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Milano, 03 febbraio 2017

Il 28 gennaio si è tenuta l’Assemblea Nazionale di Eurostop1, al Centro Sociale Intifada di Roma, in zona Tiburtina. Hanno partecipato duecentocinquanta compagni e compagne da più parti d’Italia (da Torino, Milano, Bologna, Padova, Bari, Pisa, Firenze, Siena, Napoli, Perugia). L’assemblea aveva come obiettivo definire quale seguito dare alla grande vittoria del NO al referendum del 4 dicembre, e quindi era in continuità con quelle tenutesi la settimana precedente a Roma sulla stessa materia: il 21 gennaio l’assemblea del Comitato nazionale per il NO “Idee per il nostro futuro”, il 22 gennaio l’assemblea nazionale organizzata dai promotori del corteo “C’è chi dice No” del 27 novembre scorso2, e nella stessa data l’assemblea Un programma urgente per attuare la costituzione3 promossa dal vice presidente emerito della Corte costituzionale Paolo Maddalena.

L’Assemblea è stata molto interessante e si sono dette cose nuove. Ne riportiamo alcuni passaggi.

Intervento di G. Cremaschi

Il primo intervento è stato quello di Giorgio Cremaschi, significativo per l’ampiezza dello sguardo. Ci è capitato spesso di andare a convegni dove parlavano anche storici quotati, dove però l’arco di tempo esaminato era quello dell’immediato e altrettanto di poco respiro erano i piani d’azione (ad esempio: “come fare per rientrare in Parlamento dopo che ne siamo stati espulsi ai tempi della Coalizione Arcobaleno?”). Cremaschi ha esteso lo sguardo ai passaggi cruciali dello scorso secolo. Ha quindi detto che quello che chiamano “giorno della memoria” è stato il giorno della smemoratezza: il 27 gennaio è stata la data in cui l’Armata Rossa liberò Auschwitz. Non furono i carri USA a liberare gli internati del lager, come ha fatto vedere Benigni nel suo film. Inoltre, dice, il governo dell’Ucraina con i suoi nazifascisti mostra bene dove porta lo stare con la NATO.

Il falso storico di Benigni, ricordato da Cremaschi, è diventato cosa nota a tanta parte delle masse popolari del nostro paese, e tanto più quando Benigni si è schierato con Renzi per il SI’ alla riforma della Costituzione. Uno dei primi a trattare la questione fu Mario Monicelli (15 Maggio 1915, Viareggio – 29 novembre 2010, Roma), autore di alcuni dei capolavori nella storia del cinema italiano, che parlò della “mascalzonata di Benigni in La vita è bella, quando alla fine fa entrare ad Auschwitz un carro armato con la bandiera americana. Quel campo, quel pezzo di Europa lo liberarono i russi, ma… l’Oscar si vince con la bandiera a stelle e strisce, cambiando la realtà.”4

Cambiare la realtà. Ecco una frase che ha due significati opposti! Per servi di regime come Benigni cambiare la realtà significa mentire su quanto è successo, per i comunisti e le masse popolari significa invece trasformare il mondo. I primi cercano di falsificare la realtà passata, il nuovo movimento comunista costruisce la realtà futura. C’è stato segno di questo movimento in questa assemblea di Eurostop, dove sono in molti a dichiararsi comunisti, incluso Cremaschi? Sì, ce n’è stato, e abbastanza per tenere massima parte di chi c’era a restare e a prestare attenzione fino alle conclusioni.

Nazionalismo. Cremaschi dice che qualcuno ha criticato la piattaforma di Eurostop perché sarebbe “nazionalista”. Questo “nazionalismo” è invece una svolta positiva rispetto a una posizione politica che, in sostanza, per volere fare tutto finisce per non fare niente, quella per cui la rivoluzione deve essere internazionale e quindi non può essere nazionale, quella per cui quando costruisci una casa devi fare contemporaneamente le fondamenta e il tetto, altrimenti è inutile tu ti ci metta. Bisogna partire da noi, dal nostro paese, dice Cremaschi. La rottura può avvenire solo un paese per volta. A chi denigra quello di Eurostop come “nazionalismo” Cremaschi propone comprino moltissimi orologi da distribuire in tutta Europa, che li si sincronizzi in modo da dichiarare una rottura che in ogni paese del continente parta da un medesimo istante.

