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Il tema dell’analfabetismo di ritorno tra le masse popolari del nostro Paese viene trattato con interesse da varie testate giornalistiche della sinistra borghese del nostro paese. Oggi raccogliamo gli scritti del Manifesto e di Contropiano e li rilanciamo per promuovere il dibattito su questo tema.

Nell’articolo de Il Manifesto, Paolo Ercolani, dice che sette persone su dieci nel nostro paese sono vittima di analfabetismo di ritorno cioè dell’incapacità di leggere un documento di dieci righe consecutive e di comprenderne il significato.

A questa fotografia del presente Paolo Ercolani vuole parlare “ai tre su dieci che ancora non sono analfabeti” dicendo loro che è normale che si sentano circondati da analfabeti e che non possono fare altro che piangere del cattivo presente.

La Redazione di Contropiano ha il merito di denunciare e contrastare l’odioso disfattismo di Paolo Ercolani ponendo al centro dell’attenzione del lettore che, oggi, è possibile ricostruire un movimento cosciente delle masse popolari sulla base delle lotte spontanee che le stesse sono costrette a promuovere per resistere agli effetti della crisi.

A quanto dice la Redazione di Contropiano noi aggiungiamo che sì, è vero che oggi dobbiamo valorizzare la resistenza della classe operaia e delle masse popolari al procedere della crisi (chiusura di aziende, smantellamento dei servizi, ecc), ma che dobbiamo fare di ognuna di queste lotte una scuola di comunismo e cioè farne esperienza pratica di costruzione di una nuova governabilità del nostro paese, quella in cui gli operai e le masse organizzate in organismi, comitato, collettivi di fabbrica, di scuola, di quartiere, ecc. decidono del loro destino e di quello che li circonda. Cioè prendono decisione concrete per gestire il territorio che vivono con le buone o le cattive. Cioè impongono su scala nazionale un loro governo, il governo d’emergenza popolare.

Aggiungiamo ancora che oggi chi vuole assumersi la responsabilità di fare la rivoluzione socialista nel nostro paese deve partire dal dato reale che la borghesia imperialista ha invischiato le masse popolari dei paesi imperialisti in tre trappole per distoglierle dal fare la rivoluzione socialista e che solo noi comunisti possiamo farle uscire portandole a fare la rivoluzione socialista e via via imparare sulla base della propria esperienza diretta e trasformarsi anche intellettualmente e moralmente. A tal proposito proponiamo un approfondimento, si tratta di un articolo de La Voce 54 del (n)PCI.

