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Perché ho deciso di dedicarmi al Partito, di dare di più di quanto ho dato finora, di farlo in modo completo, professionale, di dare il meglio di cui sono capace e di imparare per poter fare meglio ancora.

 

Cara mamma, caro papà, cari fratelli e sorelle, vi scrivo per avviare con voi la discussione sulla mia scelta di trasferirmi a Milano e lavorare per il Partito.

Parto dal chiarire che ciò che faccio non è un lavoro come quelli che vengono concepiti in questa società: non c’è un padrone o un capo, non lavoro per “sbarcare il lunario” e arrivare a fine mese. Io volontariamente (non costretto dalla disoccupazione, dalla precarietà) ho deciso di dedicarmi completamente a un’attività che ritengo giusta e utile, necessaria: lavorare con il P.CARC e con la Carovana del (nuovo)PCI all’instaurazione di una società socialista. Immagino e comprendo i vostri dubbi e le vostre perplessità, è per questo che vi scrivo.

Le ragioni di questa scelta sono radicate nella storia della mia vita e della nostra famiglia, nelle nostre origini contadine (i nonni) e operaie (papà). (…) Cosa ha sopportato realmente la nostra famiglia? Ricordo personalmente la crisi degli anni novanta dovuta al fallimento della piccola azienda di papà, le vessazioni degli esattori (la faccia criminale dello Stato che non colpisce chi veramente ruba e traffica con i milioni di soldi pubblici, saccheggia e inquina i territori), personaggi legati ai peggiori cani della malavita e degli affaristi con cui inevitabilmente, se vuoi lavorare, devi avere a che fare in un territorio come il nostro.

Poi il trasferimento di papà per lavorare fuori, con mamma che ha cresciuto i figli rimasti a casa con grande sforzo e sacrificio. Poi abbiamo visto lo schifo della morte di L., partito per “servire il paese”, dovuta alla negligenza di uno Stato e alla sua collusione con la NATO, che sperimenta nel nostro paese l’utilizzo di armi create con materiale cancerogeno; abbiamo visto un Ministero che ammette l’assassinio di giovani soldati reclutati per andare a fare guerre chissà dove e non certo nel nostro interesse, ma che rimane sordo nella richiesta di giustizia. Giustizia non ne abbiamo avuta, ma solo false speranze in un indennizzo, come se i soldi pagassero il dolore che abbiamo dovuto sopportare e che ancora sopportiamo.

Dopo la morte di L., papà ha perso il lavoro e sono iniziate le continue prese in giro da parte del suo padrone, fatte di promesse sempre rimandate. E gli sforzi, i sacrifici, gli sbattimenti di ogni sorta per tirare a campare una famiglia quasi “destinata” a farne per sempre. E gli altri fratelli? Le continue peripezie di L., la precarietà cronica di M., S. costretto a fare un lavoro che non gli piace (prima il militare, poi la penitenziaria) per poter campare e per potermi dare una mano a vivere fuori e a studiare all’università. Tutti eravamo spinti dalla volontà di non gravare su una famiglia già troppo pressata e che in ragione di ciò ha visto anche tanti scontri, litigi, momenti di forte sconforto e disperazione.

Ebbene, cari genitori e fratelli, tutto ciò non è avvenuto perchè la nostra famiglia “è disgraziata”: ma perchè viviamo in una società dove vige la regola dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, divisa in classi, dove padroni, speculatori, criminali, cardinali e affaristi vivono alle spalle di chi è costretto a lavorare per vivere. E genera la miseria in cui non solo la nostra famiglia, ma migliaia e decine di migliaia di altre vivono e vivranno.

Ho scelto di combattere questo sistema e di contribuire a farne nascere uno nuovo. Ho scelto di lasciare l’università, che è un contenitore vuoto che non soddisfa più le migliori aspirazioni e i sogni dei giovani e serve solo come parcheggio, che serve a creare precari da sfruttare e da mettere sul mercato del lavoro quando serve ai padroni o mandare come carne da macello in qualche fronte di guerra contro altri popoli. Guardate l’esempio di L.: un giovane che credeva davvero di fare un lavoro utile, senza rendersi conto di essere invece la cavia di un meccanismo in cui noi proletari siamo numeri, strumenti per fare gli interessi degli speculatori, soldati da mandare a uccidere o morire nella guerra e nella distruzione verso cui la borghesia sta spingendo l’umanità.

