Turchia, dall’Isis al Pkk fino alla questione siriana: un anno di attentati e tutti i fronti aperti contro Ankara” così titola il Fatto Quotidiano di oggi nel commentare l’attentato di capodanno in Turchia. Nella giornata di ieri è arrivata la rivendicazione da parte dell’ISIS dello stesso attentato. Continua quindi il disordine che colpisce il medioriente e i paesi arabi del vecchio impero ottomano. Il paese della mezzaluna è il centro di tutte le discussioni in merito alle guerre, scontri e battaglie che si consumano contro i gruppi imperialisti americani e sionisti in quei paesi e anche nella stessa Europa. Diventano sempre attuali, quindi, i contenuti del Comunicato del (n) Pci di circa un anno fa che titolava “Francia: è strategia della tensione o è la resistenza alla guerra imperialista che si dispiega sempre più anche nella metropoli?”, riportiamo di seguito il comunicato del (n) Pci e il link dell’articolo del Fatto quotidiano citato su.

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Per cambiare il corso catastrofico delle cose, bisogna porre fine al sistema imperialista mondiale!

Il primo paese imperialista che romperà le catene della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti mostrerà la strada e aprirà la via anche alle masse popolari degli altri paesi!

Francia: è strategia della tensione o è la resistenza alla guerra imperialista che si dispiega sempre più anche nella metropoli?

Il sistema imperialista sta sprofondando sempre più il mondo nella guerra:

– guerra di sterminio non dichiarata della borghesia imperialista contro le masse popolari negli stessi paesi imperialisti,

– guerra tra gruppi imperialisti per valorizzare ognuno il suo capitale a spese di un altro,

– guerra della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti per sottomettere nuovamente i paesi neocoloniali e gli ex paesi socialisti,

– guerra in seno alla stessa Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti.

Queste quattro guerre si combinano in forme particolari in ogni paese e in ogni fase ed evento e determinano il corso catastrofico delle cose nel mondo. Esse hanno la loro comune origine nella crisi generale del sistema capitalista e nella debolezza del movimento comunista che a causa dei suoi propri limiti nella comprensione delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe non guida la lotta delle classi sfruttate e dei popoli oppressi a porre fine al sistema imperialista mondiale. Solo la rinascita del movimento comunista porrà fine al marasma attuale e riporterà l’umanità su una via di progresso, come ve lo aveva instradato durante la prima ondata della rivoluzione proletaria. Il movimento comunista rinascerà trasformando ovunque queste quattro guerre in guerra popolare rivoluzionaria che porrà fine al sistema imperialista mondiale e instaurerà definitivamente il socialismo, fase di transizione al comunismo.

L’attacco di mercoledì 7 gennaio alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo a Parigi è certamente un episodio dello stato di guerra generale in cui la crisi del sistema capitalista sprofonda il mondo. Ma a priori vari possono esserne i promotori e i loro obiettivi.

– L’attacco alla redazione di Charlie Hebdo può essere un episodio della strategia della tensione praticata dai gruppi imperialisti stessi: francesi, americani, tedeschi o altri. La strategia della tensione è un terreno di cui i gruppi politici italiani (non solo da piazza Fontana [1969] in qua, ma addirittura dalla fondazione del Regno d’Italia [1861] in qua) hanno una particolare conoscenza, se non sono troppo corrotti dall’opportunismo che all’opportunista impedisce di capire e perfino di vedere le questioni che non vuole affrontare.

La Francia è un paese imperialista chiave per la trasformazione dell’UE in un vero e proprio Stato federale, quindi anche per impedirla. Esclusa la Gran Bretagna che è troppo legata agli USA per impegnarsi in simile impresa, la Francia è in Europa lo Stato politicamente più forte (il Vaticano è un caso a parte: non può fare l’unità d’Europa come non poteva fare l’unità d’Italia, può solo ostacolarla). Infatti in termini di relazioni internazionali, di capacità di influenza e di manovra nel mondo la borghesia imperialista francese è di gran lunga più forte della borghesia imperialista tedesca. Senza la Francia, la Germania non può costituire un serio avversario per gli USA sul piano politico: quindi anche come potenza economica non può andare oltre limiti accettati dai gruppi imperialisti USA. D’altra parte sul piano interno la borghesia imperialista francese è debole: per ragioni radicate nella sua storia ha difficoltà a tenere saldamente in pugno le masse popolari.

