tardi di due mesi fa le masse popolari del nostro paese hanno salvato proprio dalle “riforme” proposte dal PD reazionario di Renzi&Co. Questo teatrino messo su a Bologna testimonia praticamente quanto scrivevamo prima rispetto al fatto che la mobilitazione politica sempre più autonoma delle masse popolari costringa la borghesia a rispondere con la creazione di sceneggiate politiche, con l’intossicazione dell’opinione pubblica a mezzo di falsità ridicole e con la repressione, spesso inaudita, delle masse popolari che si mobilitano.

In questi giorni su Il Manifesto nell’articolo dal titolo “Bologna, linea dura della Procura contro i collettivi universitari” era possibile leggere quanto segue: «Quelle che si vedono in città, è invece il ragionamento del procuratore capo, «non sono manifestazioni spontanee, ma hanno una modalità organizzata e dimostrano che dietro c’è un disegno, una strategia di fondo». Da qui l’idea di scegliere, tra le tante opzioni possibili, quella dell’associazione a delinquere. Una via già imboccata in passato con gli anarchici più duri e con i comunisti dei Carc, ma che non ha premiato». Effettivamente è così e quanto sta avvenendo a Bologna ci dà la possibilità di trattare nuovamente sul tema della Repressione, che ripetutamente negli anni hanno colpito il Partito dei CARC e la Carovana del (n)Pci.

Di fatto, da più di 30 anni le autorità italiane si accaniscono contro la Carovana del (n)PCI. Con questa espressione noi indichiamo sia l’insieme di organismi e individui che dalla fine degli anni ’70 – proprio a partire dallo lotta alla repressione, contro il pentitismo e la dissociazione e dalla solidarietà con tutti i prigionieri politici – hanno contribuito con il loro lavoro almeno in qualche modo alla costruzione del (n)PCI fondato nel 2004, sia l’insieme di organismi e individui che oggi nella loro attività si ispirano almeno in qualche misura alla concezione e alla linea propagandate dal (n)PCI. Le autorità hanno ostacolato l’attività di questi organismi e di questi individui in mille modi. In particolare con ripetuti procedimenti giudiziari basati tutti sull’accusa di terrorismo: l’accusa classica con cui la borghesia cerca di infangare i propri nemici e che le serve per giustificare che nella lotta contro di loro essa viola ogni legge e ogni limite, come oggi gli israeliani in Palestina e in Libano o gli americani in Iraq.

Quando è nata la Carovana, a cavallo tra gli anni 70 e gli anni 80, chi stava al gioco doveva partecipare alla lotta contro le Brigate Rosse e le altre Organizzazioni Comuniste Combattenti, doveva contribuire a criminalizzarle e isolarle e doveva fornire informazioni. Noi al contrario abbiamo addirittura assicurato (con Il Bollettino del Coordinamento Nazionale dei Comitati contro la Repressione) ai detenuti delle BR e delle altre OCC l’esercizio del diritto alla parola che la legge riconosceva ma che di fatto veniva loro tolto: erano anche loro perseguitati politici, quali che fossero i reati di diritto comune a ragione o a torto addebitati ad alcuni di loro. Altro esempio: la concertazione e la compatibilità sono diventate negli anni ’90 obblighi a cui doveva sottostare ogni movimento rivendicativo dei lavoratori. Noi abbiamo al contrario sostenuto ogni lotta rivendicativa e fatto quanto le nostre forze consentivano, con determinazione e onestà, perché arrivasse alla vittoria. Insomma, fin dall’inizio siamo stati una variabile incontrollabile, una “cellula impazzita” che la borghesia non controllava e tanto meno guidava, un organismo che non rispettava le regole del gioco che la borghesia dettava. Non ultimo l’esempio della pubblicazione a inizio anni ottanta di un testo come “Politica e Rivoluzione”, i cui autori erano compagni delle Brigate Rosse rinchiusi nelle carceri italiane.

