La vittoria di Trump, a prescindere dallo scontro di opinioni sul male minore rispetto alle elezioni negli USA, crea condizioni oggettive ancora più favorevoli per la rinascita del movimento comunista negli USA e nel mondo. Dimostrazione lo sono le numerose proteste contro l’esito elettorale che si sommano a quelle in corso da mesi contro gli abusi verso gli afroamericani (bersaglio principale della mobilitazione reazionaria) e gli omicidi di polizia.

L’oligarchia di finanzieri, industriali, generali, professionisti, avventurieri, criminali professionali che governa gli USA, che opprime e abbrutisce le masse popolari americane e sfrutta e devasta il mondo cercherà di continuare sotto l’egida di Donald Trump la politica che persegue da tempo: le promesse fatte da Donald Trump alle masse popolari americane per carpirne il voto finiranno nel dimenticatoio dove sono già finite le promesse di Barack Obama.” dal Comunicato CC 21/2016 – 9 novembre 2016 del (n)PCI, in allegato.

Questa è la strada che prenderà la classe dominante negli USA, la strada che la classe dominante americana è costretta a prendere per tentare di conservare il suo dominio a fronte della crisi in corso, che sempre più acutizza la crisi politica dei paesi imperialisti e di tutti gli altri. Solo la rinascita del movimento comunista e la rivoluzione socialista, negli USA e nel mondo, è la prospettiva realistica per mettere fine al dominio della Borghesia.

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Trump, “rivolta” negli Usa: oltre 200 arresti. Presidente: “Professionisti incitati dai media”. Poi fa marcia indietro

Elezioni USA 2016

Migliaia di persone hanno manifestato in tutto il Paese contro il futuro presidente. Il corteo più violento a Portland, nell’Oregon: la polizia ha usato proiettili di gomma e ha parlato di “sommossa”. Il miliardario prima ha accusato i manifestanti di essere “contestatori di professione”, poi ha fatto marcia indietro: “Amo il fatto che i piccoli gruppi di manifestanti della scorsa notte abbiano passione per il nostro grande Paese. Sapremo unirci insieme ed essere fieri!”

di F. Q. | 11 novembre 2016

Seconda notte di proteste negli Stati Uniti per l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Al grido di “Not my president“, dalla East Coast alla West Coast, migliaia di persone hanno manifestato contro il futuro presidente. Dopo le prime manifestazioni post-voto, questa volta non hanno partecipato solo gli studenti universitari, ma cittadini di tutte le età. La polizia ha arrestato oltre 200 persone in tutto il Paese, 185 solo a Los Angeles. Il presidente eletto, che ieri ha incontrato Barack Obama alla Casa Bianca, utilizzando toni che difficilmente contribuiranno a placare la tensione, ha parlato di proteste ingiuste e pilotate: “Ho appena vinto un’elezione presidenziale aperta e di successo. Adesso contestatori di professione, incitati dai media, stanno protestando. Molto scorretto”, ha scritto su Twitter.

Poco dopo Trump ha fatto marcia indietro, esprimendo apprezzamento per la “passione” di quanti hanno manifestato contro la sua elezione e promette di riunire il Paese: “Amo il fatto che i piccoli gruppi di manifestanti della scorsa notte abbiano passione per il nostro grande Paese. Sapremo unirci insieme ed essere fieri!”. L’inversione di marcia di Trump, sottolineano alcuni media Usa, riflette le tensioni emerse durante la campagna elettorale con alcuni membri del suo staff, che con fatica hanno tentato di costringere il tycoon a moderare i toni.