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Da La Voce 54 del (n)PCI

Le tre trappole

La borghesia imperialista ha invischiato le masse popolari dei paesi imperialisti in tre trappole per distoglierle dal fare la rivoluzione socialista. Solo noi comunisti possiamo farle uscire portandole a fare la rivoluzione socialista e via via imparare sulla base della loro propria esperienza diretta e tra- sformarsi anche intellettualmente e moralmente. La cultura dominante è quella della classe dominante. La borghesia imperialista e il clero confinano le masse popolari in condizioni che le escludono dall’imparare a pensare. Ecco due affermazioni su cui concordano molti esponenti delle FSRS e anche della sinistra borghese, finché le diciamo in astratto, senza indicare gli impegni concreti che ne derivano per noi comunisti. Ma proviamo a tradurle nelle conseguenze prati che che da esse derivano per chi è contro il catastrofico corso delle cose e vuole porvi fine. È proprio quello che noi comunisti facciamo per noi stessi. Solo grazie a questo rendiamo il nostro Partito capace di portare le masse popolari a fare la rivoluzione socialista nonostante le trappole predisposte dalla borghesia e sulla base della loro stessa esperienza diretta, a trasformarsi anche intellettualmente e moralmente. Nel nostro Manifesto Programma abbiamo illustrato (cap. 1.3.3) il sistema di controrivoluzione preventiva: l’insieme di attività, di linee e di istituzioni con cui la borghesia imperialista ostacola prevenendolo lo sviluppo della rivoluzione socialista, messo in opera a partire dall’inizio del secolo XX negli USA ed esteso su grande scala a tutti i paesi imperialisti a partire dalla fine della seconda Guerra Mondiale. Abbiamo in quel contesto illustrato il primo pilastro e in particolare l’ampia diffusione di teorie che creano un meccanismo di intossicazione, confusione e diversione dalla realtà diretto a conformare la mente e i cuori delle masse popolari distogliendole dalla lotta di classe e soprattutto dalla comprensione delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe. Abbiamo anche più volte detto che è sbagliato pensare che con esso la borghesia sia in grado di “formare” a suo piacimento la coscienza delle masse, per grande che sia la potenza degli strumenti messi in opera: sulla coscienze e sui sentimenti dei membri delle masse popolari agiscono pur sempre anche l’esperienza diretta dell’oppressione di classe (e questo è un fattore diffuso e capillare, che la borghesia non è in grado di eliminare) e l’attività politica e la propaganda dei comunisti (per deboli che siano gli strumenti di cui questi dispongono, potenziati però quanto ad efficacia dalla loro consonanza con l’esperienza diretta delle masse popolari e sta a noi raffinarli, potenziarli e renderli più efficaci). Diciamo che questa pervasiva, variegata e variopinta cultura (che continua ma di gran lungo supera le religioni che nel passato assolsero lo stesso compito) di evasione dalla realtà e di confusione e intossicazione dei sentimenti e delle menti, è la prima delle tre trappole in cui la borghesia invischia le masse popolari dei paesi imperialisti e cerca di paralizzarle. La seconda delle tre trappole sono le attività correnti. La borghesia imperialista ha moltiplicato e diversificato le attività del tempo libero, gli oggetti di consumo e d’uso messi a disposizioni delle masse popolari dei paesi imperialisti, le droghe e gli psicofarmaci in circolazione, le relazioni tra individui e gruppi fatti diventare relazioni sociali imposte a ogni individuo fino a saturare il tempo libero che i lavoratori hanno strappato alla borghesia e anche quello di chi non lavora. Al punto che oggi spesso nei paesi imperialisti lavoratori che sono impegnati nel lavoro remunerato quaranta o meno ore alla settimana (comunque circa la metà di quanto lo fossero i loro nonni) si trovano inavvertitamente a non riuscire a disporre di tempo per l’attività politica. Impegni familiari, relazioni sociali, attività, hobby e droghe saturano il loro tempo lasciato libero dal lavoro in produzione. La terza delle tre trappole è il mondo virtuale, di creazione relativamente più recente, di cui sono preda in particolare i membri della generazione più giovane, per i quali si è aggiunto al programma lanciato dalla borghesia nel ‘68: droga, sesso e rock-and-roll. Un mondo di immagini, attività, parole, suoni giochi e chiacchiere (chats) su tutto e su niente e soprattutto senza conclusione, aperto a tutti e simil-democratico, disponibile via Internet e alla portata di ogni individuo. Un mondo che simula il mondo reale, libero però dai limiti e restrizioni che il mondo reale comporta, frutto di fantasia e immaginazione. I videogiochi sono il caso esemplare di un mondo che assorbe attenzione, mente, sentimenti e tempo senza i limiti di fatica, di regole sociali e della reazione degli altri individui. Con il mondo virtuale viene messo a disposizione di ogni individuo quello che senza Internet era appannaggio degli artisti della borghesia imperialista: creare opere d’arte non intese ad aiutare a capire il mondo, ma a produrre un mondo immaginario e a confondere impressioni e immagini del mondo reale. Distogliere dal mondo reale a vantaggio di un mondo immaginario e arbitrario in cui rifugiarsi anziché trasformare il mondo reale. Si tratta di tre trappole in cui la borghesia imperialista ha invischiato (sprofondato) le masse popolari. Capire e riconoscere l’esistenza di queste tre trappole e la loro relativa efficacia nel distogliere le masse popolari dalla partecipazione consapevole e organizzata alla lotta di classe è però solo il primo passo. Si tratta poi di trovare la strada per farvi fronte e su questo il nostro Manifesto Programma non è affatto esauriente. È un aspetto che abbiamo elaborato nella letteratura del Partito successiva alla diffusione del MP (2008). Bisogna che i comunisti anzitutto si liberino loro stessi da queste tre trappole. Questa è un’attività consapevole, che i membri del Partito assumono di fare aderendo ed essendo accolti nel Partito e in questo modo distinguendosi dal resto delle masse popolari. Queste si libereranno dalle tre trappole man mano che mosse dall’attività del Partito e dalla ribellione alla condizione pratica in cui la borghesia le costringe, quindi sostanzialmente ancora sulla base del senso comune con cui si ritrovano, parteciperanno nella pratica alla rivoluzione socialista. Detto in sintesi: per i membri del Partito è la coscienza che determina la loro attività. Per il re-sto delle masse popolari è la pratica che determina la loro coscienza e alla pratica arrivano per effetto dell’attività del Partito e per la ribellione alle condizioni che la borghesia impone loro. La Riforma Intellettuale e Morale (RIM) che sempre più sistematicamente sviluppiamo nel Partito libera i membri del Partito dalle tre trappole. Qui noi facciamo leva sulla adesione volontaria dei candidati e dei membri perché ognuno di essi segua con disciplina e dedizione la “scuola del Partito” e compia lo sforzo e la coercizione su se stesso necessari per imparare a pensare, a progettare l’attività propria e degli organismi di cui fa parte, a collaborare con gli altri compagni, a legarsi alle masse, a verificare nella pratica del lavoro di massa le idee e i progetti. I comunisti che restano al livello intellettuale e morale in cui oggi la borghesia e il suo clero confinano le masse popolari dei paesi imperialisti, non sono in grado di svolgere i compiti che i comunisti devono svolgere per portare le masse a fare la rivoluzione socialista. Nelle nostre file abbiamo lanciato spesso la parola d’ordine “chi non studia non è in grado di dirigere”. Essa è giusta, ma in un certo senso è limitata. Non si tratta solo di studiare sia pure nel senso più vasto e più pratico del termine (apprendere la concezione comunista del mondo, assimilarla sostituendola al senso comune con cui ci ritroviamo, applicarla traducendola nel particolare della situazione concreta in cui operiamo, verificarla e arricchirla con i risultati del bilancio dell’esperienza). Si tratta per ogni membro del Partito di trasformare la propria concezione del mondo, la propria mentalità e in una certa misura anche la propria personalità, per rendersi adeguato a promuovere la rivoluzione socialista, a far partecipare le masse popolari e in primo luogo la classe operaia alla rivoluzione socialista.