L’intervento di Cremaschi lascia alle spalle posizioni inconcludenti come questa che, tra l’altro, si tira dietro quella di chi, per non voler vedere che la rivoluzione è possibile nel proprio paese, e per non voler vedere che quando un centro autorevole chiama alla lotta, una parte importante delle masse è già pronta a scendere in lotta, sta a fare il tifo per qualsiasi movimento delle masse popolari oltre i nostri confini: sono quelli che di volta in volta si esaltano per quello che succede in Grecia, in Francia, in Portogallo, o magari in Venezuela o altrove, accompagnando questa esaltazione con la denigrazione delle masse popolari italiane, quelle che sarebbero asservite e incapaci di reagire, magari per natura. Il disprezzo delle masse popolari è una cosa che qui, in questa assemblea, ha cominciato a farsi da parte. Tutti quelli che fino al 4 dicembre scorso hanno continuato a dire che le masse popolari italiane sono arretrate e incapaci di lottare sono rimasti meravigliati della vittoria del NO, e la misura in cui sono stati meravigliati è misura di quanto loro stessi, e non le masse popolari, erano indietro rispetto a quello che si sta muovendo.

Il tradimento dei partiti della Seconda Internazionale. Cremaschi torna ancora più indietro, e dice che siamo in una fase come quella prima della prima guerra mondiale, quando i socialdemocratici diedero copertura allo schieramento di classe nemico.5 Sta parlando del tradimento dei partiti della Seconda Internazionale. Lenin scrive: “È o non è un fatto che i più importanti partiti socialisti d’Europa hanno rinnegato tutte le loro idee e rinunciato ai loro compiti? Certo, né i traditori stessi, né coloro che sanno con sicurezza – o prevedono confusamente – di dover vivere in pace e in amicizia con essi, desiderano parlare di queste cose. Ma per quanto ciò sia sgradito alle varie “autorità” della II Internazionale o ai loro amici di frazione fra i socialdemocratici russi, noi dobbiamo guardare ben in faccia le cose, chiamarle col loro nome, dire ai lavoratori la verità.”6 Il tradimento dei partiti socialisti, incluso quello italiano, condusse le masse popolari dei paesi europei al massacro della Prima guerra mondiale.

Diritti civili e diritti sociali. La destra vince perché quelli che si dichiarano di sinistra hanno abbandonato la questione sociale, dice Cremaschi. Lui è a favore di tutti i diritti civili delle masse popolari (non è a favore del dare in affitto gli uteri delle madri, precisa), ma è contro quelli che lottano per i diritti civili e poi votano per il Jobs Act. Chi non combatte per i diritti sociali ma solo per quelli civili (le unioni di fatto, i matrimoni gay, ecc.) fa diventare quei diritti cosa da ricchi, e fa sì che contro quei diritti tra le masse popolari cresca l’odio. Inoltre, quando discuteremo seriamente di razzismo e xenofobia, non dovremo attaccare solo le destre ma anche chi a sinistra ha alimentato tutto questo, favorendo la guerra tra poveri, tra lavoratori garantiti e non, tra pensionati e non. Questo è razzismo sociale, dice.

La rottura è una tappa. Cremaschi ha indicato con chiarezza che la rottura con l’UE, l’Euro e la NATO non sono il fine ma tappe di un processo finalizzato al socialismo. Questa precisazione costituisce un passo in avanti nell’articolazione del progetto di Eurostop e nella posizione di Cremaschi stesso, fin qui molto fumosa sul punto quasi che la rottura fosse l’obiettivo principale.

Fronte comune e superamento della concorrenza. Un altro importante punto dell’intervento di Cremaschi è la centralità data alla necessità di dialogare con le altre forze e alla costruzione di un fronte comune di lotta. In più momenti del suo intervento indica la necessità di dialogare con i promotori di “C’è chi dice NO” e con l’area di giuristi ed esponenti delle società civile che fa riferimento a Maddalena e si batte per l’attuazione della Costituzione. La presenza stessa di Maddalena all’assemblea di Eurostop (così come quella di Cremaschi all’assemblea del Comitato nazionale per il NO del 21 gennaio e di Casadio a quella di Maddalena del 22 gennaio) mostra quanto questo orientamento sia praticato.