La protesta più violenta a Portland, dove più di 4mila persone sono scese in piazza e la polizia ha arrestato 29 persone. Alcuni manifestanti hanno distrutto le vetrine di vari negozi e dato fuoco ai cassonetti, costringendo la polizia a intervenire. Dal corteo è cominciato allora il lancio di oggetti verso gli agenti, che stavano cercando di dirigere le persone verso piazza Pioneer Courthouse. Gli agenti hanno esploso proiettili di gomma e usato spray al peperoncino per disperdere i manifestanti: “Dopo diversi appelli affinché la folla si disperdesse – si legge sul profilo Twitter delle forze dell’ordine cittadine – la polizia ha usato munizioni non letali per condurre arresti e spostare la folla. A causa dei comportamenti pericolosi e criminali, la protesta ora è considerata una sommossa. La folla è stata avvisata”.

Nelle altre città le manifestazioni sono per lo più pacifiche. Al grido di “Cammina con noi”, circa 400 cittadini di Austin, in Texas, si sono uniti all’evento organizzato da varie associazioni anti-fasciste, anti-razziste e contro la xenofobia. Le proteste sono arrivate fino alla sede del governo texano attorno alle 19.30, l’1.30 di notte in Italia. In Minnesota decine di persone hanno affollato la strada Interstate 94, a Minneapolis , bloccando il traffico in entrambe le direzioni per almeno un’ora.

Sono scesi in strada anche i cittadini della democratica California. A Los Angeles un piccolo gruppo ha brevemente bloccato il traffico, prima che la polizia lo disperdesse. Gli studenti delle scuole superiori sono invece scesi in piazza a San Francisco, sventolando bandiere messicane e arcobaleno, uniti dal motto ‘Trump non è il mio presidente’.

A Baltimora, nel Maryland, centinaia di persone hanno marciato nella zona di Inner Harbor bloccando alcune strade e due persone sono state arrestate. A Denver, in Colorado, circa tremila persone si sono radunate vicino alla sede del governo e manifestato nel centro della città. Centinaia di cittadini hanno manifestato anche a Dallas, Washington, Philadelphia, New York e Oakland.

Intanto, dopo aver dato il suo endorsement (poi rifiutato) al tycoon, il Ku Klux Klan torna a schierarsi al fianco di Trump e ha annunciato per il 3 dicembre in North Carolina una ‘parata per la vittoria’. Il logo della manifestazione riporta una foto del nuovo presidente e la scritta ‘Trump’s race united my people’, che può essere tradotta in due modi: ‘la corsa di Trump ha unito la mia gente’ oppure ‘la razza di Trump ha unito la mia gente’, a seconda del significato che si vuole dare alla parola ‘race’. Già dopo la vittoria elettorale d’altronde, l’ex leader del Ku Klux Klan David Duke aveva rivendicato il contributo dei suoi seguaci all’esito finale scrivendo su Twitter: “Non sbagliate, la nostra gente ha svolto un ruolo enorme”. La ‘sua gente’ che comprende anche i membri dell’American Nazi Party. Il suo capo, Rocky J. Suhayda, aveva infatti spiegato, già prima delle elezioni, che la candidatura di Trump “è una splendida opportunità, che può non tornare più”. Ora che è arrivata la vittoria, neo-nazisti e suprematisti non vogliono farsi sfuggire questa ‘splendida opportunità’.

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Comunicato CC 21/2016 – 9 novembre 2016

La vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali USA di martedì 8 novembre conferma la crisi del sistema politico americano, che è il caso più clamoroso e influente della crisi politica della borghesia imperialista in tutto il mondo.

È una conferma dell’analisi del corso delle cose su cui il (n)PCI ha basato e basa la sua linea e la sua attività. Conferma l’analisi della crisi generale del capitalismo generata dalla crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale, analisi che è alla base della comprensione del corso catastrofico delle cose che la borghesia imperialista impone al mondo. La vittoria di Donald Trump è la conferma della scienza delle attività con cui gli uomini hanno fatto e fanno la loro storia, della concezione comunista del mondo, del marxismo-leninismo-maoismo, il marxismo della nostra epoca, l’epoca della seconda ondata della rivoluzione proletaria mondiale e della rinascita del movimento comunista nel mondo. Il nostro Manifesto Programma è anche l’esposizione sintetica di questa scienza.

