L’Avviso ai Naviganti n. 66 del 15 dicembre del (nuovo)PCI e un articolo del 17 dicembre della Commissione per la Rinascita di Gramsci del Partito dei CARC (pubblicato su http://rinascitadigramsci.blogspot.it) contengono osservazioni e critiche aperte all’impostazione del Forum promosso dalla Rete dei Comunisti per il 17 e 18 dicembre a Roma intitolato “Il vecchio che muore e il nuovo che non può nascere”.

Le posizioni espresse in quei documenti hanno acceso un vivace e salutare dibattito con vari compagni che è nelle nostre intenzioni proseguire e sviluppare. Di seguito un testo di Paolo Babini, che della Commissione per la Rinascita di Gramsci è il responsabile, che riprende alcune delle critiche che vengono mosse alla Carovana del (nuovo) PCI e vi risponde.

Gli interventi riguardo al Forum della Rete dei Comunisti tenuto a Roma il 17 e 18 dicembre, uno del (nuovo)PCI e uno della Commissione Gramsci del Partito dei CARC, hanno suscitato immediatamente discussione.

Una compagna chiede unità, pensando che la discussione tra forze che dichiarano di volere il comunismo divida. Compagna, pensa se dovessimo costruire una casa. Unità, in quel caso, sarebbe costruire una squadra di uomini e donne capaci di farlo, e anche altri disposti a imparare e a dare una mano. Ci ritroveremmo uniti sul modo di costruire. Dovremmo però anche contrastare, al nostro interno, tutti quelli che per ignoranza vorrebbero fare le cose nel modo sbagliato, quelli che vorrebbero fare il tetto prima delle mura, le mura prima delle fondamenta, le finestre e le porte prima delle pareti, quelli che vorrebbero fare parte della squadra senza però venire a lavorare e rispettare i turni, quelli che vorrebbero fare parte della squadra e appena entrati pretendere di dirigerla, quelli che si dichiarano parte della squadra e dicono che costruire la casa non serve, che bisogna aspettare la primavera o non so cosa, e tutta una serie di altri soggetti. Se noi, nella squadra, non contrastassimo tutti queste cose sbagliate, la squadra si romperebbe: tutti quelli che lavorano onestamente e con fiducia vedendo disonestà, sporcizia, superficialità e ignoranza, andrebbero via.

Così non basta dichiararsi comunisti per essere tali e per essere uniti come comunisti. Essere comunista è più difficile che essere chirurgo. Comunista non è chi dice di essere tale, ma chi si applica a costruire la rivoluzione socialista nel proprio paese. Si qualifica per quello che fa, non per quello che dice. Se alcuni della Rete dei Comunisti dicono che la rivoluzione non si può fare, allora possono essere quello che vogliono, ma non sono comunisti.

Un altro compagno critica (nuovo)PCI e P.CARC perché quello che scrivono, dice, sarebbe segno di “determinismo” e di “fideismo”. In realtà quello che scriviamo è frutto di analisi e di sperimentazione scientifica. Nessuno ritiene articoli di fede i principi della termodinamica. Noi sosteniamo che la politica è una scienza, diversamente da ciò che dicono la borghesia imperialista e il clero. L’azione politica, se e quando interessa milioni di persone (se e quando è una questione seria e non una cosa che si fa d’istinto o che si dice e non si fa) richiede precisione scientifica, che è cosa diversa dal determinismo. Perché negare questa esigenza all’azione politica?

Il compagno critica le comunicazioni di (nuovo)PCI e Commissione Gramsci come esercizi di filologia. Può essere che il compagno sia uno di quei molti di cui parla Brecht in una sua poesia:

Molti pensano che noi ci diamo da fare / nelle faccende più peregrine, / ci affatichiamo in strane imprese / per saggiare la nostra forza o per darne la prova. / Ma in realtà è più nel vero chi ci pensa / intenti semplicemente all’inevitabile: / scegliere la strada più diritta possibile, vincere / gli ostacoli del giorno, evitare i pensieri /che hanno avuto esiti cattivi, e scoprire /quelli propizi, in breve: /aprire la strada alla goccia nel fiume che si apre /la strada in mezzo alla pietraia.” (B. Brecht)

