Il Centenario della Rivoluzione d’Ottobre servirà per un salto nell’opera di celebrazione dei primi paesi socialisti e del compagno Giuseppe Stalin, opera paziente, continuata e condotta fino in fondo per spalare via tutto il putridume con cui i falsi comunisti hanno cercato di coprire questa storia gloriosa e che resterà nella memoria dell’umanità. I falsi comunisti si misero al lavoro subito dopo la morte di Stalin e sono ancora all’opera. Guido Liguori è uno di loro. Nell’articolo di oggi sul Manifesto espone nel suo banco la seguente merce andata a male:

  • Con il 1956 finisce il marxismo e iniziano i marxismi, dice, il che significa che ciascuno può dire quello che gli pare, anche gli anticomunisti. Basterà che questi anticomunisti si dichiarino comunisti, che si autocertifichino. È con questo principio che si è arrivati a Renzi che, quando alle primarie per decidere chi doveva essere segretario del suo partito pretese che votasse chiunque, anche chi non era tesserato del partito.
  • Togliatti diede prova di grande capacità di governo, anche secondo una anima pura come Rossana Rossanda, perché non ruppe con l’URSS, dice Liguori che, essendo un falso comunista, dice il falso. Togliatti diede prova di doppiezza, e con ciò si inserì comodamente nella tradizione di doppiezza secolare che segna la storia del nostro paese, oppresso fino a oggi dal potere di una forza feudale come il Papato, che impone credenze e morali sorpassate da secoli, che fa di Roma una delle città più degradate d’Italia, che diffonde ipocrisia e parassitismo come il cadavere emana odore di putrefazione.
  • Nella rivolta del 1956 in Ungheria ammette che “inevitabilmente confluirono elementi ambigui e a volte decisamente reazionari, che anche grazie agli errori interni ed esterni presero gradualmente il sopravvento.” Perché “inevitabilmente”? Perché mancava un partito attento a individuare i falsi comunisti e i fascisti, cioè gli ambigui ei reazionari, e a colpirli. E’ giusto, Liguori? Ti torna, come logica? Non dovrebbe essere difficile.
  • Nel 1956 la base popolare del partito, dice Liguori, tenne. “Arroccarsi attorno al gruppo dirigente” significa che la base popolare restò legata al movimento comunista e all’URSS che aveva da poco sconfitto i nazifascisti, e il gruppo dirigente non osava mettere in discussione questo legame, che se lo avesse fatto sarebbe stato rapidamente travolto. Gli intellettuali invece abbandonarono subito la nave, dice Liguori, con il che vorrebbe trasmetterci l’idea che le masse popolari sono tarde a comprendere, mentre gli intellettuali sono liberi come le farfalle, ma noi pensiamo invece al detto popolare sulla nave che affonda, e sui topi che sono i primi ad abbandonarla.
  • Togliatti non accolse con entusiasmo le cosiddette “rivelazioni” del XX Congresso, dice Liguori. È falso. Togliatti accolse con enorme sollievo quelle decisioni, che sancivano la vittoria della destra sulla sinistra del partito in URSS, una sinistra che stava già programmando di farlo venire via dall’Italia, di dargli incarichi internazionali, e di lasciare la guida del PCI a Pietro Secchia, come racconta in modo dettagliato Miriam Mafai.
  • La destra capeggiata da Togliatti si impose sulla sinistra chiamando a proprio sostegno Gramsci, dice Liguori, che nel corso di questi decenni si è qualificato tra i falsi comunisti come esperto di falsificazione di Gramsci. Opera specifica della Commissione Gramsci del P.CARC, nel Centenario, sarà stabilire la verità sulla materia, e cioè la sostanziale identità di vedute tra Gramsci e Stalin su tutte le questioni sostanziali.
  • Infine, dichiara tutto questo putridume e ciarpame che sta maneggiando come materia che avrebbe a che fare con una “futura umanità”. Ma ha occhi per vedere? Provi a fare una operazione semplice. Metta da un lato la Rivoluzione d’Ottobre e la costruzione del socialismo in URSS, sotto la guida di Stalin: l’umanità che fu costruita da questa storica esperienza vinse i nazifascisti a Stalingrado e liberò l’Europa, e l’esempio fu seguito in ogni parte del mondo, e anche nelle nostre montagne e pianure, dai partigiani che liberarono il nostro paese. Metta dall’altro l’umanità che sarebbe stata prodotta dalla svolta del XX Congresso, lo stato presente dei primi paesi socialisti, la condizione delle masse popolari in Italia, e consideri che quello che partì con Togliatti termina oggi con Napolitano e Renzi.

Liguori non farà questa operazione semplice. Dice Brecht che “la semplicità è difficile a farsi”, ed è difficile perché ci sono personaggi come lui pagati per complicare le cose, per mascherarle. Ma la poesia di Brecht dice anche che “il comunismo è ragionevole, chiunque lo capisce” a parte gli sfruttatori e chi è a loro assoldato. Riprendiamo quindi la strada del marxismo, contro tutti i marxismi di Liguori, riprendiamo la battaglia contro i falsi comunisti, che è uno dei lavori da fare per la nuova umanità, quella vera, che sta riprendendo il cammino interrotto nel 1956, con nuove armi e con una nuova scienza.

