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Il 4 ottobre nei pressi del Campidoglio a Roma si è tenuta la Consultazione Popolare, assemblea che ha visto protagoniste le organizzazioni operaie e popolari della città di Roma accorse dai quattro angoli della città eterna per incalzare la giunta Raggi ad ascoltare, valorizzare e cooperare con le stesse. Dall’amministrazione nessuno ha battuto un colpo e in tanti si sono scagliati contro quest’ennesima conferma di immobilità da parte della giunta. A Roma tutto è fermo. Passeggiando per le strade della città, la suggestione dei monumenti e il senso di continuità dell’opera umana si arresta innanzi a un sistema pubblico di gestione dei servizi caduto nel degrado e oggi in balia di un’amministrazione che decide di non decidere. Questo il grosso dei contenuti degli interventi che incitano il sindaco a fare quanto le organizzazioni territoriali indicano di fare. Il sogno dell’amministrazione che si lega alle masse popolari e sferza l’attacco contro il governo Renzi, sembra infrangersi davanti alle beghe interne al Movimento Cinque Stelle che diviene bega in cui si immobilizza l’intera città.
Tante le esperienze e il potenziale che qui emerge dal basso e spinge verso la costruzione di un’alternativa possibile, di un disegno di città nuovo, partecipato e in coerenza con l’applicazione delle parti progressiste della Costituzione Italiana. Roma non è però una città qualunque e la trasformazione di Roma è trasformazione del paese, ecco il motivo dell’enorme marasma attorno a queste mobilitazioni. Un marasma che rende ancora più grande e stimolante il lavoro di questi uomini e queste donne. In tanti, ancora, sono accorsi in Campidoglio per chiedere, per rivendicare e spingere la giunta a un ascolto; in tanti, allo stesso modo, cominciano a denunciare di avere la sensazione di chiedere cose a un sordo e che bisogna fare da soli. Tra questi, i racconti di esperienze di lotta taciute ai più ma estremamente affascinanti per chi le ascolta la prima volta.
Dalle centinaia di persone sedute in platea, chiamato a intervenire in un microfono singhiozzante e mezzo scarico (gli interventi sono stati talmente tanti che anche il microfono ha fatto fatica), prende la parola un compagno. A petto pieno, sguardo fiero e voce ferma racconta: «faccio parte della campagna IO ME NE OCCUPO. Siamo dipendenti pubblici di un canile comunale. Il Comune qualche mese fa ha sentenziato i tagli con cui ci avrebbero lasciato in mezzo a una strada. Oltre novanta licenziamenti e un senso di beffa. Non è cambiato niente neanche con il cambio di giunta. Noi non abbiamo minimamente abbassato la testa, abbiamo occupato il canile e siamo in autogestione da oltre cinque mesi. A sostenerci sono state le masse popolari del quartiere e della città che hanno visto in noi il vero senso del Servizio Pubblico, lavoratori e utenti uniti nella lotta gli uni uniti agli altri. Siamo stufi – continua il compagno – di chi licenzia in nome della costruzione di nuovi modelli, che sempre vanno nella direzione della privatizzazione. Noi siamo l’incarnazione di quale debba essere il nuovo modello di servizio pubblico in cui i lavoratori sono al servizio della popolazione. Per noi tutti i bandi vanno revocati, i privati non devono avere alcun ruolo nell’erogazione del servizio pubblico, il servizio pubblico siamo noi».
Stefano dei Dipendenti Capitolini racconta delle esperienze che i dipendenti del servizio pubblico del Comune di Roma si trovano a vivere in questo periodo e ammonisce la Raggi: «non possiamo pensare di cambiare la città con l’onestà e la trasparenza, servono misure concrete che rompano con il malaffare, i tecnicismi e Mafia Capiale». Dà così voce, Stefano, a quanto sotto traccia emergeva dagli interventi di tutti, servono criteri di classe per decidere cosa fare di questa città, altro che tecnicismi, feticismo burocratico nell’assegnazione di compiti e quant’altro.