Faccio un esempio. Compagni del Partito dei CARC sono stati sotto processo per associazione sovversiva e hanno avuto avvocati capaci, i quali citavano con estrema precisione leggi parola per parola e ciò ci ha aiutato a vincere (ci ha aiutato: la cosa principale è stata il sostegno delle masse popolari e l’azione politica del Partito). Riferire esattamente i termini di una legge va bene e va bene anche denunciare chi quella legge stravolge e interpreta in modo sbagliato per fini che vanno contro gli interessi di chi è in causa. Perché denunciare un uso sbagliato e disonesto dei testi di Gramsci sarebbe “filologia”, come dice il compagno? Gramsci, sicuramente, considerava scienza la materia di cui trattava. Se continueremo questo dibattito, cosa che mi auguro, diremo dove e come.

Faccio un altro esempio, riguardo alla precisione scientifica. Chi ha un tumore alla prostata oggi può salvarsi: ci sono interventi guidati dal computer, con bracci che entrano nel corpo e operano con precisione millimetrica, altrettanto vale per le radioterapie che accompagnano l’operazione e le analisi del sangue si misurano in milionesimi di millimetro. Perché non possiamo studiare le relazioni sociali allo stesso modo? Non è questo che ha iniziato a fare Marx? Noi non abbiamo fatto la rivoluzione in Italia. Perché? Perché non era possibile, oppure perché chi poteva farla non è stato capace? Queste sono domande a cui bisogna dare risposta scientifica o ciascuno può dire quello che gli pare?

In generale, in qualsiasi attività, si richiede scienza e arte. C’è chi apprezza molto le tavolette di cioccolato con il cacao al 90 % della Lindt, ma sarebbe disgustato se le trovasse come strato tra le lasagne, così come nessuno si mangerebbe un tiramisù imbottito di mortadella. In politica, invece, si pensa che si può mettere tutto insieme, lo si fa e anzi si fa peggio: si mette veleno. Quando si sta costruendo qualcosa, come fanno oggi quelli che costruiscono la rivoluzione nel nostro paese, avere attorno soggetti che insistono sul fatto che la rivoluzione non si può fare, è deleterio, soprattutto quando la rivoluzione è la soluzione necessaria e possibile.

C’è chi pensa che noi siamo troppo piccoli per fare una cosa grande come la rivoluzione, ma su questo torno oltre. Qui mi limito a dire che i dirigenti di destra della Rete dei Comunisti stanno offrendo cibo immangiabile, nel migliore dei casi. Il danno poi si estende oltre oceano. Ho letto con attenzione il libro di Jorge Giordani su Gramsci e il Venezuela, nel quale, tra l’altro, ci sono più scritti di Vasapollo che di Giordani, ed è pieno di cose sbagliate. Penso sarà il caso di rileggerlo, per analizzare meglio la cosa. Noi non interveniamo su come i compagni venezuelani portano avanti la rivoluzione nel loro paese, cosa che nessuno meglio di loro può fare, ma siamo obbligati a intervenire quando si fanno affermazioni di valore universale e le si mettono in bocca a Gramsci, affermazioni che sono sbagliate nel senso che chi le segue condanna al fallimento un processo rivoluzionario. Se Chavez dice, citando Gramsci, che “il nuovo non ha terminato di nascere” e qualcuno come Vasapollo qui in Italia fa un convegno, citando Gramsci, dicendo che “il nuovo non può nascere”, e si spaccia pure come “eurochavista”, allora o quello che ci serve è un piatto che fa schifo o peggio è un piatto al veleno, è uno che sta spacciando come “analisi concreta della situazione concreta” il fatto che la rivoluzione in Italia non si può fare, il che ha lo stesso valore “concreto” di chi esamina con attenzione il sole e decide che si muove, perché al mattino stava sulla cima di un monte e alla sera si trova sul monte opposto.

Un compagno dice che le critiche che facciamo sono piccole polemiche di un gruppo di sinistra o di ultra sinistra. Noi non siamo niente di tutto questo. Siamo un partito, costruito attraverso un lavoro durato decenni fatto di studio, di partecipazione alle esperienze più avanzate della lotta di classe sul piano nazionale e internazionale e di resistenza a una repressione che va dalle semplici intimidazioni al carcere. In questo siamo diversi dalla Rete dei Comunisti, che dice di voler costruire un partito da quando è nata, sedici anni fa (mi pare) e ancora sta lì a chiedersi come fare. È vero che siamo un partito piccolo, ma cosa nasce già grande? Nemmeno il compagno, quando è nato, era grande e non c’è quercia secolare che non sia stata ghianda. Inoltre, ci sono cose che sono ugualmente piccole, ma se il compagno guarda con attenzione vede che sono diverse, opposte: c’è qualcosa che è piccolo perché sta diventando grande e c’è qualcosa che è piccolo perché sta diventano più piccolo e che se procede in questo modo svanirà.

