L’attività dei Comitati di Partito clandestini, la differenza fra l’attività del (nuovo)PCI e quella del P.CARC, gli insegnamenti sullo sviluppo organizzativo del partito clandestino

Nel numero 11-12/2016 di Resistenza abbiamo pubblicato un’intervista al Segretario Generale del (n)PCI, il compagno Ulisse. L’intervista è stata oggetto di numerosi gruppi di studio e di discussione all’interno del P.CARC (sono state almeno 15 le discussioni collettive che abbiamo tenuto) e ha permesso di riflettere più a fondo sulla scelta del (n)PCI di essere clandestino, su che cosa significa clandestinità, sul perché il P.CARC non è e non può essere il Partito comunista che guida la lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista e, infine, in che cosa si sostanzia la collaborazione tra il (n)PCI e il P.CARC.
È stata una discussione viva e profonda che ha fatto emergere in modo più chiaro, aperto e diffuso di quanto avvenuto fin qui, una serie di dubbi, perplessità e divergenze su questi temi che esistono tra i nostri compagni, a partire dai membri della Direzione Nazionale e dai Rivoluzionari di Professione.
La loro scoperta è per noi preziosa e i principali elementi emersi dalle discussioni sono materia delle domande della nuova intervista al Segretario Generale del (n)PCI che è la persona più indicata per
fare chiarezza su questi punti.

Il (n)PCI è una sorta di circolo di vertice, ristretto, nascosto, che elabora e “dà la linea” al P.CARC che poi la attua, oppure è un partito a tutti gli effetti con delle proprie strutture anche a livello territoriale e che collabora con il P.CARC?
L’articolo 12 dello Statuto del (n)PCI, pubblicato dopo il I Congresso in La Voce n. 34 pagg. 9-10, dice chiaramente che organizzazioni del (n)PCI sono i Comitati di Partito (CdP) di base e intermedi di vario livello, il Comitato Centrale (CC), le Commissioni di Lavoro del CC e dei CdP. Quindi il (n)PCI è, per dirla con le vostre parole, “un partito a tutti gli effetti”. Questa è però la struttura organizzativa che ci siamo proposti di costruire da quando abbiamo costituito la Commissione Preparatoria del Congresso di fondazione del Partito, di cui si tratta in La Voce n. 1 del marzo 1999. La costruzione di una rete di CdP estesa a tutto il paese e con relazioni, clandestine ovviamente, tra i CdP dei vari livelli, da quelli di base, e cioè di azienda (1. azienda capitalista, 2. azienda pubblica che produce merci, 3. istituzione pubblica che produce servizi non destinati alla vendita) e di zona d’abitazione (CdP territoriali), a quelli delle metropoli e delle regioni fino al CC, questa costruzione fa parte della fase del consolidamento e rafforzamento del Partito. Questo lavoro è ancora in corso e ha una storia. Siamo lontani dall’averlo portato a un livello tale da poter passare alla fase superiore del nostro lavoro, quella in cui saremo effettivamente, e non solo nei nostri propositi, lo Stato Maggiore della classe operaia che lotta contro la borghesia per instaurare il socialismo. In un certo senso come il PCI lo era dopo la Resistenza e come lo è stato ancora per alcuni anni anche dopo il 1956; come le Brigate Rosse lo erano diventate in una certa misura verso la fine degli anni ’70.