Per una serie di eventi la redazione di Charlie Hebdo era diventata un bersaglio ideale per compattare con un attacco contro di essa una larga parte della popolazione francese (gli strati superiori) attorno allo Stato, ma nello stesso tempo anche per approfondire il distacco e il contrasto tra questa parte e larga parte della classe operaia, dei lavoratori autonomi e degli emarginati. Era quindi un bersaglio ideale sia per chi vuole rafforzare lo Stato francese sia per chi vuole indebolirlo. Se l’attacco di Parigi è stato un’operazione di strategia della tensione, è la prontezza nello sfruttare l’attacco che indicherà chi è il promotore di esso.

– L’attacco alla redazione di Charlie Hebdo può essere però un episodio della resistenza alla guerra che la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti conduce contro i paesi neocoloniali.

Da quando si è esaurita la prima ondata della rivoluzione proletaria, la resistenza dei popoli e paesi aggrediti dalla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti è in larga misura guidata da gruppi reazionari. Tipico è il caso dei paesi arabi e musulmani dove la resistenza delle masse popolari nella maggior parte dei casi è guidata dal clero e da gruppi reazionari da esso ispirati. Questi gruppi reazionari sono per loro natura incapaci di autonomia dalla borghesia imperialista. Propugnano il ritorno al passato, ma è un ritorno impossibile. Essi stessi sono la dimostrazione che il ritorno è impossibile: sono assurti al loro ruolo attuale non per forza propria e per un loro proprio sviluppo, ma come strumento della borghesia imperialista nel suo scontro con il movimento comunista. Essendo per loro natura incapaci di autonomia dalla borghesia imperialista, sono di volta in volta complici e marionette dei gruppi imperialisti, che li usano ognuno per i suoi scopi. Contrariamente alle opinioni diffuse dalla propaganda borghese, questi paesi non sono né teatro né promotori di una guerra di religione o di uno “scontro di civiltà”. Chi è fissato su questi schemi, è continuamente sorpreso dai cambiamenti di schieramenti e alleanze e dal corso delle cose. Non è la religione il motore reale della resistenza. Motore reale è la rivolta alle condizioni imposte dal sistema imperialista mondiale: la religione è solo la lingua e la bandiera della rivolta.

In ognuno dei paesi aggrediti dai gruppi imperialisti si combinano la lotta dei gruppi imperialisti tra di loro, l’aggressione dei gruppi imperialisti contro le masse popolari, la resistenza delle masse popolari all’aggressione. Solo persone che credono ciecamente nella superiorità dei bianchi (europei e americani) come i bigotti credono in dio e nel suo clero, trovano inimmaginabile che i popoli aggrediti osino portare la guerra nelle metropoli degli aggressori. Per queste persone migliaia di morti ammazzati a Gaza, nel Mediterraneo o in Ucraina, migliaia di vittime di “disastri naturali” prodotti dal capitalismo, sono episodi deprecabili e causa dell’indignazione di un giorno, una notizia di cronaca. Mentre dodici morti a Parigi o a Roma per un’operazione di guerra condotta da popoli oppressi o classi sfruttate, sono un evento epocale, inimmaginabile”, che fa stringere queste persone attorno alle forze dell’ordine esistente. Ma la realtà è che sempre più i popoli aggrediti porteranno la guerra nelle metropoli degli aggressori, tanto più quanto meno accesa sarà qui la lotta della classi sfruttate. La prima ondata della rivoluzione proletaria ha cambiato anche loro: non sono più rassegnati e sottomessi come un tempo. E la guerra che i popoli aggrediti porteranno nelle metropoli degli aggressori si combinerà in vari modi con la resistenza delle classi oppresse delle metropoli alla guerra di sterminio non dichiarata. La resistenza delle masse popolari dei paesi oppressi si combinerà nuovamente con la lotta di classe nei paesi imperialisti, come nella prima ondata della rivoluzione proletaria. Anche da questo lato risulta che quello che farà la differenza nel corso delle cose è il grado di avanzamento della rinascita del movimento comunista.