Con la mia scelta, anche, metto in pratica quello che di più bello ho imparato dalla nostra famiglia. La solidarietà, la tenacia e la determinazione a non abbattersi mai, la forza di affrontare le cose più dure della vita. Ho imparato che non posso fare a meno degli altri e che, anzi, l’unione con gli altri è necessaria. Ho imparato a considerare i “meno fortunati” come miei simili e ho imparato a vedere che la fortuna è roba per ricchi, che quello che vogliamo ce lo dobbiamo sudare, conquistare, facendo anche scelte drastiche e dure. Ho imparato che non si scende a compromessi senza un prezzo in questa società e che il compromesso è la prima strada per allinearsi con chi sta nel torto.

Non voglio fare una vita sapendo che tutto quello che ho sempre sognato per me e per voi non è realizzabile, non voglio essere costretto a ripiegare su me stesso, in concorrenza con altre migliaia di giovani per un lavoro precario, non voglio rendermi disponibile alle peggiori schifezze per salvarmi individualmente, non voglio vedere i miei nipoti senza un futuro.

Cari genitori, cari fratelli e sorelle, se ho fatto questa scelta è per tutte queste ragioni. Vedo il mondo per quello che è: la fogna in cui i peggiori interessi economici governano la vita e decidono della morte e della sofferenza di milioni di persone, compreso me e voi; dove vige la legge della guerra in nome degli interessi economici; dove la privatizzazione dei servizi di cui abbiamo goduto finora avanza e rende merce la vita delle persone, che destina milioni di migranti che scappano dalla guerra alla morte in mare, al confino in centri di espulsione, allo sfruttamento più becero; dove i lavoratori sono sempre più poveri e dove chi perde il lavoro è destinato al suicidio o a ricorrere a mille espedienti per sopravvivere; dove milioni di soldi pubblici vengono usati per salvare banche che speculano nel mercato finanziario e non per assistere malati, anziani; dove, in sostanza, i ricchi diventano sempre più ricchi alle spalle dei poveri che diventano sempre più poveri.

Ma in questa società ci sono anche i presupposti per far stare meglio tutti. Migliaia sono i lavori utili da fare e che chi governa non vuole fare perché non portano profitto agli sciacalli e approfittatori che li sostengono. Migliaia sono le case abbandonate, pubbliche o in mano ai palazzinari, che possono essere date a chi casa non ce l’ha, centinaia le aziende che possono essere riaperte per produrre quanto necessario per dare a tutti quanto serve per vivere. Ci sono tecnologie pulite per evitare l’inquinamento che restano inutilizzate perché non portano profitto ai magnati dell’energia e dell’industria, esistono conoscenze mediche e scientifiche, farmaci e medicinali, per curare le decine di migliaia di malati, a cui non si può accedere perché, sempre per via del profitto, hanno costi esorbitanti.

Io e i miei compagni, il nostro Partito, stiamo lavorando per costruire una società dove al centro ci sono gli interessi di chi lavora, una società dove tutto ciò che esiste è accessibile a tutti, dove a decidere siano i lavoratori e le masse popolari.

Io scelgo di fare la mia parte, con i miei compagni e le mie compagne, con il Partito, nella lotta per instaurare il socialismo.

Non sarà un’impresa semplice, non mi illudo, ma è quanto di più progredito può nascere dalle macerie in cui ci conduce la crisi e l’attuale sistema economico. E può nascere solo se c’è qualcuno che si prende la responsabilità di lavorare per tutto ciò.

Queste sono le ragioni che mi spingono a dedicarmi al Partito, a dare di più di quanto ho dato finora, a farlo in modo completo, professionale, a dare il meglio di cui sono capace e a imparare per poter fare meglio ancora.

Forse non condividete la mia scelta, ma non per questo mi tirerò indietro. Anzi, voglio rendere viva la discussione perché mi state a cuore più di quanto riesca a dimostrarvi. Ci rivedremo a Natale (spero con tutti), ma non voglio aspettare Natale per ricevere le vostre impressioni, dubbi, domande su quanto vi ho scritto. Dobbiamo parlarne, voglio parlarne con voi, a fondo.

Vi saluto,

vi voglio bene

E.

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