Pubblichiamo una riflessione del Segretario della Sezione di Pistoia perché la riteniamo un esempio molto utile: a quanti, fra i nostri compagni si vedono “crollare castelli che con fatica avevano costruito” (ma se crollano un motivo ci sarà…), a quanti fra i simpatizzanti e collaboratori del P.CARC, i lettori assidui o occasionali di Resistenza si chiedono in cosa consista, praticamente, “applicare la concezione comunista del mondo”. Ecco, questa riflessione lo spiega, pur attraverso un’esperienza particolare: cosa significa non applicarla e cosa significa rettificarsi per applicarla. Si tratta di una dimostrazione pratica che la politica rivoluzionaria, in questo caso nel lavoro organizzativo, è una scienza e non una “questione di affinità”, di “opera di convincimento” né di semplice “conoscenza della teoria”.

I comunisti, ci dice fra le righe il Segretario della Sezione di Pistoia, sono fatti di una pasta speciale: non quella che garantisce di non sbagliare mai, ma quella che spinge a “provare dieci volte e riniziare daccapo dieci volte la strada, finché non si trova quella giusta”, per dirla come Lenin.

Nel settembre scorso, con mio grande stupore, sono giunte le dimissioni di una compagna che da tempo stavo formando con la prospettiva di sostituirmi alla guida della sezione di Pistoia. Era, ed è tutt’ora, la mia compagna anche nella vita. Dopo un primo momento di sbandamento, spinto e sostenuto dal Partito ho cominciato a esaminare i limiti del mio lavoro.

Nei tre anni di militanza della compagna, la formazione, intesa come studio e stesura di riflessioni e note di lettura, era stata davvero tanta. Tanto era stato anche il lavoro esterno (partecipazione alle mobilitazioni e alla vita di organizzazioni popolari, diffusioni, iniziative, ecc.), ma molto poco è stato fatto in termini di elaborazione dell’esperienza pratica. Cioè lo studio e l’attività pratica erano slegati l’uno dall’altro. Perché?

Perché ho avuto una concezione dogmatica: ho operato come se formare un dirigente comunista fosse un percorso quasi scolastico; in realtà la cura e formazione dei compagni, la Riforma Intellettuale e Morale che, come ci ha insegnato Gramsci, è basilare nella crescita dei quadri di partito, deve passare anche dalla pratica, dallo studio dell’esperienza e dal bilancio, dalla sperimentazione degli strumenti e dei metodi sul campo. In poche parole si tratta contemporaneamente di imparare e di insegnare a pensare, due cose che nella società attuale vengono precluse alle masse popolari.

Ecco dunque, la mia scarsa abitudine a pensare si è manifestata in un mancato ragionamento sulle caratteristiche della compagna e sui messaggi, a volte indiretti, che in più occasioni aveva mandato, se la teoria comunista è slegata dagli obiettivi particolari e dal lavoro tra le masse, alimenta soltanto rassegnazione, sfiducia nella possibilità di trasformare il mondo e porta i compagni a mollare.

Ecco perché nonostante la molta cura sul piano teorico, non sono riuscito a farle compiere i passi avanti che voleva e poteva compiere e ne ha invece compiuti nel senso inverso, con le dimissioni.

Per me è stata anche conferma che non bastano i legami personali per mantenere un collettivo coeso, è la concezione del mondo il cemento di un collettivo del Partito, in questo caso di una Sezione.

Le dimissioni della compagna sono state una sveglia per capire che usare il materialismo dialettico non significa enunciarlo e che il ruolo di un dirigente comunista non è quello di limitarsi a dire “quello che c’è da fare”, ma scendere sul campo per primo per conoscere la situazione, analizzarla da vicino e nel dettaglio e fare quelle esperienze che gli consentono di imparare a dirigere. Nessuno di noi, che veniamo dalle masse popolari, abbiamo la minima idea di cosa voglia dire dirigere: dobbiamo porci nell’ottica di impararlo, con dedizione e costanza. Il dirigente è chi sperimenta e impara e contemporaneamente insegna ed educa, con umiltà e apertura mentale. Solo così può diventare capace di formare altri dirigenti che possano prendere il suo posto, che poi è il succo del nostro lavoro di comunisti, la strada per elevare le masse popolari dalla melma in cui le caccia la borghesia.

Forte di questi insegnamenti e dell’orgoglio di chi la Sezione l’ha voluta costruire con caparbietà lottando contro le prove di fascismo e gli attacchi repressivi che la borghesia mise in campo in Toscana a cavallo tra il 2008 e il 2010 (vedi la montatura giudiziaria dell’ex Questore di Pistoia Maurizio Manzo), mi sono rimboccato le maniche e ho ripreso un lavoro che avevo già fatto in passato: costruire una sezione a partire da me stesso, da membro singolo che valorizza il meglio possibile i simpatizzanti e i collaboratori che ha sul territorio, ma con maggiori strumenti e con una superiore concezione frutto del bilancio dell’esperienza.

Il fattore nuovo è la consapevolezza di dover partire non dalle idee che mi trovo in testa, ma dallo stato della lotta di classe in corso a livello nazionale e locale, da quello che “spontaneamente” già oggi si muove a Pistoia e tenendo conto delle caratteristiche del territorio. Questo ha permesso di riavviare il lavoro esterno della Sezione; di dare continuità al lavoro di agitazione e propaganda fuori da aziende, scuole, ospedali e in generale sul territorio; di cominciare a stringere rapporti con alcune organizzazioni popolari; di riprendere anche alcuni vecchi contatti e cominciare a recuperare e approfondire i rapporti con i collaboratori e i simpatizzanti; di fare esperienze nuove, spingendomi anche ad alcune forzature necessarie per superare i limiti che ancora mi frenano (anche per quanto mi riguarda è un processo in atto!). Grazie a tutto questo è stato possibile fare a Pistoia la locale Festa della Riscossa Popolare, che è stata occasione per rafforzare i legami con quanti hanno collaborato e per instaurare nuovi rapporti politici. Alla Festa hanno partecipato decine di contatti tra cui operai, studenti, precari e disoccupati. Da loro ripartiamo…

Il segretario della Sezione di Pistoia

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