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A che punto siamo, che strada indichiamo, come la vogliamo percorrere, come chiamiamo le donne delle masse popolari a percorrerla

Polonia: il 3 ottobre migliaia di donne scioperano e scendono in piazza per fermare il disegno di legge del governo che prevede il divieto dell’interruzione volontaria della gravidanza (legge già restrittiva) e il carcere per chi lo pratica.

Argentina: il 19 ottobre decine di migliaia di donne sono scese in piazza e hanno scioperato in seguito allo stupro e assassinio brutale di una studentessa di 16 anni e per denunciare le oltre 1000 sparizioni di giovani donne legate al giro della prostituzione.

Islanda: il 24 ottobre migliaia di donne hanno scioperato e sono scese in piazza per ottenere la parità salariale, lotta che va avanti dal 1975.

In tutto il mondo le donne delle masse popolari si organizzano e si mobilitano contro le discriminazioni e la violenza di genere, prodotti dalla divisione in classi della società e alimentati dal degrado materiale e morale che accompagna gli effetti della crisi. Il 25 novembre si celebra la giornata internazionale contro la violenza sulle donne e il 26 si svolgerà una grande mobilitazione a Roma. L’Italia è un paese imperialista in cui il movimento comunista cosciente e organizzato, nonostante l’enorme forza organizzativa e la capillarità, non è riuscito a instaurare il socialismo durante la prima ondata della rivoluzione proletaria, come del resto non vi è riuscito in alcun paese imperialista. L’Italia è un paese in cui la forza del movimento comunista si è espressa con la vittoria della Resistenza sul nazifascismo e, successivamente, con le gloriose lotte per applicare la parte democratica e progressista della Costituzione e nelle lotte per i diritti e le tutele che hanno attraversato gli anni ‘50, ‘60 e ‘70 del secolo scorso. Per contro, il potere politico è stato assunto, con un particolare sistema che chiamiamo regime della Repubblica Pontificia, da un intrigo di relazioni fra imperialisti USA, Organizzazioni Criminali e il Vaticano. La Repubblica Pontificia è un regime politico che ha come forza governante, occulta, irresponsabile e di ultima istanza il Vaticano.

Per questo motivo in Italia la condizione oggettiva in cui si sono dispiegate le lotte di emancipazione delle donne delle masse popolari erano condizionate, a differenza di altri paesi imperialisti (Francia, Germania, Gran Bretagna, USA…) dal particolare contesto retrogrado, oscurantista, oppressivo.

Per i vertici della Repubblica Pontificia la lotta contro il movimento comunista cosciente e organizzato e la lotta contro l’emancipazione delle donne si intrecciavano in modo particolare rispetto ai gruppi borghesi che governavano gli altri paesi imperialisti. L’esperienza degli altri paesi imperialisti, tuttavia, dimostra oggi che non esiste lotta di emancipazione delle donne slegata dalla lotta per il socialismo e che non è possibile nessuna emancipazione delle donne nel sistema capitalista.

Abbagli, menzogne, aspettative fasulle: il capitalismo e le donne. La dimostrazione del fallimento del miglior regime di integrazione, emancipazione e democrazia borghese la fornisce la società svedese, per decenni indicata come patria dei diritti individuali e del capitalismo dal volto umano: in nome della libertà individuale e della “indipendenza” delle donne dagli uomini e dei bambini dagli adulti e dai vecchi (vedere in proposito la video inchiesta di Erik Gandini: “La teoria svedese sull’amore”) le politiche sociali dei campioni della socialdemocrazia hanno costruito una società di individui soli, figli “inseminati” e migliaia di anziani che muoiono senza che nessuno se ne accorga perché ormai “liberati” dai legami familiari.

La verità, suggestioni socialdemocratiche fallimentari incluse, è che nel capitalismo non è possibile alcune emancipazione delle donne. Il massimo livello di emancipazione delle donne (della classe dominante) che il capitalismo consente è diventare dirigenti della società, ma per farlo occorre che dimostrino di essere criminali come lo sono i dirigenti uomini; occorre che siano disposte a perseguitare, sfruttare e opprimere le masse popolari. Chi persegue questa via, le donne che lo fanno, diventano effettivamente “come gli uomini” e in certi casi e per certi versi più decise, efficaci e risolutive per garantirsi un ruolo nella società capitalista e mantenerlo (Margareth Tatcher, Condoleeza Rice, Hillary Clinton sono campionesse di questa “emancipazione”).

Se per chi è oppresso l’unica strada per emanciparsi è diventare come chi lo opprime, come l’oppressore, la lotta per la sua emancipazione non è lotta di liberazione, ma di oppressione di una parte di masse popolari sull’altra. Nel capitalismo tale oppressione non si manifesterà certo attraverso un sistema in cui le donne opprimeranno gli uomini, ma, semplicemente, attraverso l’adattamento a ciò che la società è già oggi: di ricchi che opprimono i poveri, di capitalisti che opprimono classe operaia e masse popolari.