Infine, lo scontro interno al movimento comunista non è affatto segno di debolezza, ma di forza. Lenin e gli altri nella Seconda Internazionale venivano definiti un gruppetto di rissosi, ma mentre loro in Russia costruirono la rivoluzione, gli altri lasciarono che le masse popolari del loro paese andassero al massacro nella Prima Guerra Mondiale. Altrettanto vale per gli altri grandi dirigenti del movimento comunista, per Marx ed Engels contro gli anarchici, per Gramsci contro Bordiga, per Stalin, per Mao Tse Tung.

Prendiamo ad esempio due linee divergenti: è giusto che la solidarietà verso la Rivoluzione Bolivariana sia fatta principalmente costruendo organizzazioni popolari, unendoci alle lotte in corso delle masse popolari italiane (ad esperienze, ad esempio, come quella dell’ex OPG di Napoli), costruendo la rivoluzione in Italia, perché il migliore contributo che possiamo dare a quella rivoluzione in Venezuela e in qualsiasi altro paese del mondo è trasformare il nostro paese in senso rivoluzionario, oppure è giusto principalmente appoggiarsi al governo di questo o altri paesi imperialisti, alle istituzioni, alle autorità universitarie, a intellettuali famosi, al Vaticano, ecc.? Sono due linee molto diverse. Per unirci dobbiamo stabilire quale è quella giusta e quindi prima di tutto dobbiamo discuterne, poi decidere e quindi marciare nella direzione scelta, sperimentando, disposti anche a praticare la linea opposta se quella che abbiamo scelto è sbagliata. Questo è il metodo per essere uniti. Non siamo uniti in partenza, ma ci uniamo in corso d’opera.

Matti o poliziotti. Quando noi diciamo che la rivoluzione socialista è possibile (e che è necessaria, che si costruisce, che è in atto) c’è chi salta su e dice che siamo poliziotti, o matti, e che bisogna chiamare il 118 (Marco Rizzo, a una iniziativa di novembre scorso alla sede del suo partito a Firenze). Altrettanto hanno detto al Forum della Rete dei Comunisti. Avremmo quindi fatto il miracolo e unito due forze che amiche non sono, come il PC di Rizzo e la Rete, su un punto importante e cioè che la rivoluzione socialista è impossibile.

Che la rivoluzione socialista sia possibile o no è questione che si risolve con la scienza (la teoria rivoluzionaria) e la sperimentazione, soprattutto. Noi lo stiamo sperimentando e invitiamo tutti quelli che sono disposti a imparare qualcosa di nuovo a discuterne con noi. Qui, però, rispondiamo a chi pensa di risolvere la relazione con noi denigrandoci.

È segno di falsità e/o di ignoranza chiamare noi poliziotti, considerati i dieci procedimenti giudiziari contro la Carovana fino dai suoi inizi negli anni Ottanta dello scorso secolo, le decine di processi ai vari organismi della Carovana, gli anni di carcere per i suoi dirigenti, le centinaia di intimidazioni ai membri, inclusa, ultima, quella di due giorni fa a una compagna della sezione di Quarto del Partito. Chi sparge falsità su di noi presumendo che siamo poliziotti, mai ha affrontato la repressione che noi abbiamo affrontato e vinto.

Quanto all’essere matti, lo vedremo. Chi ci denigra si limita a guardare quello che c’è e a pensare che le cose saranno sempre come quelle che ha davanti al suo naso. Se, nell’Italia prima della Seconda Guerra mondiale, gli avessimo detto che quello che vedeva quando andava al cinematografo, nel futuro lo avrebbe potuto vedere in un aggeggio che teneva in tasca e che avrebbe potuto spedire quello che vedeva a un amico in Cina, ci avrebbe preso per matti.

Firenze, 18 dicembre 2016

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