Rigore nella critica. Massimo di pratica comune, dice, ma massimo rigore nello sconfiggere la “montagna di fuffa e di palle” che hanno reso la sinistra una entità inutile. Questi di cui parla Cremaschi sono due dei pilastri della politica da fronte, che ne ha un terzo, la solidarietà reciproca di fronte alla repressione, che diventerà sempre più necessaria mano a mano che lo scontro di classe diventerà acuto. I primi due sono la pratica di lotta comune e il dibattito franco e aperto: non si può fare la prima senza il secondo. Questo va detto perché “fuffa e palle” sono cose che hanno dominato in campo politico per decenni, e sono sedimentati anche in chi oggi vuole cambiare rotta. Lavorare insieme senza parlarsi apertamente dei problemi che insorgono e delle divergenze di fondo significa lavorare male, poco e mai d’attacco, e si finisce che si smette di lavorare. Succede anche in una coppia dove i problemi si tengono sotto il tappeto: il rapporto si isterilisce o si spezza all’improvviso. Questo va detto a tutti quelli che scambiano le battaglie ideologiche che la Carovana del (n)PCI conduce contro le posizioni (linee, concezioni) attendiste e disfattiste come attacchi a individui e organizzazioni o come cose che spezzano l’unità.

Solidarietà di classe. Cremaschi fa molto bene a mettere in risalto l’importanza del rigore nella critica e del lavoro comune. Dimentica però la solidarietà di classe e in particolare con chi nel movimento sindacale e popolare del nostro paese proprio in questo momento è attaccato dalla repressione: Aldo Milani, del Si-Cobas. Questo è un limite che caratterizzerà tutta l’assemblea, l’unico sollecito ad esprimere solidarietà con Milani verrà dalla nostra compagna Fabiola D’Aliesio, cadendo però nel vuoto. È un limite che denota i passi ancora da fare per emanciparsi dall’influenza della borghesia e di quella che è stata qui chiamata “socialdemocrazia” (sinistra borghese): far dipendere la solidarietà dalla magistratura e dai suoi atti (“capiamo prima se è innocente o meno”) oppure abboccare alle manovre del nemico (trappole), anziché mettere davanti a tutto la discriminante di classe e il criterio “è legittimo tutto quello che è conforme agli interessi delle masse popolari, anche se illegale!”. Quella della solidarietà di classe contro gli attacchi della borghesia è una questione che viene ciclicamente fuori, così come avvenne il 15 ottobre 2011, e con cui bisognerà fare i conti per avanzare con passo più spedito.

Parole d’ordine e programma: NO NATO, NO UE, NO EURO, e programmi economici e legislativi adeguati. Il 25 marzo, sessantennale della fondazione dell’Unione Europea, è indetta una manifestazione con queste parole d’ordine.7 Dobbiamo però proporre un percorso per la gente che portiamo in piazza, dice, ed è giusto, perché le grandi manifestazioni che possiamo anche fare devono essere punto di partenza di un’azione (non devono essere, aggiungiamo, momenti organizzati per dare sfogo all’insoddisfazione della classe operaia e delle altre classi delle masse popolari, come fanno i sindacati di regime, e non solo).

Abbiamo di fronte tante persone che dicono che ci vuole la rivoluzione, ma resta una volontà astratta. La rabbia cresce e non sa dove andare, dice. Darle concretezza, infatti, è il lavoro che fanno i comunisti, quelli che si definiscono tali per quanto fanno questo lavoro (non si è comunisti per autocertificazione), quelli che per prima cosa devono riconoscere che la rivoluzione socialista è possibile, cosa che in questa assemblea molti cominciano a credere e ad affermare.

Intervento di C. Formenti

Dice che siamo radicalmente diversi da quelli che si dichiarano di sinistra e chiamano a unirsi rispetto a un presunto “pericolo fascista”. Il fascismo è un sistema specifico che abbiamo sperimentato, in Italia, e che oggi non esiste, e chi si unisce ai socialdemocratici in nome dell’antifascismo o dell’antipopulismo sbaglia. In Spagna questo “antipopulismo” è l’attacco a Podemos, e specificamente all’ultima presa di posizione di Iglesias che parla di un processo costituente, di programmi economici, politici e sociali a sostegno delle masse popolari. Questo riguarda anche noi, perché il NO del 4 dicembre ha espresso esigenza di un processo costituente.

Dice che è necessario costituire un fronte popolare, e il punto di riferimento è, nella nostra storia, il fronte antifascista che si costituì nella guerra partigiana.