Vale la pena di precisare che entra a far parte del Partito chi chiede di entrare, se il Partito lo accetta come candidato e se conduce in porto con esito positivo la candidatura. Anche questa è una risposta che ha una storia e ha avuto alcune varianti. Alla fondazione della Commissione Preparatoria (CP) del Congresso puntavamo su uno sviluppo relativamente rapido di CdP. Eravamo convinti che varie delle Forze Soggettive della Rivoluzione Socialista (FSRS) avrebbero partecipato con noi alla preparazione del Congresso di fondazione, costituendo CdP ai vari livelli, stabilendo relazioni con la CP e partecipando al lavoro comune della preparazione del Congresso (all’elaborazione e discussione dei progetti di programma e alla preparazione organizzativa del Congresso). In un primo tempo abbiamo invitato ed esortato ogni FSRS a costituire clandestinamente CdP, a incominciare a lavorare secondo la linea indicata in La Voce e a stabilire il contatto con la CP. La verifica dei CdP e dei singoli membri si sarebbe fatta nel corso del lavoro comune della preparazione del Congresso. Ma abbiamo constatato che le FSRS non rispondevano come noi avevamo pensato.
Col tempo abbiamo capito anche perché. Eravamo stati idealisti. In alcuni casi avevamo pensato che una FSRS volesse realmente fare quello che diceva. In altri avevamo confuso quello che ognuna di esse pensava di essere, con quello che essa realmente era. In sostanza avevamo pensato che, siccome noi davamo risposta alle domande che ognuna di esse apertamente si poneva, a quello che apparentemente cercava e a cui dichiarava di aspirare, essa sarebbe venuta con noi. In sostanza avevamo sottovalutato sia la separazione tra teoria e pratica, separazione tradizionale nei paesi imperialisti e in Italia, per precise ragioni storiche, più che in altri; sia gli effetti del sistema di controrivoluzione preventiva e le “tre trappole” messe in opera dalla borghesia e dal clero illustrate nell’articolo su La Voce n. 54 pagg. 17-19.

Questo progetto non ha funzionato a causa della concezione idealista che aveva presieduto alla sua elaborazione. L’essere sociale degli organismi, dei gruppi e degli individui non corrisponde alla coscienza che essi ne hanno e ancora meno a quello che dichiarano di sé. Noi, idealisticamente, ci eravamo basati sulla coscienza che le FSRS avevano di sé o, peggio ancora, su quello che dicevano di sé: non avevamo tenuto abbastanza conto dell’essere sociale di ognuna.
In un secondo tempo siamo passati ai contatti individuali: su iniziativa della CP o su iniziativa dei singoli. Infine siamo passati all’invito che oggi compare nella chiusura di molti nostri comunicati: costituite clandestinamente CdP che studiano il Manifesto Programma, stabiliscono il contatto con il Centro del Partito e promuovono la costituzione di organizzazioni operaie e organizzazioni popolari e il loro orientamento a costituire il Governo di Blocco Popolare. Quindi la verifica dell’organismo e la candidatura dei singoli sono rinviate a contatto stabilito e avvengono principalmente a lavoro avviato.

La fondazione del Partito si è rivelata quindi più difficile e lunga di quanto pensavamo. Abbiamo costituito il Partito solo nel 2004, pubblicato il Manifesto Programma solo nel 2008 (lo hanno dato alle stampe le Edizioni Rapporti Sociali, divenute nel frattempo edizioni del P.CARC) e solo nell’inverno 2009/2010 siamo riusciti a tenere il I Congresso. Comunque avevamo creato le condizioni sufficienti sia per costituire il Partito che per tenere nella clandestinità il suo I Congresso. E non è cosa da poco.
Il consolidamento e rafforzamento del Partito si è rivelato dunque più difficile e più lento di quanto pensavamo quando fondammo la CP. Abbiamo via via compreso meglio l’origine e la natura delle difficoltà e imparato ad affrontarle. Facendo il bilancio del movimento comunista nella prima ondata della rivoluzione proletaria abbiamo capito meglio perché i comunisti dei paesi imperialisti incontravano superiori difficoltà nella trasformazione, necessaria per diventare i promotori e costruttori della rivoluzione socialista (essere non solo soggetto, ma anche oggetto della rivoluzione socialista, il processo di formazione e di Riforma Intellettuale e Morale (RIM), che dovevamo compiere e far compiere a chi si candida; i percorsi di Critica-Autocritica-Trasfromazione (CAT) che il Partito doveva promuovere tra i suoi membri a partire dalla testa). Non basta che ogni comunista dia il meglio di cui è capace restando quello che è per la formazione che ha ricevuto dall’ambiente in cui è cresciuto e le condizioni in cui si trova: come era nella concezione e in parte anche nella pratica del primo movimento comunista, nell’ambito del marxismo-leninismo. Grazie al marxismo-leninismo-maoismo abbiamo capito che chi aderisce al Partito deve essere disposto a trasformare la propria concezione e mentalità e in una certa misura anche la sua personalità e seguire sotto la direzione del Partito un processo di RIM finalizzato all’assolvimento dei compiti posti dal suo collettivo e dal Partito. Quindi abbiamo compreso meglio che, per assimilare e praticare la scienza della rivoluzione socialista, i comunisti del nostro paese dovevano compiere una trasformazione particolare, necessaria perché il Partito superi le due tare (economicismo e riformismo) frutto dell’influenza al nostro interno e all’interno del movimento comunista della concezione impersonata dalla sinistra borghese, che è all’origine delle tendenze antipartito e anticomuniste che si esprimono nelle concezioni estremiste “di sinistra” (soggettivismo, “lotta lotta”, ribellismo misto a liberalismo) e nelle concezioni opportuniste di destra (codismo, individualismo, familismo, localismo). Abbiamo compreso meglio la lotta che dobbiamo condurre nelle nostre file contro il sistema di controrivoluzione preventiva e le tre trappole illustrate nell’articolo, già citato, pubblicato su La Voce n. 54.