Tra le tante, proprio Bologna è stata scenario dell’Ottavo Procedimento Giudiziario: a partire dal 2003 la Carovana del Nuova Partito Comunista Italiano è stata colpita e messa sotto accusa dai vertici della Repubblica Pontificia (lo stato italiano e il suo comandante occulto, il Vaticano) con accuse molto gravi che non si discostano da quelle che in qualche modo oggi si imputano ai giovani esponenti dei collettivi bolognesi: per l’appunto associazione sovversiva. Ancora oggi i procedimenti contro compagni della Carovana sono numerosi e proprio Bologna sarà il teatro di altre accuse contro compagni del Partito dei CARC per fatti risalenti al 2008, i cui capi d’accusa sono aggressione a pubblico ufficiale e reati legati a campagne murarie e azioni simili. In quelle occasioni trasformarsi da accusati in accusatori, da potere contro potere, spostare insomma sul piano tutto politico quello che la borghesia vorrebbe tenere sul piano della propria finta giustizia giudiziaria, è ciò che ha portato e porterà alla vittoria e alla caduta e ritiro di tutte le accuse.

Questa la chiave per affrontare la repressione della borghesia contro i comunisti e contro chi lotta, le masse popolari e il proletariato non hanno permessi da chiedere né leggi da rispettare ma solo catene da spezzare e per farlo l’insubordinazione, la ribellione e l’organizzazione estesa del dissenso devono farsi nuovo potere, nuovo governo dei territori e dell’intero paese. Questo è quello che spaventa realmente la borghesia imperialista e le sue autorità, questo quello che come Partito dei CARC e come Carovana del Nuovo Partito Comunista Italiano diciamo ai giovani compagni bolognesi che in questi giorni valorosamente stanno lottando per un diritto fondamentale come l’istruzione pubblica e gratuita; a questi compagni esprimiamo la massima solidarietà e disponibilità, per quanto le nostre forze attuali consentono, a confronti, dibattiti, iniziative e azioni, oltre alla proposizione dei tanti scritti, opuscoli, materiali ed esperienze maturate negli anni che la Carovana ha prodotto (di cui una piccola parte allegata a questo articolo).

Dalla lotta contro la repressione il movimento di resistenza delle masse popolari si rafforza e si tempra, con essa nascono pezzi di nuova governabilità, in questo l’esperienza dei NO TAV deve essere d’insegnamento e d’ispirazione. Non un passo indietro, quindi, la lotta contro la repressione, la resistenza alla repressione e la solidarietà con gli organismi e i singoli colpiti dalla repressione sono componenti indispensabili del movimento per fare dell’Italia un nuovo paese socialista!

Questo il link dell’intervista a Giuseppe Maj, tra i fondatori dei CARC e del Nuovo Partito Comunista Italiano

http://www.nuovopci.it/arcspip/IMG/pdf/Intervista-G.Maj.pdf

Questo il link in cui trovare il Manuale di Autodifesa Legale, Edizioni Rapporti Sociali

http://www.carc.it/wp-content/uploads/2011/06/mal_con_prezzo_colore-1.pdf

Sulla repressione ma soprattutto sulla lotta contro il pentitismo e la dissociazione dalla lotta di classe e dalla lotta rivoluzionaria – Il Proletariato non si è pentito, Edizioni Rapporti Sociali, 1984

http://www.carc.it/2016/11/10/il-proletariato-non-si-e-pentito-autori-vari-a-cura-di-ariana-chiaia/

Nelle mani del nemico, Edizioni Rapporti Sociali, 2006

http://www.carc.it/2006/12/07/nelle-mani-del-nemico-arturo-colombi/

Di seguito l’articolo de Il Manifesto citato nel testo

Bologna, linea dura della Procura contro i collettivi universitari

Piazza Verdi. Per alcuni attivisti si valuta il reato di associazione a delinquere. Ieri nuovo corteo e l’appello per una mobilitazione nazionale