Se ci saranno presto elezioni, dice, dovremo discutere del nostro atteggiamento nei confronti di M5S. Cita positivamente l’appoggio del M5S al governo Correa in Ecuador. Diversi sono i compagni che nel corso dell’assemblea (ad es. Militant) torneranno sull’argomento, proponendo di sostenere il M5S alle prossime elezioni politiche, intervenendo sulle sue contraddizioni, nell’ottica di portare il governo pentastellato a rompere con l’UE e l’Euro. Questa posizione indica che si sta facendo strada la consapevolezza (anche se ancora non riconosciuta come tale da questi compagni) che per rompere con UE, Euro e la Nato ci vuole un governo che abbia una base costituita da masse popolari abbastanza organizzate da essere capaci, agendo di conserva con il governo, di contrapporsi alle forze che l’UE e l’Euro li hanno voluti e li sostengono perché a loro comunque convengono.

A questo orientamento verso il M5S si opporranno nel corso dell’assemblea esponenti di formazioni in concorrenza elettorale con il M5S (ad es. il PC di Alboresi, PRC), con la solita manfrina del “populismo di destra”.

– Lettera del M5S al presidente della Repubblica dell’Ecuador

All’attenzione del Presidente dell’Ecuador Rafael Correa

A nome del Movimento 5 Stelle, Le diamo il benvenuto in Italia. Questa è, e sarà sempre, la Sua casa. Vogliamo esprimerLe con viva sincerità la vicinanza della nostra forza politica che, per molti aspetti, prende spunto proprio dalla “Revolucion Ciudadana” e dai principi della democrazia partecipativa oggi in vigore in Ecuador.

Quando divenne Presidente, Lei ereditò un paese in macerie per il debito estero e nel 2006 decise di non continuare ad uccidere la sua popolazione, considerando persone non grate i rappresentanti della Banca Mondiale e del FMI; imponendo poi un audit sul debito che ne certificò l’immoralità e le irregolarità manifeste da parte degli istituti finanziari nord-americani ed europei.

Quando noi andremo al Governo prenderemo a modello queste Sue parole nei futuri rapporti con la Troika europea e del FMI: “Abbiamo degli obblighi nazionali urgenti. E noi poniamo gli obblighi nazionali prima degli obblighi internazionali. Al momento giusto se potremo li rispetteremo, ma la nostra priorità è molto chiara: prima la vita e dopo il debito. La burocrazia internazionale corrotta e incompetente dovrà rispettare il nostro paese”.

Con la sua presidenza, l’Ecaudor è tornato ad essere uno Stato sovrano, non più dipendente dai massacri sociali prodotti dalle “rigorose condizionalità” del Fondo Monetario Internazionale. Presto lo sarà anche l’Italia. Seguiamo con vivo interesse, inoltre, anche il referendum da Lei indetto il 19 febbraio per impedire che pubblici ufficiali o candidati a cariche elettive possano avere società o conti in paradisi fiscali. Una scelta giusta che potrebbe essere seguita da tanti Paesi in futuro.

Infine, è per noi importante ribadirLe che lo sforzo che sta compiendo nella costruzione di un nuovo mondo multipolare in rispetto della sovranità, dell’autodeterminazione dei popoli e per un modello di globalizzazione più equa è anche il nostro sforzo. Non si arrenda. La stampa internazionale continuerà ad attaccare Lei, come attacca noi in modo infame ogni giorno, ma è proprio il segno più tangibile che la strada intrapresa è proprio quella giusta.

Beppe Grillo e Manlio Di Stefano

Intervento di Paolo Maddalena

È vice presidente emerito della Corte Costituzionale. Si scaglia contro i traditori della patria, che hanno svenduto il paese, i territori, le sue ricchezze, contro quanto sancito dall’art. 42 della Costituzione, che dichiara la preminenza della proprietà pubblica su quella privata. Uscendo dalla Corte Costituzionale voleva tornare a studiare il diritto romano, ma ha visto questo come un lusso che non ci si può permettere, quando il popolo italiano viene derubato, quando Marchionne paga le tasse all’estero e porta la produzione fuori d’Italia e regala 2000 posti di lavoro a Trump, quando la speculazione moltiplica il denaro dal nulla producendo quadrilioni di dollari, quando le spese per i fallimenti bancari come quelli di MPS si fanno ricadere sulla collettività.8

Ha quindi deciso di farsi avanti e dice che il vento è favorevole. Ci dice che chi occupa ciò che i padroni abbandonano è nel giusto, perché terre, fabbriche, case che i proprietari smettono di usare tornano a essere proprietà della collettività.