La situazione internazionale diventa sempre più rivoluzionaria. La crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale diventa sempre più anche crisi del sistema di relazioni internazionali e dei sistemi politici dei singoli paesi. Gli Stati Uniti d’America sono un caso esemplare e la crisi del loro sistema politico si ripercuote direttamente sul sistema di relazioni internazionale. Per le classi dominanti è sempre meno possibile e più assurdo dirigere la società nei modi in cui le dirigevano nel periodo del “capitalismo dal volto umano” e le classi sfruttate e i popoli oppressi sono sempre più insofferenti della vita che le classi dominanti impongono. Le masse popolari dei paesi imperialisti hanno davanti a sé due strade:

1. la strada della mobilitazione rivoluzionaria che i comunisti devono promuovere e che solo loro possono promuovere alla testa della classe operaia (ossia dei lavoratori delle aziende capitaliste),

2. la strada della mobilitazione reazionaria, della contrapposizione e della guerra tra paesi e nazioni e in ogni paese tra parti delle masse popolari; nei paesi imperialisti i suoi bersagli designati sono gli immigrati, le donne, i giovani, i pensionati, le minoranze nazionali, la parte più povera ed emarginata della popolazione; è la strada promossa dai gruppi più criminali della borghesia imperialista e benedetta con misericordia e compassione dal suo clero.

La situazione è favorevole alla rivoluzione proletaria, la rivoluzione è necessaria. La questione della rivoluzione socialista nei paesi imperialisti è diventata in modo più largo e profondo la questione della sorte della specie umana.

La sorte della rivoluzione socialista dipende da noi comunisti. Noi abbiamo ereditato dal secolo passato, dall’impresa mondiale messa in moto dalla Rivoluzione d’Ottobre in Russia e impersonata da Lenin e Stalin e dalla rivoluzione cinese impersonata da Mao Tse-tung, il marxismo-leninismo-maoismo, la scienza delle attività con cui gli uomini hanno fatto e fanno la loro storia, la concezione comunista del mondo con cui dobbiamo guidare la nostra attività di trasformazione della società. Nostro compito attuale è farne la guida dell’impresa che non siamo riusciti a compiere nel secolo scorso, durante la prima ondata della rivoluzione proletaria (1917-1976): l’instaurazione del socialismo nei paesi imperialisti. Questo è anche l’aiuto di gran lunga migliore che possiamo dare e daremo ai popoli oppressi dal sistema imperialista mondiale e in particolare dalla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti.

La rivoluzione socialista è per sua natura internazionale e l’internazionalismo è uno dei tratti comuni ai gruppi e partiti comunisti di ogni paese, uno dei tratti che distinguono la loro impresa da tutti gli altri progetti e tentativi, generosi o criminali, comunque utopistici o fallimentari, messi in campo dalla sinistra borghese da una parte e dai promotori della mobilitazione reazionaria dall’altra per porre fine al catastrofico corso delle cose. La rivoluzione socialista per sua natura può essere compiuta solo seguendo in ogni paese, per i suoi modi e i suoi tempi, la strada dedotta dalla storia e dalle caratteristiche di quel particolare paese. È quindi in ogni paese una rivoluzione nazionale che ha anche carattere internazionale: questo si traduce ed esprime nella confluenza e azione reciproca delle tante rivoluzioni nazionali, ognuna per i modi e i tempi “rivoluzione in un paese solo”.

La vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali USA di ieri deve concentrare la nostra attenzione sui compiti che i comunisti devono svolgere nel mondo, in Italia per quanto riguarda direttamente noi comunisti italiani.