Oggi il movimento comunista è troppo debole per avere una conoscenza sicura della natura dell’attacco alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi, per poter sapere chi sono i suoi reali promotori, chi cerca semplicemente di approfittare di esso. Ma del resto tutto questo è secondario ai nostri fini, perché sia operazioni di strategia della tensione sia attacchi da parte delle forze che resistono all’aggressione imperialista sono nell’ordine delle cose. Ognuna di esse si presenta: se non oggi, domani; se non in un caso, in un altro; se non in un paese, in un altro.

Essenziale ai fini della lotta delle classi sfruttate e dei popoli oppressi che noi comunisti promuoviamo è invece capire che l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo è un episodio dello stato di guerra generale che si aggrava in tutto il mondo, guerra determinata dalla crisi generale del capitalismo, guerra a cui solo la rinascita del movimento comunista porrà fine.

Questo è l’elemento essenziale da prendere in considerazione per non cadere vittima dei promotori dell’attacco e di chi cerca di approfittarne, ma trarre da esso nuovo slancio e nuovi elementi per promuovere la rinascita del movimento comunista. È tipico degli opportunisti e degli intellettuali e portavoce della sinistra borghese spostare l’attenzione dal corso principale delle cose e disperderla in particolari e dettagli da retroscena: un terreno dove tutti gli imbrogli e tutte le manipolazioni e provocazioni sono possibili.

I reazionari cercano di usare l’attacco di Parigi per promuovere l’unità nazionale e la pace sociale.

Papa Bergoglio cerca di approfittarne per ridare prestigio alla sua Chiesa: predica la pace, ma traffica e cospira con Barack Obama e gli altri potenti della Terra e si guarda bene dal mobilitare contro i promotori della guerra imperialista i suoi seguaci nei paesi in cui possono essere una forza politica decisiva.

Noi comunisti facciamo leva anche sull’attacco di Parigi per promuovere la lotta di classe.

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Turchia, dall’Isis al Pkk fino alla questione siriana: un anno di attentati e tutti i fronti aperti contro Ankara.

Dopo il fallito colpo di Stato di luglio, il Paese della mezzaluna ha forse vissuto la breve illusione che gli attacchi fossero finiti: ipotesi che era destinata a dissolversi. Perché oggi i vecchi problemi si sommano a nuove minacce. Antichi schemi, come quelli dei golpe militari, vengono ricalcati da nuovi attori, mentre i bersagli delle nuove organizzazioni criminali sono talmente tanti e così diversi che diventa impossibile proteggere tutti gli obiettivi sensibili

Il 2016 si era aperto per la Turchia con l’attentato a Sultanahmet, nel cuore storico della città. Un attentatore suicida si era fatto esplodere in mezzo ad un gruppo di turisti fermi davanti all’obelisco di Teodosio, nei pressi della Moschea Blu, uccidendo 10 persone. Non era stato certo un fulmine a ciel sereno. La seconda metà del 2015, infatti, era stata segnata da diversi attentati, tra i quali quello terribile di ottobre ad Ankara, nel quale avevano perso la vita oltre 100 persone. Tuttavia il 12 gennaio dello scorso anno, mentre un vento gelido spazzava la città ferita, sarebbe stato difficile immaginare quello che sarebbe accaduto nei mesi successivi. Istanbul sarebbe stata colpita ripetutamente, come Ankara del resto, da diversi gruppi terroristi.