Stanno attuando il progetto della P2, dice. Stanno soffocando gli italiani sotto il peso di un debito che deve per forza crescere, per il meccanismo che fu instaurato, il 12 febbraio 1981, non a seguito di una discussione in Parlamento, ma con una semplice lettera, quella del divorzio della Banca d’Italia.

Uno degli autori del “divorzio” fu Ciampi, morto da poco. Il manifesto, ricordo, lo esaltò parlando del “debito” che “il paese” aveva nei suoi confronti, quando invece fu artefice di molti dei peggiori attacchi che le masse popolari hanno subito nel corso degli ultimi decenni, e in particolare è artefice della crescita del debito pubblico, partita con il “divorzio” tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro concluso dal governo (nella persona del ministro Nino Andreatta, esponente della “sinistra” democristiana) e da lui, all’epoca governatore della Banca d’Italia.

Sulla questione segnalo che è intervenuta l’Agenzia Stampa del Partito dei CARC e che il (nuovo) PCI ne parla in un suo comunicato. L’Agenzia Stampa rimanda a un Comunicato del nuovo PCI del 2012, che spiega come, sottobanco, nel febbraio 1981 due elementi della borghesia imperialista decidono tra di loro di imprimere una svolta nella politica economica del paese con implicazioni enormi, quella per cui lo Stato, da quel punto in poi, invece di battere moneta per sostenere le spese, e la spesa pubblica innanzitutto, chiederà denaro in prestito. Quel comunicato elenca con precisione i vantaggi che la borghesia imperialista trasse:

1. allentava la pressione fiscale, il rischio di essere chiamata a contribuire alla “spesa pubblica”,

2. trovava un campo proficuo di investimento per i suoi capitali che, stante la sovrapproduzione assoluta di capitale, non aveva modo di investire altrimenti (era l’epoca delle furiose pressioni sui paesi socialisti e sulle semicolonie perché anch’esse si indebitassero),

3. creava un buon pretesto per premere a favore della privatizzazione del settore pubblico dell’economia e dei servizi pubblici, che infatti partì presto alla grande sotto l’alta direzione di Romano Prodi presidente dell’IRI (mentre il debito pubblico, anziché diminuire per i proventi delle privatizzazioni, continuava ad aumentare a gran velocità),

4. poneva le premesse per esigere la “riduzione della spesa pubblica”.

Intervento di Mimmo Porcaro

Parla di una mobilitazione di massa sul piano politico, e non solo su quello sociale. Oggi la lotta di classe assume aspetti per noi nuovi: vediamo, ad esempio, lavoratori che si muovono non per difendersi sul piano sindacale, ma sul piano politico. Secondo lui dobbiamo fare tre cose.

  1. Costruire da subito insieme ad altre forze un programma di governo, per un paese che riprenda il via del progresso sociale e civile.

  2. Muoversi come coalizione. La presenza di Maddalena qui non è una questione individuale, di uno come lui, le cui radici sono chiaramente democristiane, che decide di frequentare “comunistacci” quali noi siamo, ma segno della coalizione in fieri.

  3. Dobbiamo radicalizzare la dimensione socialista della nostra pratica politica. Noi facendo quello che facciamo riapriamo la questione della lotta per il socialismo, e dobbiamo costruire l’autorganizzazione popolare che per questa lotta è base necessaria. D’altro lato, dice, dobbiamo fare una cosa che nessuno in Italia ha mai pensato di fare, e cioè mettere in discussione la posizione geopolitica del paese. Per evitare di essere fatti fuori subito ci vuole la massima unità del popolo italiano. Invita tutti a non avere paura del termine “nazione”. Internazionalismo significa cooperazione di paesi ciascuno dei quali fonda la propria forza sulla base della difesa degli interessi della massima parte della propria popolazione. Abbiamo bisogno di un grande consenso perché il compito è difficile. Perché facciamo così fatica a parlare di nazione quando sosteniamo una rivoluzione come quella di Cuba, che si regge sulle parole d’ordine “patria e socialismo”? Ma infatti, aggiungo, la grande vittoria dell’Armata Rossa dell’URSS non fu in una guerra chiamata “patriottica”, e quella della Resistenza non fu guerra guidata da un Comitato di Liberazione Nazionale, e il Partito Comunista Cinese non condusse una guerra chiamando i cinesi a un fronte unito contro gli occupanti giapponesi?

