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Il mese che porta al referendum costituzionale ha un particolare peso nella definizione degli equilibri politici (rapporti di forza) fra fazioni dei vertici della Repubblica Pontificia e, soprattutto, fra vertici della Repubblica Pontificia e masse popolari.

Scontri e schieramenti

Nel campo della classe dominante (i vertici della Repubblica) il referendum sta particolarmente a cuore a Renzi, alla sua cricca più stretta e all’apparato industriale e mediatico del nostro Paese (grandi industriali, grandi editori, giornali e TG) e della Comunità Internazione dei gruppi imperialisti europei, USA e sionisti: sono loro i principali, ostinati e invadenti promotori del SI. Sono schierati per il NO, ma più di facciata che di sostanza, Lega e Forza Italia; la sinistra PD saltella da uno schieramento all’altro. I veri promotori del NO, nel campo della classe dominante, sono pezzi di istituzioni e autorità borghesi (magistratura, alcune amministrazioni locali la cui capofila è quella di Napoli).

Nel campo della sinistra borghese (partiti, grandi sindacati di regime e grandi associazioni) il M5S non sta promuovendo la mobilitazione fra le masse popolari adeguata alle forza e alle potenzialità che ha e al ruolo che proclama (difensore della Costituzione e della democrazia borghese), ha promosso fino ad ora una campagna di opinione molto generale e mediatica e, soprattutto, non ha schierato apertamente le sue Amministrazioni locali, non ha chiamato alla mobilitazione di massa (sono lontani i “tour elettorali” di Grillo &C). Latitano del tutto le organizzazioni sindacali (in particolare la CGIL e la FIOM, formalmente schierati per il NO), i personaggi “della cultura e della società civile”. L’ANPI, timidi i vertici nazionali, è schierato a macchia di leopardo e solo le Sezioni più legate alle masse popolari stanno facendo attivamente propaganda per il NO.

Nel campo delle masse popolari la campagna referendaria si regge sull’attivismo e sulla mobilitazione di una moltitudine di organismi (reti e associazioni informali capillarmente distribuite su tutto il territorio) che promuovono l’autorganizzazione dal basso. Sono loro che animano il NO al referendum nelle città, nei quartieri, nelle aziende (citiamo qui la rete dei comitati per il NO alla FCA di Cassino, Termoli, Pomigliano, Mirafiori, Melfi e Sevel di Atessa, i coordinamenti per il NO promossi da alcuni circoli del PRC o centri sociali).

In sintesi: da una parte (il SI) Renzi, la sua cerchia più stretta, i grandi editori, i capitalisti “di successo” (da Marchionne a Briatore), l’UE e gli USA; dall’altra una moltitudine di organismi operai e popolari che solo occasionalmente hanno il sostegno di personaggi di spicco della sinistra borghese e della “società civile”.

La posta in gioco

Il 4 dicembre rischia di essere una disfatta per Renzi che, pavoneggiandosi fin dal suo insediamento su un “consenso popolare” che non ha mai veramente avuto, rischia di essere rottamato a mezzo referendum. Rottamare Renzi, per i vertici della Repubblica Pontificia, alimenta la crisi politica perché né le fazioni che lo sostengono né quelle che lo osteggiano, hanno pronta una soluzione di ricambio. Soprattutto, la rottamazione di Renzi a mezzo di consultazione popolare è ben diversa dalla rottamazione per un qualche colpo di mano o intrigo di potere (come quello con cui lui stesso ha fatto barba e capelli a Letta – “Stai sereno!”).

La vittoria del SI darebbe a Renzi maggiore potere di quanto ne ha oggi, in particolare sarebbe il nullaosta su tutta una serie di manovre eversive che il suo governo sta già portando avanti fin da prima della riforma costituzionale (abolizione delle Province, riforma della Pubblica amministrazione, Sblocca Italia, ecc.) e lo metterebbe nella condizione di portare più a fondo la “rottamazione” di tutta una serie di cespugli del sottobosco della Repubblica Pontificia e della sua corte, di cui si è eretto paladino. La vittoria del SI’, dunque, sarebbe comunque un’incognita per la stabilità dei poteri della Repubblica Pontificia, per la governabilità del paese, e, lungi dall’essere una soluzione, alimenterebbe la guerra per bande tra istituzioni e apparati.

I vertici della Repubblica Pontificia sono in subbuglio: questo referendum, data la composizione, il valore, il peso, le motivazioni e gli obiettivi della principale forza che promuove il NO (le organizzazioni operaie e popolari) è diventato ingombrante anche per coloro che ufficialmente non lo possono dire (dai D’Alema ai Salvini) perché sull’opposizione di cartone a Renzi sono ritornati sulla scena o si sono ritagliati un posto al sole.

Alfano, chi ha la memoria che arriva al 2012 lo ricorderà perché in Forza Italia fu liquidato da Berlusconi in ragione del fatto che non avesse “il quid”, è uomo di “diplomazia” e, di certo non di iniziativa personale (“non ha il quid”) intervistato da RTL 102.5 il 2 novembre lancia alla chetichella (saggia il terreno, lancia il sasso) l’idea di rimandare il referendum “a causa del terremoto”. Proposta tanto subdola, grossolana e compromettente che nessuno dei pavidi sostenitori borghesi del NO (da D’Alema a Salvini, a Brunetta) ha avuto il coraggio di accettare e che lo stesso Alfano ha ritrattato. Si sarebbe trattato della più grande operazione di sciacallaggio sulle popolazioni terremotate, aggravata dalla pioggia di menzogne che il governo sta versando loro addosso. “Il terremoto non regge”, ci vuole qualcosa di più… straordinario.