I membri del Partito devono educarsi ed essere educati a resistere al sistema di intossicazione dell’opinione pubblica e dei sentimenti, alla saturazione del tempo con la moltiplicazione delle attività correnti, alla fuga nel mondo virtuale. Rispetto alla disinformazione devono educarsi ed essere educati 1. ad avere spirito critico, diffidare dell’informazione corrente che è uno strumento di intossicazione, confusione e diversione, 2. a studiare in modo serio gli argomenti e attingere a fonti che non sono di massa (più sono di massa, più sono intossicanti).

Devono abituarsi ad usare la televisione ed Internet per informarsi o per svolgere altre attività che servono al Partito. Un membro del Partito va su Internet come va in biblioteca: per attingere a ragion veduta informazioni per attività di Partito

oppure per usarlo per la nostra propaganda. I percorsi di critica-autocritica-trasformazione messi a punto per ogni singolo compagno e perseguiti fino a risultato conseguito sono uno strumento indispensabile e potente per la RIM.

In proposito bisogna insegnare a ogni membro del Partito che la critica non è “togliere un punto” a qualcuno, ma mettere in luce un limite e indicargli un pezzo di strada da fare per superarlo, per diventare migliore (quindi, per capirci, non ha senso dire “accetto la critica”: bisogna invece dire “riconosco il limite, ringrazio i compagni/il collettivo che me lo hanno messo in luce e per superarlo intendo fare questo e quello oltre a quanto mi è stato indicato oppure indicatemi/aiutatemi a superarlo”). L’autocritica non è “togliersi un punto” ma illustrare il limite che il compagno ha individuato nella propria concezione del mondo, nella propria mentalità o nella propria personalità e indicare il percorso che il compagno intende seguire per superare quel limite e migliorare. Noi comunisti indichiamo e pratichiamo la scelta di vita che lega ogni individuo che la fa propria al resto dell’umanità che lo circonda: gli dà la sua effettiva ragione di esistere. Individualmente lo salva dallo sbandamento e dalla depressione da esuberi che affligge gran parte dell’umanità che non è più alla disperata ricerca di che soddisfare i suoi bisogni animali e che non si dà a fedi religiose nell’ultraterreno o nel dio denaro. Ciò è uno dei vantaggi di cui oggi godiamo noi comunisti. Ma esso è il risultato di una scelta e di una trasformazione.

Sergio G.

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L’epoca delle folle analfabete

di Redazione Contropiano – Paolo Ercolani *

l tema dell’analfabetismo funzionale sta diventando centrale nell’analisi delle mutazioni antropologiche degli ultimi venti anni, a far data insomma dall’esplosione dell’uso di massa di device elettronici e di una subcultura fondata sull’immagine (o addirittura sull’icona o l’emoticon)

Anche su Contropiano ce ne siamo occupati spesso (qui, qui ed anche qui, per esempio). E dunque ci sembra che questo articolo tratto da il manifesto sia largamente condivisibile. Tranne che nelle conclusioni politiche, davvero demoralizzanti.