Intervento di Gualtiero Alunni

Parla a nome della Carovana delle periferie. La vera Roma, dice, è nella sua sterminata periferia, a Tor Bella Monaca, a S. Basilio, ecc., nei posti dove la Carovana lotta per il diritto all’abitare. La Carovana si pone come un nodo di un possibile fronte o coalizione che dir si voglia, per un cambiamento radicale delle cose, incompatibile con alcun riformismo o opportunismo. Noi non abbiamo nulla da perdere, dice: “ribellarsi è giusto e organizzarsi è un dovere”.

Intervento di Sergio Cararo

L’intervento di Cararo è stato importante e segna un’inversione di rotta rispetto a quanto affermato dalla Rete dei Comunisti nel Forum “Il vecchio muore e il nuovo non può nascere” di dicembre e, anche, dallo stesso Cararo il 12 gennaio a Napoli nell’assemblea sull’aggressione a Michele Franco. Il compagno, infatti, afferma che “le condizioni oggettive per un salto di qualità ci sono e bisogna creare quelle soggettive. La Piattaforma sociale Eurostop nasce per questo”. Non spiega, però, i motivi di questa svolta nella sua posizione.

Indica poi, così come fatto da Cremaschi, che la prospettiva è il socialismo e che la rottura con UE, Euro e Nato è una tappa nella lotta per il socialismo. E specifica a sua volta che la rottura non è internazionale, ma il primo paese che rompe apre, sostanzialmente, le porte agli altri. Prosegue dicendo che ci sono delle domande a cui dare risposta. Sono le seguenti.

1. “Quali sono le forze sociali interessate alla rottura in Italia?”. I settori popolari e la piccola-media borghesia impoverita, risponde, di cui il M5S è espressione (non dobbiamo quindi cadere nelle facili etichettature del M5S, afferma, ma comprendere che la sua confusione è la confusione che viene da un ben preciso settore sociale, che è allo sbando e che dobbiamo intercettare e in una certa misura orientare).

2. “Ma chi esce? E come?”. Esce il paese, con un referendum (come la Brexit), con un governo che decide a maggioranza, con un conflitto (come in Russia nel 1917), ecc.

3. “Con quale struttura?”. Ci vuole un movimento politico che orienta questo processo con “duttilità e saggezza”, specifica, ed Eurostop nasce per questo.

4. “Con quale programma? Per adottare quali misure?”. Neutralità dai patti militari, non pagare il debito e altre misure favorevoli ai settori popolari interessati alla rottura.

5. “Quale logica e quale visione?”. Bisogna avere salda la visione internazionalista, essere consapevoli che la rottura di un paese non può che avere un riverbero altrove, la salvaguardia degli interessi degli strati sociali interessati alla rottura e la prospettiva del socialismo.

Queste domande e queste risposte vanno nella direzione di dare “gambe” alla prospettiva della rottura con l’UE, Euro e NATO. È fondamentale indicare quali sono le classi da mobilitare per la rottura (mettendo così una discriminante chiara a destra, come, ad esempio, non fa il Movimento Popolare di Liberazione (MPL) e da qui i suoi sbandamenti tra “sovranità popolare e sovranità nazionale”, come avvenuto anche in questa assemblea dove è arrivato ad affermare addirittura che bisogna “regolare l’immigrazione”), come rompere (la via concreta da seguire), quali misure adottare dopo la rottura e qual è la prospettiva da perseguire (il socialismo). Manca però un punto: quale governo può effettuare questa rottura e adottare le misure che voi stessi indicate?

Intervento di Fabiola d’Aliesio

La compagna (della Direzione Nazionale del P.CARC) dice che è stata una assemblea ricca, una tappa importante per la costruzione di un fronte comune (obiettivo indicato chiaramente da Cremaschi), per l’attuazione delle parti progressiste della Costituzione (come indicato da Maddalena), a partire dalle mobilitazioni delle organizzazioni operaie e popolari che già lo fanno, come fa chi occupa le strutture abbandonate, un fronte che sostenga e promuova la disobbedienza civile come quella di Nicoletta Dosio, e le città ribelli come Napoli. Propone una mozione di solidarietà ai compagni del Si Cobas per l’arresto del loro dirigente Aldo Milani (proposta che, come detto, cadrà nel vuoto).