Lotta di genere e lotta di classe. La contrapposizione di genere tanto cara al movimento femminista “vecchio stile” (si intende quello che fin dagli anni ‘70 del secolo scorso contrapponeva le donne agli uomini anziché contrapporre donne delle masse popolari, insieme, agli uomini delle classi oppresse, contro classe dominante) è veicolo e strumento di questa finta emancipazione delle donne e alimenta, in definitiva, la mobilitazione reazionaria. Anche in Italia abbiamo campionesse della lotta di genere al servizio della classe dominante: Daniela Santanchè, per dirne una, ha tentato di cavalcare la lotta per i diritti delle donne “contro i maschi musulmani”, omettendo, mentendo, insabbiando i dati tragici della cronaca che indicano che la maggioranza di uomini che uccidono le donne, nel nostro paese, sono italiani: mariti o ex mariti, fidanzati o ex fidanzati. Alcuni dei quali vanno regolarmente in chiesa la domenica.

Affermare che solo la lotta per il socialismo è lotta efficace per l’emancipazione delle donne non è uguale a dire che chi non lotta per il socialismo non aspira all’emancipazione delle donne. Nel nostro paese il movimento comunista cosciente e organizzato, che sta rinascendo, è ancora debole, il che equivale a dire che organizzativamente, ma soprattutto ideologicamente, anche il movimento di emancipazione delle donne è debole. Tuttavia la mobilitazione delle donne è ben presente, come ben presenti sono le donne, spesso con ruoli di direzione, nelle lotte rivendicative, nelle lotte per la difesa ed estensione dei diritti, nei movimenti sociali.

Ma molte donne delle masse popolari, molte proletarie, istintivamente fanno coincidere la lotta per la loro emancipazione con la lotta di genere e non con la lotta di classe.

Che fare? Le masse popolari imparano dalla loro esperienza. L’esperienza delle donne nella lotta per la loro emancipazione passa oggi principalmente dal ricco movimento popolare, in qualunque forma si manifesti e qualunque contenuto e rivendicazione esprima, in cui sono attive, di cui sono protagoniste: dalle “mogli di Pomigliano” al movimento NO TAV, dalle Mamme vulcaniche alle Mamme NO inceneritore, dalle operaie alle insegnanti, dalle maestre dei nidi al pubblico impiego, fino alle lotte contro la violenza e l’oppressione di genere.

Noi comunisti, donne e uomini, saremo e siamo lì con loro a promuovere organizzazione e mobilitazione, a orientare la pratica, a fare il bilancio della pratica, a elevare la loro coscienza – quella collettiva, dell’altra metà del cielo che costruisce la rivoluzione socialista, e quella individuale di ognuni donna che non china la testa, non accetta il mondo come è.

Diventare classe dirigente e non genere dirigente. “La Rivoluzione d’Ottobre portò il terremoto anche nello stagno immobile della condizione femminile. Il potere sovietico si mosse innanzitutto a colpi di decreti. Il primo, quello sulla “formazione di un governo operaio e contadino”, indica come gestori dello Stato tutti i lavoratori, senza distinzione di sesso. Seguono: il decreto del 29 ottobre 1917 sulla giornata lavorativa di 8 ore, che limita anche il lavoro straordinario e quello notturno per le donne; il decreto del 14 novembre 1917, che stabilisce il diritto della lavoratrice-madre a un congedo pagato per otto settimane prima e dopo il parto; il decreto sul matrimonio, del dicembre 1917, che definisce la famiglia come “unione libera e volontaria” di due persone aventi pari diritti, e che toglie all’uomo tutti i privilegi legati alla proprietà. Leggi speciali vengono promulgate nei paesi dell’Asia centrale, per abolire l’uso feudale del kalym (l’acquisto della sposa, fin dall’infanzia, da parte del futuro marito), per proibire la poligamia, per elevare l’età minima del matrimonio. Ma Lenin e i suoi collaboratori si rendono perfettamente cono che non è soltanto con i decreti che si cambia nel profondo la situazione di masse sterminate e sfruttate, come quelle femminili.

Per liberare del tutto la donna e renderla realmente uguale all’uomo – scrive Lenin – bisogna realizzare un’economia collettiva che permetta alla donna di partecipare al lavoro produttivo comune. Solo allora la situazione della donna sarà uguale a quella dell’uomo” (da Il ciclone Natascia di Claudio Fracassi).

Per questo il miglior contributo che ogni operaia, casalinga, studentessa può dare per contribuire all’emancipazione delle donne delle masse popolari e di tutti gli oppressi è quella di aggregarsi e arruolarsi nella fila del movimento comunista per costruire nell’immediato il Governo di Blocco Popolare, il governo delle organizzazioni operaie e popolari, e avanzare nella costruzione della rivoluzione socialista.

Con questo orientamento parteciperemo sempre a tutte le mobilitazioni promosse dalle donne, non solo alla manifestazione del 26 novembre a Roma.

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