La difficoltà che abbiamo incontrato e incontriamo a costituire CdP non ci ha scoraggiato e tanto meno ci ha fatto desistere dal proposito. Non ci dedichiamo a fare la rivoluzione socialista perché è facile farla.
Noi ora stiamo facendo la rivoluzione socialista. Abbiamo fondato il partito comunista perché è necessario per fare la rivoluzione socialista. E oggi a ragion veduta in Italia i comunisti sono organizzati in due partiti distinti, il (nuovo) PCI e il Partito dei CARC.

Che cosa c’è di diverso tra militare nel (n)PCI e militare nel P.CARC? E quali sono le varie forme di militanza nel (n)PCI?
La differenza si può riassumere nei seguenti punti.
1. Un CdP fa, in un’azienda (un CdP d’azienda) o nella zona d’abitazione di sua competenza (un CdP territoriale), ciò che fa la migliore Sezione e la migliore Segreteria Federale (SF) del P.CARC: esattamente le stesse cose e tutte? No, quelle che il CdP impara a fare senza comparire pubblicamente come organismo (e tanto meno come organismo che è diramazione locale, punto locale della rete nazionale del partito), cioè impara a farle clandestinamente. Ma le fa con la scienza e la coscienza superiori che gli derivano dalla sua partecipazione sistematica al lavoro del (n)PCI. Quindi un CdP fa anche, ma sistematicamente e a un livello superiore, tutto quello che è indicato in La Voce n. 49 pag. 50 a un organismo e a un membro del P.CARC, a ogni simpatizzante del (n)PCI e a ogni persona avanzata.
2. In più, rispetto alla migliore Sezione e della migliore SF del P.CARC, ogni CdP:
– conferisce sistematicamente, tramite la relazione organizzata e clandestina che ha con il Centro del (n)PCI (direttamente o tramite il CdP gerarchicamente di livello superiore, tramite il CdP che lo dirige), la scienza che esso ricava dalla sua attività e, nella misura in cui non è ancora in grado di ricavarne tanta quanta ne ricaverebbe il Centro, nella misura in cui è ancora poco capace di elaborare la propria esperienza, trasmette l’esperienza che fa, quello che vede e sente;
– può arrivare, infiltrarsi, agire, può sentire, fare, esercitare influenza e reclutare in luoghi e posizioni dai quali un organismo pubblico [e il membro pubblico di un organismo pubblico] comunista è escluso (negli uffici confindustriali, fra il clero, nei partiti e sindacati nemici, fra le Forze dell’Ordine o nei corpi militari, ad esempio);
– estende la propaganda e l’agitazione oltre quei limiti legali che la migliore sezione e la migliore SF del P.CARC deve rispettare. Non rispettandoli, una Sezione e una SF del P.CARC scadrebbe al livello della propaganda e dell’agitazione retoriche della sinistra borghese e delle FSRS “di sinistra” (estremismo “barricadero”, ma velleitario) alimentando nei suoi membri e nelle masse popolari che raggiunge con quella propaganda la separazione teoria-pratica, che è una delle piaghe del movimento comunista nei paesi imperialisti;
– è formato e attrezzato per fare (e fa) attività difensive e offensive che la migliore Sezione e la migliore SF del P.CARC non fa, non è formata e attrezzata per fare e che non deve fare (farle sarebbe, per un partito legale, velleitarismo, avventurismo o provocazione).