La rottura non è il fine ma una tappa di un processo il cui obiettivo è il socialismo. Per rompere però effettivamente con l’UE, Euro e Nato bisogna rispondere alle domande poste da Cararo, andando fino in fondo: per rompere ci vuole un governo di emergenza popolare. Nei piani alti nessuno fa gli interessi delle masse popolari, lo si è visto con la Brexit, lo si è visto con Tsipras. Occorrono rigore nelle discussione, unità nella pratica e solidarietà (sono i tre pilastri della politica da fronte di cui parlo sopra, N. d. R.).

L’alternativa è il socialismo e lo dobbiamo dire sempre più ad alta voce, per infondere fiducia nelle masse popolari. Dobbiamo iniziare qui da noi, consapevoli che il primo paese che rompe le catene sarà di esempio per tutti gli altri!

Riassunto

Abbiamo parlato all’inizio di cose nuove emerse dall’assemblea, e le riassumo:

  1. la situazione è favorevole (Maddalena e altri),

  2. le condizioni oggettive per realizzare i nostri obiettivi ci sono (Cararo),

  3. il primo paese che romperà le catene sarà d’esempio per gli altri e quindi l’azione di rottura parte dalla nostra nazione, e questo è il vero internazionalismo (Cremaschi, Cararo, D’Aliesio ma si tratta di una linea condivisa da molti altri),

  4. la rivoluzione socialista è possibile (Cremaschi, Porcaro, Cararo, D’Aliesio) e il socialismo è l’obiettivo della rottura,

  5. non è vero che le masse popolari italiane sono arretrate, sono anzi più avanzate di quanto noi pensiamo (Cremaschi, Porcaro, Cararo). Per valorizzarne tutte le potenzialità bisogna costruire un fronte comune.

Tutte queste non sono “affermazioni di un aggregato”, opinioni, narrazioni, ma sintesi di “fatti”, come dice Cremaschi, cioè definizioni scientifiche della realtà, e come tali terreno solido per partire verso le nuove vaste prospettive che si aprono di fronte al movimento delle masse popolari e al movimento comunista del nostro paese.

In sintesi questa assemblea mostra, concretamente, che “il nuovo sta nascendo”. E a coloro che vogliono vincere questa guerra contro il nemico di classe, perché di guerra si tratta, spetta il compito di spaccare il “capello in quattro” per individuare la via migliore, più efficace per spezzare le catene e perseguirla.

Per il Partito dei CARC

Paolo Babini

Note:

1 http://contropiano.org/news/politica-news/2017/01/31/eurostop-dal-no-sociale-allitalexit-un-percorso-politico-sociale-088436

2 Vedi appello in https://www.facebook.com/events/706590936183621/

3 vedi in https://www.facebook.com/events/1703705303254422/1709660189325600/?notif_t=admin_plan_mall_activity&notif_id=1484567608894117

4 Vedi in http://www.mymovies.it/critica/persone/critica.asp?id=37893&r=934.

5 “Siamo a poco più di cento anni dall’inizio della prima Guerra Mondiale (28 luglio – 4 agosto 1914) ed è impossibile dire fin dove l’umanità dovrà percorrere il catastrofico corso delle cose che, dopo l’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria scatenata dalla vittoria della Rivoluzione d’Ottobre del 1917, la borghesia imperialista ha nuovamente imposto al mondo. Le linee generali di questo corso sono chiare per chi studia la natura e le leggi del sistema imperialista, come all’inizio del secolo scorso era chiaro che la borghesia imperialista portava il mondo alla guerra. Non nascondiamo la testa sotto la sabbia, come allora fecero tutti i partiti socialisti dei paesi imperialisti!” (Comunicato del Comitato Centrale del (nuovo)PCI 21/2015 – 2 settembre 2015)

6 In http://www.nuovopci.it/classic/lenin/fall2ic.html.

7 Vedi in https://ilmanifesto.it/il-25-marzo-a-roma-ce-chi-dice-no-alleuropa-dellausterita/

8 Un quadrilione è 1 seguito da ventiquattro zeri.

9 Tomaselli, dirigente dell’USB, nell’intervento successivo conferma quanto detto da Porcaro: il lavoratore è restio a lottare sul posto di lavoro e poi lo trovi nelle piazze e nelle strade come cittadino e a votare NO. Vuole fare e vuole che si faccia politica.

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