A Bologna la procura sceglie la linea durissima contro i collettivi universitari. Dopo lo sgombero a manganellate della biblioteca occupata in via Zamboni e i successivi scontri, il procuratore capo Giuseppe Amato annuncia che i suoi uffici stanno «valutando» anche l’associazione a delinquere nei confronti degli attivisti che guidano le proteste. Dichiarazioni arrivate poche ore prima del corteo di ieri degli universitari, accompagnati in piazza da una delegazione di facchini Si Cobas, da esponenti del sindacato Usb e dagli attivisti di alcuni centri sociali cittadini.

In tutto oltre mille persone hanno sfilato per il centro arrivando sotto il palazzo del Comune, in Piazza Maggiore. Lì gli studenti hanno attaccato il sindaco Merola, che aveva bollato la loro protesta come «violenta e velleitaria», i vertici dell’università che giovedì hanno chiesto alla polizia di intervenire per sgomberare la biblioteca, e la questura che ha inviato la celere con scudi e manganelli dentro uno spazio utilizzato da decine di ragazzi. Ora il Cua, il collettivo universitario autonomo che guida la protesta, lancia un appello a tutte le università italiane: «Per giovedì prossimo chiediamo una mobilitazione nazionale in solidarietà con gli studenti colpiti dalla repressione e della gestione militare in cui è sprofondata Bologna. Non è solo un problema locale – dicono gli attivisti – ma una tendenza che riguarda tutto il paese».

Quelle che si vedono in città, è invece il ragionamento del procuratore capo, «non sono manifestazioni spontanee, ma hanno una modalità organizzata e dimostrano che dietro c’è un disegno, una strategia di fondo». Da qui l’idea di scegliere, tra le tante opzioni possibili, quella dell’associazione a delinquere. Una via già imboccata in passato con gli anarchici più duri e con i comunisti dei Carc, ma che non ha premiato. Sulle proteste di questi giorni però la procura non si limita agli annunci. Per due dei tre studenti fermati nel corteo di protesta di venerdì, caricato dalla celere a due passi dalla biblioteca sgomberata, sono stati disposti gli arresti domiciliari: la prima udienza del processo sarà il 9 marzo. Amato ha fatto anche sapere di avere «aperto un fascicolo su 4-5 episodi». Si parla delle proteste contro il caro mensa, iniziate con sistematiche autoriduzioni e finite con ripetuti scontri i quando la celere è arrivata di fronte alla mensa universitaria.

Per i pm quella dei collettivi sarebbe violenza «premeditata». Mentre per Amato il comportamento delle forze dell’ordine negli scorsi giorni sarebbe stato «corretto e pertinente» perché è «legittimo rispondere duramente alla violenza».

In città non passa però in secondo piano l’originario nodo della contesa e cioè l’installazione dei tornelli nella biblioteca di italianistica. Montati dall’ateneo per tenere fuori punkabbestia e «sbandati», sono stati visti dai collettivi come una limitazione della libertà e dell’accessibilità alla biblioteca, «che non è una banca». Dopo una serie di proteste i tornelli sono stati smontati e portati in trofeo in rettorato. In risposta l’Alma Mater ha deciso la chiusura della biblioteca, occupata giovedì e poi sgomberata dalla celere. La discussione tra favorevoli e contrari al controllo degli accessi continua a tenere banco: una petizione anti-collettivi ha raccolto migliaia di firme sul web.

Sullo sgombero della biblioteca ha preso posizione la Cgil. La scelta di fare intervenire la celere, dice il sindacato, è «grave e del tutto inadeguata a risolvere il problema». La Cgil sui tornelli vuole discutere perché sono stati gli stessi lavoratori a richiedere misure di sicurezza e controlli. Ma boccia «l’approccio muscolare» che invece di risolvere i problemi «ha aggiunto ulteriore tensione».

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