A questo si aggiungono due cose.
1. Il (n)PCI ha come orizzonte di attività teorica e pratica l’instaurazione del socialismo e la transizione dal capitalismo al comunismo. Si occupa della tattica della fase (ad esempio in Italia a partire dal 2009 della creazione delle condizioni necessarie per costituire il GBP e della costituzione del GBP) ma solo come parte di un percorso più lungo e quindi tenendo già conto di questo, del dopo e del contesto. Invece il P.CARC si occupa principalmente della creazione delle condizioni necessarie per costituire il GBP e della costituzione del GBP.

2. Il livello minimo di un membro del (n)PCI implica l’adesione senza riserve alla causa impersonata dal (n)PCI: chi entra a far parte del (n)PCI vi entra guidato dalla concezione comunista del mondo. Invece il livello minimo di un membro del P.CARC è quello che indicate come livello del membro di base: può entrare nel P.CARC anche una persona guidata ancora dal senso comune.

Quanto alle forme di militanza nel (n)PCI, ogni membro del Partito svolge clandestinamente la sua attività di Partito e tiene rapporti clandestini con il Partito, ma vi sono compagni che vivono in condizioni di clandestinità totale (generalità false, documenti falsi, ecc.) e compagni che apparentemente hanno una vita normale, fanno un lavoro come tanti altri, hanno famiglia, ecc. Ma ogni compagno sa che da un momento all’altro il Partito può chiedergli di lasciare tutto, di spostarsi altrove o passare nella clandestinità completa. Per uno che non è disposto a questo, le dichiarazioni di essere disposto a dare la sua vita e sacrificare la sua libertà per la causa, sono dichiarazioni retoriche, false, che valgono fino a quando non le deve mettere in pratica. Anche se una certa divisione tra “truppe mobili” e “truppe stanziali” nei fatti c’è, nel Partito non ne facciamo una divisione di principio. Alimenteremmo la separazione tra teoria e pratica. Resta una contraddizione interna che emerge in ogni lotta tra le due linee.

Diversi compagni hanno evidenziato che da qualche anno su La Voce non vengono pubblicate notizie circa l’attività dei Comitati di Partito, anche il numero di comunicati che producevano è sceso. È possibile sapere il perché? Forse anche nel (n)PCI in questi anni è avvenuto e sta avvenendo un processo di sperimentazione, trasformazione e lotta tra le due linee per “elevare la propria pratica all’altezza della teoria”? Se sì, in cosa consiste?
Effettivamente per alcuni anni abbiamo seguito la linea di “iniziare simultaneamente da più parti a creare CdP” come indicato nei primi numeri di La Voce. L’indicazione era di non aspettare di stabilire il rapporto con il Centro per iniziare il lavoro. Questa linea resta valida ancora oggi. Per alcuni anni si sono costituiti CdP con relativa facilità. Ma abbiamo poi constatato che molti CdP non svolgevano un’attività efficace di reclutamento e di formazione né un lavoro efficace di mobilitazione, di organizzazione, di propaganda e tanto meno di direzione. E il loro livello non cresceva. In alcuni casi l’attività che svolgevano si limitava sostanzialmente ad attività di propaganda verso l’esterno. In altri casi l’adesione alla clandestinità era di facciata, retorica. In altri casi la tradizione e l’ambiente tiravano i CdP verso il basso, verso un’attività pubblica per la quale la clandestinità era principalmente un inciampo. Abbiamo quindi dovuto sciogliere alcuni CdP, altri si sono sciolti per scelta propria, altri si sono elevati di livello e se ne vedranno gli effetti. In termini generali, abbiamo dovuto prendere un percorso più lungo ma che riteniamo più efficace. Stiamo sperimentando. Su questo però non posso entrare più in dettaglio per ragioni di clandestinità.