Decide Roma-Servizio Pubblico, torna ancora sul punto dei servizi, tema predominante nell’assemblea, ed afferma ancor più chiaramente: «abbiamo scritto un piano alternativo sui servizi pubblici della città. Pubblico, per noi, significa garanzia di un servizio garantito a tutti e per tutti accessibile, non significa farsi imbrigliare dalle logiche del mercato, del patto di stabilità e della politica di palazzo. Noi usiamo la parola d’ordine di “incompatibilità” del servizio pubblico partecipato e collettivo che noi affermiamo con le logiche di speculazione della classe dominante; da questo punto di vista ci dichiariamo illegittimi! Così come applichiamo il principio della legittimità popolare contro la logica della legalità e giustizia borghese».
Sono presenti alla manifestazione una serie di organizzazione che si battono per la conquista di un lavoro utile e dignitoso, quelle organizzazioni che sempre più dimostrano che il paese è pieno di lavori da fare e anche di gente disposta a farli e contrastando il fatto che le autorità si disinteressano della ricostruzione del paese e non sono disposte a pagare chi si rimbocca le maniche e lo fa dal basso. Emanuele della Lista Disoccupati e Precari del VIII Municipio racconta: «noi stiamo portando avanti la pratica dello sciopero alla rovescia, partendo dallo studio degli aspetti tecnici tessuto sociale del territorio in cui interveniamo. Abbiamo, quindi, agito non solo chiedendo all’Amministrazione Comunale di fare fornire all’autorganizzazione dal basso strumenti, mezzi e strutture per emanciparsi e creare lavoro. Le Amministrazioni Comunali devono riconoscere questo tipo di esperienze se vuole dare seguito alle belle parole dette in campagna elettorale».
In tutti gli interventi aleggia il punto decisivo della prospettiva politica entro cui inserire il grosso muoversi della mobilitazione generale delle masse popolari della città. È questa l’agorà in cui le masse popolari della città si interrogano e avviano il ragionamento su come fare fronte agli effetti più gravi della crisi a partire dal criterio dell’organizzarsi e coordinarsi; organizzarsi e coordinarsi che vuol dire sempre più costruire delle Nuove Autorità Pubbliche, quelle autorità nate dal basso e che si prendono il potere di decidere cosa fare dei propri territori e luoghi di lavoro; che spingono anche tutti i sinceri democratici, esponenti della società civile, del mondo dei sindacati e della cultura, che godono ancora della fiducia delle masse popolari, su cosa possono e devono fare qui ed ora per mantenere quella fiducia e per assumere il ruolo cui oggi la storia li chiama, dare norma di legge alle misure che le masse popolari indicheranno sia in qualità di “amministratori locali di nuovo tipo” che di ministri di quello che sarà un “governo nazionale di nuovo tipo”, un Governo di Blocco Popolare, l’unico in grado di applicare concretamente le parti progressiste della Costituzione.
Sarà questo il terreno di battaglia prima, durante e dopo la campagna referendaria durante la quale le parole d’ordine “difendere e applicare la Costituzione” fanno tremare i polsi a palazzo Chigi e in Campidoglio se le potenzialità di quanto si muove a Roma e nel resto del paese in termini mobilitazione, organizzazione e coordinamento imbocchi la via del contendere il potere, salti dal rivendicare al governare, dal chiedere incontri per accettare piani alternativi all’applicazione diretta di quei piani, progetti o procedure.
Questa la battaglia che c’è da combattere oggi. Non solo la rabbia per la repressione intimidatoria, quindi; non solo la lotta e la rivendicazione di diritti sacrosanti ed essenziali come l’aria che ci serve a respirare; non solo la difesa della Costituzione ma l’applicazione delle sue parti progressiste, la costruzione di un potere realmente popolare e realmente autogestito dal basso, la ricostruzione da parte delle masse popolari di un paese che le classi dominanti hanno distrutto e devastato, riducendolo nelle condizioni che oggi abbiamo davanti agli occhi. Questa la battaglia, questa la strada, questa la prospettiva – la costruzione di un potere e di un governo che metta al centro il protagonismo reale delle masse popolari – oggi più praticabile poste le condizioni che ci si parano innanzi quotidianamente; prova inconfutabile e inscalfibile del fatto che non sono i padroni ad essere forti, sono le masse popolari che ancora non fanno valere la loro forza.

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