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L’anno indimenticabile che travolse un intero partito

– Guido Liguori, 14.12.2016

Convegni. Un incontro a Roma sulla sinistra italiana e i fatti internazionali del 1956

1956: dopo di allora nulla fu come prima nella storia del movimento comunista internazionale. Son passati sessant’anni, ma il carattere di vero e proprio spartiacque di quell’anno «indimenticabile» non viene meno. Per milioni di comunisti di tutto il mondo il 1956 rappresentò il crollo di certezze consolidate, la crisi del mito e del modello sovietico, il venir meno del monolitismo del mondo comunista, mentre contemporaneamente si passava dal marxismo ai marxismi. Si riaprivano con questo anche la ricerca e il dibattito teorico-politico, nonché – soprattutto in Italia, per il Pci, alla fine di non lievi travagli – il rilancio di una specifica «via italiana al socialismo», più consapevolmente democratica e legata alla Costituzione, dopo che la «politica di Salerno» aveva subito, negli anni più duri della Guerra Fredda, una parziale messa tra parentesi.

TUTTO EBBE INIZIO con le rivelazioni di Krusciov al XX Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, nel febbraio: il suo «rapporto segreto» sui crimini dello stalinismo (ben presto diffuso in Occidente) e ancor di più la drammaticità dei fatti d’Ungheria, nell’ottobre-novembre, erano avvenimenti troppo dirompenti per non mettere in crisi anche quella «sapienza storicista» dei comunisti italiani che tutto sembrava saper relativizzare e spiegare e far convivere, anche sincreticamente, e che invece mostrò allora alcuni limiti importanti. Anche se Togliatti diede prova di grande capacità di governo del suo partito: Rossana Rossanda, e anche due storici severi verso il Pci come Marcello Flores e Nicola Gallerano, hanno concordato sul fatto che difficilmente questo partito avrebbe mantenuto il suo radicamento sociale se allora avesse rotto il «legame di ferro» con «il Paese dei Soviet».

Eppure nel ’56 – ecco il dramma dei comunisti di allora – i Soviet degli operai ungheresi non ebbero dubbi a schierarsi con la rivolta iniziata per sostenere – non va dimenticato – il comunista riformista Imre Nagy, anche se in essa inevitabilmente confluirono elementi ambigui e a volte decisamente reazionari, che anche grazie agli errori interni ed esterni presero gradualmente il sopravvento.

I COMUNISTI ITALIANI diedero vita alla fine del 1956 a un ripensamento strategico; ma non riuscirono a evitare i contraccolpi dei drammatici avvenimenti ungheresi, pagando anche il fatto di non vedere che la rivolta ungherese esprimeva, sia pure in forma spuria, «una esigenza di libertà e di protagonismo operaio e popolare», come avrebbe più tardi scritto Pietro Ingrao. E se la base popolare del partito tese ad arroccarsi attorno al gruppo dirigente e non venne sostanzialmente erosa, per molti intellettuali si ruppe allora quel rapporto con il Pci che costituiva un suo indubbio punto di forza.

TOGLIATTI NON ACCOLSE con entusiasmo le «rivelazioni» del XX Congresso. Ma non solo perché egli era stato un dirigente della Internazionale comunista. La ragione – che spiegò in giugno nella famosa Intervista a Nuovi Argomenti – stava anche nel fatto che la denuncia di Krusciov aveva in sé indubbi elementi di debolezza: si caricavano tutte le colpe delle storture del sistema sovietico sulle spalle di un singolo, Stalin, e sul «culto della personalità», che aveva costituito pure un tratto reale delle sue modalità di esercizio del potere, e non si vedevano i problemi più vasti della società sovietica e del suo apparato politico-statuale. Se i «compagni sovietici» – sosteneva Togliatti – non avessero affrontato i nodi reali, il come e il perché era stata pesantemente violata la stessa legalità socialista, per non parlare del tema più ampio della «democrazia politica e di quella economica, della

democrazia interna e della funzione dirigente del partito», il necessario processo di rinnovamento non avrebbe condotto lontano. Come di lì a pochi anni apparirà evidente.

IL MOMENTO PIÙ DURO per il Pci fu – come accennato – quello legato ai fatti d’Ungheria. I comunisti ressero botta, sia pure non senza difficoltà ed errori. Ma con l’VIII Congresso, nel dicembre, alla fine di un anno per loro terribile, seppero rilanciare la loro politica e un forte distinguo dal modo in cui era stato costruito il socialismo in Unione Sovietica. La Dichiarazione programmatica approvata da quel congresso resta uno dei punti più alti nell’intera storia del Pci, che suggellava la diversità dei comunisti italiani, fondata sulla coniugazione di socialismo e democrazia. Una specificità – disse più volte in quel drammatico anno Togliatti – che poggiava in primo luogo sul pensiero di Gramsci e sulla sua elaborazione prima e durante il carcere.

Di tutti questi temi e di altri ancora (il contesto internazionale e il capitalismo italiano, ad esempio) discuterà il convegno su Il 1956, il Pci e il progetto di una nuova società, promosso da «Futura Umanità. Associazione per la storia e la memoria del Pci», che il 16 dicembre si aprirà a Roma con una relazione di Aldo Tortorella.

Il convegno di «Futura umanità»

L’incontro di «Futura Umanità» su «Il 1956, il Pci e il progetto di una nuova società» si svolgerà il 16 dicembre presso la Casa della storia e della memoria a Roma (ore 10, via S. Francesco di Sales 5). Il convegno sarà introdotto da Aldo Tortorella. A seguire, Raffaele d’Agata («Il contesto internazionale»), Piero Di Siena («Il capitalismo italiano nell’analisi del Pci»), Michele Prospero («Gli intellettuali e il dibattito sulla cultura politica»), Gianni Ferrara («La Costituzione come progetto di trasformazione della società»), Paolo Ciofi («Premesse e valori costitutivi di un nuovo socialismo»).

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