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Hanno vinto, le cinque tute blu licenziate nel 2014 con l’accusa di aver infangato il “buon nome” dell’azienda. Dopo oltre due anni di lotte, presidi, manifestazioni, cortei, azioni eclatanti, proteste, presidi davanti allo stabilimento e poi al Comune di Napoli, udienze, rinvii, i cinque operai dello stabilimento di Pomigliano d’Arco sono stati reintegrati. A stabilirlo è una sentenza della Corte d’Appello di Napoli, che ha accolto il ricorso degli operai e ribaltato la sentenza in primo grado del Tribunale del Lavoro di Nola, notoriamente asservito all’azienda. I giudici hanno decretato che la “rappresentazione scenica (…) non ha travalicato i limiti di continenza del diritto di svolgere, anche pubblicamente, valutazioni e critiche dell’operato altrui, che in una società democratica deve essere sempre garantito”. Una vittoria sul piano legale, certamente. Su tutto, però, una vittoria politica al cui centro sta la determinazione e la lotta di operai che non si sono lasciati piegare anche quando tutto sembrava volgere contro di loro, l’importanza della solidarietà di classe e l’unità di azione che i tanti, tantissimi compagni, di tante organizzazioni politiche e di movimento, indipendentemente dalla tessera sindacale d’appartenenza, hanno saputo dispiegare nell’arco di questi anni. Una vittoria politica della classe operaia in un processo politico qual è stato quello intentato da Marchionne con i suoi otto avvocati al fine di intimidire e fiaccare ogni resistenza operaia nei suoi stabilimenti. Una vittoria che dà e darà coraggio ad altri operai e altri lavoratori nel far valere le proprie ragioni e scompaginare i piani repressivi e speculativi di padroni e istituzioni ad essi asservite. Una vittoria esemplare.

È un po’ di ossigeno costituzionale”, dice De Magistris, Sindaco di Napoli, che, pressato dalla mobilitazione operaia e popolare, accoglie la “bella notizia” del reintegro degli operai. Ebbene, questa vittoria, che sancisce la legittimità di contestare la violenza repressiva esercitata quotidianamente dal gruppo FCA contro gli operai, richiama l’attenzione sull’articolo della Costituzione che afferma la libertà di espressione e garantisce la legittimità di ogni manifestazione. È una vittoria che si inserisce, dunque, pienamente, nella battaglia referendaria per il NO alla modifica della Costituzione, come invece vorrebbe il governo Renzi. Difendere oggi la Costituzione significa difendere gli operai e tutti quanti lottano per i propri diritti. Difendere oggi la Costituzione significa applicarne le parti progressiste, quelle che affermano diritti inalienabili come il diritto al lavoro, alla casa, alla salute pubblica, all’istruzione. Difendere la Costituzione significa praticare quei diritti, oltre che rivendicarli. Dare esempio di mobilitazione, lotta e organizzazione, scompaginando il disegno reazionario e criminale che sottende alla modifica della Costituzione, rovesciando i tavoli processuali sui quali viene imputato chi oggi si batte per esercitare principi e diritti costituzionalmente sanciti e mettendo noi stessi sotto accusa gli accusatori, i Machionne, i Riva, i Renzi, tutti quanti, padroni e governi dei padroni, vogliono fare carta straccia della Costituzione per sdoganare su ampia scala abusi di potere, repressione e libertà di sfruttamento.

È quello che è stato fatto in sede processuale dai 5 operai licenziati. È quello che la mobilitazione popolare costruita intorno al loro “caso” ha saputo promuovere, creando schieramento, movimento di opinione pubblica di condanna, senza se e senza ma, dell’arroganza impunita dell’azienda, coperta da governo. È quanto va fatto oggi. Più convintamente e più diffusamente. Forti di una battaglia vinta. Nella consapevolezza che nessun risultato raggiunto è effettivamente acquisito fin quando saranno i Marchionne, i Riva, i Renzi a governare questo paese. Ecco perché la lotta continua e deve continuare. La FCA ricorrerà in Corte Costituzionale, probabilmente. Probabilmente cercherà degli escamotage pur di non far rientrare effettivamente nello stabilimento i 5 operai reintegrati, avendone “assaggiato” il potenziale di lotta e organizzazione che rappresentano. Probabilmente punterà a dividere gli operai, facendo leva sul ricatto e sull’intimidazione, imponendo loro di costituire in azienda comitati per il SI al Referendum del 4 dicembre. Noi, dal canto nostro, abbiamo il compito di rilanciare, prevenire le mosse del padrone costruendo organizzazioni operaie che si occupano dell’azienda, impedendone ristrutturazioni o smantellamento, contrastandone la condotta antisindacale e che comincino a ragionare su come dirigerne, autonomamente dal padrone, il processo produttivo; organismi che sviluppino potere alternativo alle autorità aziendali e che preservino l’unità dei lavoratori, ossia che uniscano laddove il padrone ha necessità di dividere; organismi che promuovano il coordinamento e l’organizzazione interna ed esterna allo stabilimento, collegandosi al resto del movimento di resistenza sociale diffuso sui nostri territori, per impedire il manovrare dei padroni e dei governi loro espressione, respingere gli attacchi contro altre avanguardie di lotta e altri lavoratori. Il moltiplicarsi di coordinamenti operai anche indipendentemente dalle sigle sindacali o dall’appartenenza ad alcun sindacato come hanno fatto in FCA a Melfi, dove si è costituito il comitato operaio per il NO al referendum costituzionale o quello in via di costruzione a Pomigliano; il nascente coordinamento nazionale dei siderurgici, lanciato dalle acciaierie Lucchini di Piombino e cui hanno immediatamente aderito gli operai dell’ILVA di Taranto; la lotta organizzata che gli operai Sevel stanno portando avanti a oltranza e la solidarietà che ricercano e che stanno trovando; il nuovo impulso alla costruzione del coordinamento nazionale dei lavoratori FCA; i tanti comitati operai che oggi sono attivi in tanti stabilimenti così come i tanti, tantissimi comitati di scopo che sorgono, agiscono e lottano in aziende come quelle sanitarie e sui territori come quelli ambientali sono la base di un’alternativa realistica ai Marchionne, ai Riva, ai Renzi di turno, che è già nell’ordine delle cose. Pongono, cioè, le condizioni per la costruzione di un’alternativa politica per il paese: un proprio governo di emergenza, un Governo di Blocco Popolare che faccia fronte agli effetti più gravi della crisi e dia forza e forma di legge ai provvedimenti di volta in volta assunti, caso per caso, proprio dalle organizzazioni operaie e popolari.

Oggi, compagne e compagni, siamo più forti. Perciò dobbiamo passare ora dalla difesa all’attacco. Puntare a vincere la guerra! Costruire un nostro governo! La vicenda dei cinque dimostra, infatti, una volta di più che non sono i padroni a essere forti: sono la classe operaia e il resto delle masse popolari che, quando si organizzano, fanno valere la propria forza e vincono.

Costruiamo in ogni azienda e in ogni territorio organizzazioni operaie e popolari!

Dal comunicato del 27 settembre 2016 della Segreteria federale Campania

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