Nell’articolo pubblicato su La Voce n. 49 “La nostra opera è grande. Il contributo di ognuno prezioso” illustrate le vie per contribuire al lavoro del (n)PCI. Dalle discussioni dell’intervista è emerso che sono pochi i compagni del P.CARC che si cimentano in questo: è diffusa l’idea che essere nel P.CARC già è una forma di collaborazione con il (n)PCI e che è sufficiente. Che appello ti senti di lanciare ai compagni che tentennano a sviluppare questa collaborazione attiva e diretta oppure che non la prendono in considerazione?
Il P.CARC è per noi un partito fratello. Lavoriamo alla stessa causa. Lo sviluppo del P.CARC aiuta il nostro sviluppo e d’altra parte noi sosteniamo a nostra maniera il P.CARC: non è un caso che i nostri documenti sono largamente usati a tutti i livelli nel P.CARC per la formazione interna, per la propaganda e credo che lo siano anche per tracciare la linea da seguire. Ognuno dei due partiti decide la sua linea, come due laboratori di ricerca distinti e autonomi che collaborano tra loro alla stessa ricerca. Tra noi non ci sono brevetti, concorrenza, segreti industriali, come tra capitalisti o tra gruppi e partiti della sinistra borghese che aspirano agli stessi voti e alle stesse cariche pubbliche. La verità a cui giungiamo è comune e ognuno dei due partiti la usa e la condivide. Se una conclusione è giusta, è giusta per tutti e due i laboratori: gli errori possono essere tanti, la verità è unica, relativa allo stato delle cose ma unica.

Quindi è giusto e inevitabile che il P.CARC sia d’accordo con il (n)PCI se questi afferma una cosa giusta, una cosa vera. E viceversa è giusto e inevitabile che il (n)PCI sia d’accordo con il P.CARC se questi afferma una cosa giusta, una cosa vera. La coincidenza non dipende dalla sottomissione gerarchica di un partito all’altro, ma dal fatto che entrambi cercano la verità in ogni situazione concreta in cui sono impegnati entrambi, cercano quale è la linea giusta da seguire. Nella fase della ricerca e dell’inchiesta, i due partiti collaborano (DFA – Dibattito Franco e Aperto) perché perseguono lo stesso obiettivo immediato: la creazione delle condizioni necessarie a costituire il GBP come passo per avanzare nella rinascita del movimento comunista. In linea di massima dirige chi ha una visione più lungimirante, ma perché dice cose giuste, non perché statutariamente l’altro deve accettare e obbedire. È vero che la clandestinità mette di regola il (n)PCI in una posizione di vantaggio quanto alla capacità di comprensione, dell’inchiesta, del lavoro collettivo, ma noi siamo per l’unità sulla base della comprensione e della convinzione, non per l’unità sulla base della disciplina o per l’unità identitaria (per fede, per tradizione: questa è solo un primo gradino). Rispetto al (n)PCI, anche nella ricerca il P.CARC è più limitato dal potere della borghesia e accoglie anche compagni di livello ideologico più basso (compagni di base), quindi come organismo complessivo è un collettivo di livello medio più basso. Ma questo è il rovescio della medaglia del ruolo positivo che svolge: sfrutta le conquiste strappate dalle masse nel passato in termini di agibilità politica e le mobilita tramite l’esercizio dei diritti strappati; mobilita, organizza e forma anche persone ancora poco impegnate e ancora arretrate quanto a concezione del mondo, le mobilita sulla base del senso comune, di quello che anche secondo il senso comune è giusto. Insomma siamo diversi ma uniti dall’immediato obiettivo comune e in qualche misura complementari.