E’ chiaro che la costruzione di una “coscienza antagonista”, nel quadro descritto, sia terribilmente più difficile ora di quanto non fosse – una data a caso – negli anni ’70. Ma questa difficoltà appare insormontabile solo se si ritiene che l’unica via per la conquista della consapevolezza passi attraverso il testo scritto (ovviamente non può passare per la cruna dell’immagine che “dovrebbe parlare da sé”).

E’ un’esperienza che si fa comunemente nel conflitto sociale, soprattutto sindacale, di ogni giorno. La “gente” – lavoratori sotto ogni tipologia contrattuale – a prescindere dall’età e dall’utilizzo di strumenti di informazione “di rete”, fa una fatica mostruosa a uscire dalla passività e disporsi alla mobilitazione. Specco, spiegherebbero alcuni sindacalisti di base di lunga esperienza. “si rivolgono a noi solo quando stanno per essere licenziati o già lo sono stati”. Un esempio? i lavoratori di Almaviva, in particolare della sede di Roma, che fino al licenziamento – peraltro ampiamente preannunciato anche dai media nazionali – disertavano qualsiasi inizitiva indetta a propria difesa (come i sit in sotto il ministero dello sviluppo economico, nei giorni in cui era convocato “il tavolo” che li riguardava). Dopo il licenziamento, tutti in strada…

Uscire da questa condizione – impotenza sociale, ignoranza indotta, confusione di lunga durata, ecc – è un processo che si può fare solo nella realtà del conflitto. Di qualsiasi genere. Prendi coscienza solo quando “sbatti” contro qualcosa, sia che tu stia guardando uno schermo di smartphone, sia che ti aggiri come uno zombie tra gli scaffali di un ipermarket.

Difficile? Non più di quanto lo sia stato per gli analfabeti veri che venivano arruolati a forza nelle fabbriche e nelle miniere dell”800, provenienti da campagne lontane e montagne abbrutenti. Non c’è da disperarsi, solo da prendere atto della “mutazione antropologica”. E pedalare. Ma tanto…

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PAOLO ERCOLANI – da ilmanifesto.info

 Più di sette persone su dieci leggeranno questo articolo senza intenderlo.

Distingueranno le lettere e le parole, certo, approssimativamente coglieranno la sintassi e fors’anche l’analisi logica, ma senza intenderne il senso portante, senza saperne memorizzare il succo e senza essere in grado di riportare i passaggi fondamentali.

Se a questo aggiungiamo la patologia per antonomasia dei «nativi digitali», ossia l’incapacità a mantenere desta l’attenzione (e quindi accesi i filtri cognitivi) su testi che superino le dieci righe, quantomeno senza l’interruzione di un video, una foto, o magari una notifica da qualche chat o social network, direi che abbiamo chiara davanti agli occhi la patologia che affligge l’uomo della nostra epoca.

Senza contare il numero elevatissimo di coloro che neppure si sognano di voler leggere un libro o un articolo.

Mutazione antropologica

E’ l’Istat, per quanto concerne l’Italia, a fornirci il dato secondo cui il 70% degli italiani soffre di «analfabetismo funzionale», ma sarebbe fallace pensare che per gli altri paesi industrializzati le cose stiano tanto diversamente.

Rimuovere questa vera e propria «mutazione antropologica», per prendere a presto la nota espressione di Pasolini, ignorando quello che di fatto si presenta come passaggio dall’«homo sapiens» all’«homo videns» (dall’uomo che intende la realtà a uno che si limita a guardarla attraverso il filtro di uno schermo piatto), significa precludersi la possibilità di comprendere appieno la dinamica del tempo presente.

A tutto questo aggiungiamo pure che da una cittadinanza esposta all’analfabetismo funzionale, nonché alla mutazione cognitiva, comportamentale ed emotiva prodotta dalle nuove tecnologie digitali, nessuno di noi è in grado di chiamarsi fuori del tutto. Neanche quei tre che non rientrano fra gli analfabeti funzionali.