Quanto a noi comunisti italiani l’esperienza degli ultimi mesi ha posto all’ordine del giorno tre questioni unite dialetticamente, nel senso che i progressi che compiamo nel campo di una determinano i progressi che compiamo nel campo delle altre e dipendono da questi. Con queste tre questioni lo vogliano o no si misurano e su di esse il corso delle cose misura, promuove o emargina, individui e gruppi che vogliono essere comunisti, che vogliono cioè adempiere al ruolo d’avanguardia nella rivoluzione socialista in corso, la rivoluzione socialista che di giorno in giorno avanza e si afferma nella lotta tra le classi e che il (nuovo) Partito comunista ha apertamente proclamato e si è consapevolmente impegnato a promuovere al momento della sua costituzione dodici anni fa, il 3 ottobre 2004.

Queste sono le tre questioni principali, tra loro connesse, che dobbiamo affrontare nei prossimi mesi:

1. trasformazione ed elevazione intellettuale e morale dei membri e degli organismi del partito: la mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari si svilupperà su grande scala e surclasserà la mobilitazione reazionaria se i comunisti saranno suoi promotori intellettualmente adeguati e moralmente decisi ad assumere senza riserve le responsabilità della grande storica impresa che in ogni paese e nel mondo devono compiere; le masse popolari dei paesi imperialisti non hanno instaurato il socialismo nei paesi imperialisti nel corso della prima ondata della rivoluzione proletaria (1917-1976) principalmente per l’inadeguatezza dei dirigenti dei rispettivi partiti comunisti: la cosa non si ripeterà una seconda volta;

2. organizzazione dei lavoratori: in primo luogo nelle aziende capitaliste, in secondo luogo nelle aziende pubbliche e nelle istituzioni (scuole, università, ospedali, ecc.) che forniscono servizi pubblici, in terzo luogo in ogni zona d’abitazione,

3. valorizzazione audace ai fini del nostro piano d’azione dell’attività della sinistra borghese ma nessuna sudditanza alle sue iniziative: la sinistra borghese mesta e rimesta il malcontento delle masse popolari, ma le sue iniziative non alimentano, per mancanza di risultati, la mobilitazione reazionaria solo se noi comunisti le valorizziamo per propagandare il socialismo e la costituzione del Governo di Blocco Popolare e per stabilire contatti con elementi avanzati delle masse popolari.

L’oligarchia di finanzieri, industriali, generali, professionisti, avventurieri, criminali professionali che governa gli USA, che opprime e abbrutisce le masse popolari americane e sfrutta e devasta il mondo cercherà di continuare sotto l’egida di Donald Trump la politica che persegue da tempo: le promesse fatte da Donald Trump alle masse popolari americane per carpirne il voto finiranno nel dimenticatoio dove sono già finite le promesse di Barack Obama. Solo lo sviluppo della rivoluzione proletaria nel mondo e della rivoluzione socialista che instaurerà nei paesi imperialisti il socialismo (inteso come esposto nel Comunicato CC 15/2016 – 26 agosto 2016) farà fronte vittoriosamente ad essa.

Il primo paese imperialista che romperà le catene della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti, mostrerà la via e aprirà la strada anche alle masse popolari degli altri paesi e avrà il loro aiuto (internazionalismo proletario). L’Italia può essere questo paese: dipende da noi comunisti che lo sia!

Per diventare comunisti bisogna impadronirsi della scienza delle attività con cui gli uomini fanno la loro storia, svilupparla e usarla per instaurare il socialismo: il Partito è la scuola per ogni individuo deciso a diventare comunista!

Costituire clandestinamente in ogni azienda capitalista, in ogni azienda pubblica, in ogni istituzione e in ogni centro abitato un Comitato di Partito per assimilare la concezione comunista del mondo e imparare ad applicarla concretamente ognuno nella sua situazione particolare!

Studiare il Manifesto Programma del Partito è la prima attività di chi si organizza per diventare comunista. Stabilire un contatto clandestino con il Centro del Partito è la seconda. Promuovere la costituzione di OO e OP e il loro orientamento a costituire il GBP è la terza.

Con il socialismo nessun uomo è un esubero! C’è posto per tutti!

Osare sognare, osare pensare, osare vedere oltre l’orizzonte della società borghese!

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