Detto ciò, ogni membro e organismo del P.CARC può sostenerci di più, direttamente come dite voi, prendendo autonomamente le iniziative indicate nell’articolo che avete citato. Dico di più: ogni compagno del P.CARC che capisce l’importanza della nostra opera ai fini della causa comune, deve non limitarsi a prendere lui l’una o l’altra delle tredici iniziative indicate nell’articolo de La Voce, ma incitare altri compagni e persone avanzate a farlo, illustrare loro l’utilità dell’opera del (n)PCI per la causa comune. La solidarietà e la vicinanza del P.CARC con il (n)PCI è sciocco nasconderle per sicurezza: è il segreto di Pulcinella. Se la Repubblica Pontificia vi criminalizza per questo, ci sono ampi margini per “vendere cara la pelle”, come avete fatto contro l’attacco orchestrato da Giovagnoli e che si è concluso con una piena vittoria [si riferisce all’ottavo procedimento giudiziario contro la Carovana, conclusosi nel 2008 con l’assoluzione dalle accuse di terrorismo promosse dalla Procura di bologna – ndr]. Bisogna invece insegnare che l’opera del (n)PCI è grande, giusta e utile a tutti i comunisti, senza vergognarsi perché per un motivo o l’altro chi lo insegna, personalmente non è ancora disposto ad arruolarsi nel (n)PCI. D’altra parte il (n)PCI ha anche regole e principi per selezionare i suoi candidati e quindi ci sono compagni che volentieri si candiderebbero e che noi non accettiamo perché a ragion veduta riteniamo che le candidature non arriverebbero a compimento o, comunque, che è meglio che stiano dove sono. Faccio alcuni esempi. Pensate a una coppia con molti figli piccoli o a una persona gravemente handicappata. Quindi che ogni compagno ci aiuti ad allargare la nostra propaganda, a diffondere tra le masse popolari la nostra propaganda e le nostre parole d’ordine, senza aspettare di essere membro o candidato del Partito. Chi non può fare cento, che faccia cinquanta, che faccia dieci. Sarà comunque un contributo alla causa comune, di cui il Partito si gioverà.
La rivoluzione socialista è possibile, su questo non ci sono dubbi. Ce lo conferma non solo l’esempio dell’Unione Sovietica, ma anche tutta l’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria. Questa mostra che ogni sconfitta è dovuta a errori precisi rispetto a verità già note o a errori dovuti alla non conoscenza di cose che proprio grazie a quell’errore abbiamo ora capito.
Che la rivoluzione socialista è possibile è dimostrato più dai grandi sforzi che borghesia e clero fanno per soffocarne i vagiti e i germi, che da quello che abbiamo già fatto noi comunisti. Ci vuole molta generosità e intelligenza per dedicare la propria vita e le proprie risorse a una causa che da duecento anni è nota ma che non siamo ancora riusciti a fare. Questo faceva dire a Stalin che i comunisti sono uomini di una pasta speciale. Avrebbe meglio dovuto dire che i comunisti sono uomini diventati diversi da quelli che la società borghese genera, diventati speciali. Ma la sostanza è quella ed è questo il cammino che auguro di imboccare a ogni lettore di Resistenza.

“Molti sono i modi con cui un compagno può contribuire alla nostra azione pur non candidandosi al Partito (né, più in generale, entrando a far parte di organismi della Carovana del (n)PCI). Ne indichiamo alcuni, per rendere l’idea:
– farci avere il suo indirizzario mail per potenziare la nostra lista di distribuzione,
– aggiornarci sull’andamento della lotta di classe in aziende capitaliste e pubbliche nella sua zona,
– aggiornarci su quanto avviene nella sua zona (smantellamento di industrie, lotte operaie, lotte ambientaliste, ecc.),
– segnalarci iniziative interessanti che si tengono nella sua zona e singoli e/o organismi su cui reputa che è opportuno che noi interveniamo,
– farci avere comunicati, volantini e prese di posizione prodotti da organismi della zona che ritiene utile farci conoscere,
– inviarci resoconti di iniziative e manifestazioni a cui partecipa, segnalandoci le persone interessanti su cui intervenire e i loro recapiti,
– diffondere su Facebook i comunicati del Partito,
– proporre temi da trattare su La Voce e inviarci le sue considerazioni (riflessioni, critiche, proposte) sulla rivista,
– riprodurre e diffondere La Voce nella sua cerchia,
– raccogliere e trasmetterci valutazioni e considerazioni sulla nostra propaganda,
– farci sottoscrizioni,
– metterci in collegamento con persone o organismi,
– dare un sostegno logistico per lo sviluppo dell’attività del Partito (ad es. metterci a disposizione seconde case o affittare a suo nome locali per tenere riunioni clandestine, ecc.)” – da La Voce n. 49, pag 50.

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