Nessuno o quasi di noi, soprattutto, alle condizioni suddette è in grado di attingere a strumenti (leggi: informazioni, vere e proprie armi di distrazione della massa) utili alla formazione di una vera conoscenza, con cui difendersi dalle due grandi mistificazioni della nostra epoca: da una parte il capitalismo finanziario, che si serve perlopiù delle notizie pilotate dal mainstream mediatico per far digerire i propri dogmi a un pubblico indifferente e passivo; dall’altra parte il cosiddetto populismo, che utilizza la Rete per diffondere quelle che spesso si rivelano pseudo-notizie, iperboliche ed emotivamente orientate, presso un pubblico mediamente afflitto da un attivismo direttamente proporzionale alla sua ignoranza.

Lo specchio fedele del nostro tempo

Del resto, nell’epoca dell’informazione proprio quest’ultima si rivela lo specchio più fedele per comprendere il tempo presente.

Tempo (e informazione) che oscilla fra due macrodimensioni: la prima è quella delle «bufale» e della nevrosi emotiva della Rete, terreno su cui ogni politico improvvisato e dai toni violenti, e in genere ogni intellettuale e opinionista (o pseudo-tale) in cerca di una visibilità tanto «popolare» quanto sterile, è in grado di ottenere consensi facili a fronte del nulla ideale e programmatico.

La seconda è quella delle notizie pilotate e patinate proprie delle grandi televisioni e giornali, all’interno della quale tutto rientra e deve tenersi per un pubblico mediamente lobotomizzato e inerte, passivamente appiattito su un ordine esistente (quello del capitalismo finanziario) ritenuto insostituibile, immodificabile e perfino intoccabile.

Tale situazione, insieme all’analfabetismo funzionale nonché al tracollo programmato delle istituzioni deputate all’educazione e alla conoscenza (Scuola e Università in primis), ci fornisce la misura del quadro lugubre da cui difficilmente potremo uscire.

L’attacco sferrato dal sistema tecno-finanziario all’ultimo e più radicale bastione in difesa dell’umano (il pensiero e la conoscenza), attacco peraltro riuscito visti i dati summenzionati, rende impossibile qualunque visione e progetto alternativi fin dall’origine.

L’ultimo bastione dell’umano

Anche in presenza di grandi idee, grandi visioni e progetti rivoluzionari concreti (che peraltro non si scorgono all’orizzonte), infatti, finalizzati a modificare un mondo il cui la tecno-finanza sfrutta l’essere umano a suon di disuguaglianza e tutela dei pochi poteri forti e privilegiati, la stragrande maggioranza delle persone non avrebbe la capacità, la voglia e gli strumenti per intenderli ed eventualmente farli propri.

Qualunque azione rivoluzionaria, insegnava il buon Marx, passa per il momento fondamentale della «consapevolizzazione» (della propria condizione, delle contraddizioni oggettive e degli strumenti organizzativi volti a costruire un superamento): ma nessuna consapevolizzazione da parte delle grandi masse è mai neppure pensabile se queste sono afflitte da analfabetismo cognitivo, funzionale e comportamentale, se sette persone su dieci (quindi anche molti politici, giornalisti, anche molti intellettuali e docenti, vista la scarsa selezione fondata su tutto tranne che sul merito e sulle capacità) vedono ma non intendono.

Nessuna consapevolizzazione è pensabile per una grande massa che oscilla fra una cultura politica genuflessa al capitalismo finanziario dominante (malgrado tutti i disastri che essa sta producendo da almeno un trentennio), e un comprensibile «populismo» legittimato dai disastri della casta, che per di più contempla dentro alle sue fila razzisti, xenofobi, demagoghi, dilettanti e incompetenti dell’ultima ora, tutti accomunati dalla rabbia popolare da cavalcare e da una Rete che ormai ha legittimato qualunque «sfogatoio», possibilmente sguaiato e violento.

Circondati

Da questo punto di vista, solo da questo (ma è essenziale) non c’è alcuna differenza tra Obama e Trump (malgrado la retorica del politicamente corretto), così come rischia di non esserci fra Grillo, Salvini e colui che spunterà dalle beghe del centrosinistra come del centrodestra per provare a contenere la marea «populista».

A quei relativamente pochi, ancora in possesso di occhi per vedere e cervello per intendere, insomma, non rimane che la sgradevole e sconsolante sensazione di essere circondati.

Da una casta ripiegata su se stessa e sui suoi privilegi da una parte, e da incompetenti iracondi e privi di progetti seri dall’altra.

Così circondati, anche quei pochi resistenti sono destinati a una repentina e inesorabile estinzione.

I risultati rischiano di essere sconvolgenti e imprevedibili.

Fin dal 20 gennaio prossimo, quando un signore inquietante siederà su quella che ancora è la poltrona più influente del governo mondiale.

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