Vigilanza democratica

I vertici della Repubblica Pontificia sono la commistione di vari poteri, ognuno dei quali si è distinto nella storia (in alcuni casi millenaria, come il Vaticano) per spregiudicatezza, ferocia, opportunismo, cinismo e intelligenza criminale: strategia della tensione e bombe nelle stazioni e nelle piazze, trame golpiste e guerre di mafia hanno accompagnato la storia della Repubblica. Ci sono delle teste d’uovo che stanno pensando molto, in queste settimane, con il compito di, se necessario, proporre la più efficace emergenza sociale per disinnescare la miccia della data del referendum costituzionale.

La strada più “innocua” e “pulita” sarebbe stata il pronunciamento della Corte Costituzionale sul ricorso promosso da Onida sulla legittimità del quesito referendario. Liquidato il ricorso del M5S e Sinistra Italiana, rimaneva quello come via istituzionale per disinnescare la miccia. Ma il 10 novembre è arrivato il pronunciamento: il ricorso di Onida non è stato accolto.

A questo punto, se nella lotta fra le fazioni prevarrà quella del rinvio (cioè se Renzi e la sua cricca faranno comunella con i suoi oppositori istituzionali – per inciso: il passaggio di Cuperlo dall’ombrello di Bersani al raggio d’azione del cellulare della Boschi è sintomatico), le strade che i vertici della Repubblica Pontificia vorranno intraprendere non possiamo conoscerle. Certamente sono strade che devono creare una situazione di grande emergenza nel paese, più del terremoto. Devono creare una situazione di straordinaria gravità, tale da lasciar supporre che lo svolgimento del referendum sia impossibile.

Qualunque forma assumesse questa emergenza nazionale, il contenuto sarebbe indiscutibilmente quello di un colpo di mano. Se saltasse il referendum, qualunque sia il motivo, i vertici della Repubblica Pontificia farebbero il possibile per dirottare l’attenzione e la mobilitazione delle masse popolari contro le sue cause apparenti.

A noi comunisti, agli operai avanzati, ai lavoratori alle masse popolari il compito di non cadere nella rete e promuovere la massima mobilitazione di cui siamo capaci, ovunque siamo capaci di animarla e con chiunque è disposto ad animarla.

Ricorsi storici

Forse, leggendo questo appello, qualcuno avrà l’impressione che sia un’esagerazione e che viviamo di paranoie apocalittiche e complottarde. La questione è, lo spieghiamo in modo che chi lo pensa rimetta i piedi a terra, che per motivi diversi e in un contesto in parte diverso, una situazione similare già si presentò ai tempi della seconda elezione di Napolitano a Presidente della Repubblica (2013). A fare fronte a quel golpe bianco fu lasciato solo il M5S, incapace, per concezione legalitaria e per paura, di impedire la mossa di cui oggi Renzi e la riforma della costituzione sono figlie (come i prelievi forzosi dai conti correnti, l’abolizione dell’Articolo 18 e dello statuto dei Lavoratori, il peggioramento della normativa pensionistica, la fase finale dello smantellamento della sanità e della scuola, ecc. ecc.). All’epoca, noi stessi non avevamo chiaro quello che stava succedendo in quei giorni e lo abbiamo compiutamente messo a fuoco solo successivamente. Oggi, sulla scorta dell’esperienza, non siamo disposti a delegare la mobilitazione di fronte a un altro eventuale golpe bianco, travestito da emergenza nazionale.

Controllo popolare

Siamo realisti, non catastrofisti. Non siamo fessi e non nutriamo alcuna fiducia nella cricca di criminali che governa e amministra il paese e nei suoi apparati.

Per una serie di motivi e cause (fra cui le principali e decisive sono la mobilitazione e l’attivismo delle masse popolari nell’usare la campagna referendaria per applicare direttamente la parte democratica e progressista della Costituzione) è ancora aperta la strada alla possibilità che il referendum del 4 dicembre si svolga. E’ possibile, ma non certo.

Se così sarà, il clima politico sarà avvelenato dai vertici della Repubblica Pontificia con ogni mezzo: arbitri e violenze poliziesche (come a Firenze il 5 novembre e a Bologna nei giorni precedenti), provocazioni e repressione (come a Roma e Pavia, sempre il 5 novembre), operazioni “sensazionali” finalizzate a mestare nel torbido (come a Goro) e altri.

Se il referendum sarà confermato per il 4 dicembre, bisogna che i comitati per il NO, le reti, gli organismi che hanno fino ad oggi animato la campagna e la animeranno, si organizzino per effettuare il controllo popolare ai seggi contro tentativi di brogli e sofisticazioni dei risultati che sono possibili se lasciamo nelle mani delle autorità costituite la verifica, il conteggio e l’osservazione delle operazioni di voto.

Usiamo la battaglia referendaria per rafforzare la mobilitazione e l’organizzazione dei lavoratori, dei giovani delle masse popolari per far fronte alla crisi del capitalismo, per rompere con l’asservimento alle istituzioni della Repubblica Pontificia e affinché diventino protagonisti e artefici della costruzione del loro futuro. La costituzione del Governo di Blocco Popolare è la linea che meglio corrisponde alle condizioni attuali del nostro paese a fare avanzare la rivoluzione socialista, quello di cui hanno bisogno le masse popolari.

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