Fino a quando la notte del 15 luglio il tentato golpe, con i suoi quasi 300 morti e gli oltre 2000 feriti, sembrò quasi avere oscurato gli attentati precedenti. Perfino quello terribile del 28 giugno all’aeroporto Ataturk di Istanbul che aveva fatto inorridire la popolazione con le immagini dei terroristi che sparavano contro la gente dentro allo scalo prima di farsi esplodere. Dopo il golpe la Turchia ha forse vissuto la breve illusione che gli attacchi fossero finiti. Per cinque mesi circa, né ad Istanbul né ad Ankara c’è, poi, stato alcun grosso attentato. Ma l’illusione era destinata a dissolversi l’11 dicembre con l’attacco vicino allo stadio del Besiktas, dopo di che un’autobomba ha colpito un autobus dell’esercito a Kayseri prima che l’ambasciatore russo Andrej Karlov venisse assassinato davanti alle telecamere da un agente di polizia turco di 22 anni.

La spirale di violenza nella quale la Turchia sta sprofondando è difficile da spezzare per diversi motivi. Per prima cosa nel Paese della mezzaluna agiscono gruppi di terroristi diversi, con obiettivi diversi che scelgono bersagli differenti. Le formazioni di matrice indipendentista curda, il Pkk e il gruppo scissionista Tak (i Falchi per la libertà del Kurdistan), colpiscono soprattutto militari e polizia. Il che non significa, naturalmente, che nelle loro azioni non finiscano conivolti anche molti civili. Come, per esempio, nell’attentato di Besiktas. I marxisti-leninisti del Dhkp-C si affidano ad azioni isolate ma spettacolari, compiute da pochi uomini, che hanno come obiettivi simboli del potere o le forze di sicurezza. L’Isis, invece, mira direttamente alla popolazione civile, turisti o turchi, sparando raffiche di mitra oppure per mezzo di attentatori suicidi.

L’organizzazione di Fethullah Gulen, ritenuto da Ankara senza alcun dubbio la mente dietro il tentato golpe del 15 luglio, è qualcosa di ancora diverso. Una sorta di Stato parallelo, come viene definito, che negli anni ha infiltrato i suoi uomini all’interno della magistratura, dell’esercito, della polizia e così via. Anche nel caso del killer dell’ambasciatore russo, al di là della rivendicazione jihadista, molti elementi collegano l’agente ad ambienti gulenisti.

A complicare la situazione e a renderla ancora più esplosiva c’è poi la questione siriana. Il caos della Siria sembra contagiare sempre più il Paese della mezzaluna che ormai combatte una guerra aperta contro l’Isis. Non solo ma è guardata con sospetto e astio anche dagli altri gruppi jihadisti dopo il recente accordo con la Russia che ha portato ad un cessate il fuoco, supportato dalle Nazioni Unite. Mosca, infatti, è lo sponsor di Assad e dunque nemica giurata dei gruppi islamisti che al regime siriano si oppongono.

È in Siria che la Turchia si muove contro lo Stato Islamico e contro le milizie curde dello Ypg, ala militare del Pyd, per Ankara soltanto un’altra faccia del Pkk in versione siriana. Di certo tra il Partito dei lavoratori del Kurdistan e il Pyd ci sono contatti e affinità. La nascita di un’entità statale curda che possa fornire assistenza e una nuova retrovia, oltre a quella irachena dei monti Qandil, al Pkk è un vero incubo per Ankara che in Siria ha mandato l’esercito per combattere tanto gli uomini dello Ypg e del Pyd quanto quelli dell’Isis.

In questo complicato scenario i vecchi problemi della Turchia (come il Pkk) si sommano a nuove minacce (come, per esempio, l’ Isis). Antichi schemi, come quelli dei golpe militari, vengono ricalcati (per quanto maldestramente) da nuovi attori, non un esercito che vuole difendere la laicità di Ataturk ma un predicatore islamico, quale Gulen. Da qui nasce l’idea, condivisa da buona parte della popolazione turca e certamente da Ankara, di un Paese impegnato in una battaglia all’ultimo sangue contro tutti i nemici, vecchi e nuovi. Una guerra che, per molti, sta assumendo i contorni di una battaglia per la sopravvivenza.

di Marco Barbonaglia | 2 gennaio 2017

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