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Sono circa 40mila i braccianti che in Puglia vivono in condizioni salariali e di sicurezza sul lavoro che definire indecenti è dir poco. La paga è di circa 3 euro all’ora e per raggiungere i 30 euro giornalieri bisogna sgobbare duro, senza lamentarsi per almeno 10 ore, senza sosta, senza diritti, senza garanzie che quel lavoro venga pagato. Un lavoro da schiavi, immigrati, da nuovi sfruttati che attraversano il mediterraneo con la versione moderna di quelle che una volta venivano definite “negriere”, che hanno arricchito e sviluppato le potenze coloniali di tanti, troppi secoli fa per essere riproposte nelle stesse salse. La storia ha insegnato che quei “negri” prima o poi si ribellano, alzano la testa e incrociano le braccia. Ciò è quanto avvenuto in queste terre. Ma lo sfruttamento, al di là di come molti sostengono quasi nostalgicamente, non bada al colore della pelle, alla nazionalità.

Quello che una volta facevano i “negri” ora lo fanno gli italiani e gli immigrati che decidono di non ribellarsi, di abbassare la testa davanti al caporale di turno e di lavorare in condizioni misere e di sfruttamento. Sono per lo più donne di famiglie monoreddito o ragazze madri che vanno ad integrare gli stipendi dei mariti o alla ricerca di un mezzo di sostentamento per i propri figli. Sono donne sfruttate e messe in ginocchio dal dispotismo di un padrone che ne sfrutta ricattabilità e debolezza; sono donne oppresse come lavoratrici e come donne per l’appunto. Sono donne che alle tre del mattino sono già in strada ad aspettare il pullman del “capo” che le porta ai campi: sfruttate come bestie e spesso costrette perfino a fornire rapporti sessuali, tutto incluso nei 3 euro all’ora della paga di fine giornata. Hanno dai 16 ai 45 anni e le loro storie sono storie da ottocento. Le dichiarazioni che emergono dai giornali, nelle numerose interviste sono da far accapponare la pelle: «non vogliono stranieri, perché loro si ribellano e gli italiani no. Ci sentiamo gli schiavi del terzo millennio, ci hanno tolto la dignità. Nelle serre di fragole la temperatura raggiunge circa 40°, per raccoglierle ci vogliono mani femminili, delicatezza e tatto che non rovinano il prodotto. Se il caporale decide che bisogna terminare prima un raccolto si può arrivare a lavorare 16 ore con la paga maschile che arriva a 35 euro, quella femminile che quasi sempre non supera i 27 euro. La cosa peggiore è che non ci sono controlli, mai una pattuglia che fermi uno di questi pullman o la notizia dell’arresto di un caporale».

Questo lo spaccato più truce e nefasto del nostro paese. Guerra tra poveri, che si contendono un lavoro puntando sul ribasso salariale, guerra di genere, con le donne sfruttate e oppresse prima come lavoratrici e poi come donne, una vera e propria guerra di sterminio, in sostanza. Quella guerra di sterminio non dichiarata che la Borghesia Imperialista muove contro le masse popolari del nostro paese. Una guerra di sterminio fatta di oppressione e morte, sfruttamento e depravazione morale e intellettuale. È crisi sistemica quella che viviamo ed è crisi che si accanisce e scaglia innanzitutto contro gli elementi maggiormente attaccabili delle masse popolari: giovani, donne e immigrati. Tutti quegli elementi delle masse popolari che in questa società vivono una doppia oppressione, quella di classe (principale) e quella di età, genere ed etnia (secondarie). Una doppia oppressione che vuol dire un motivo in più per sovvertire l’ordine di cose costituito; un motivo in più per alzare il livello dello scontro e dichiarare guerra ai padroni, ai vertici della Repubblica Pontificia (papa Bergoglio, Renzi e la sua corte), ai gruppi imperialisti europei, americani e sionisti, per costruire un’alternativa valida per far fronte alla crisi generale del sistema in cui siamo immersi e che traghetti le masse popolari fuori dall’oppressione capitalista, che è come detto oppressione di classe ma anche generazionale, di genere e di etnia.

È crisi che dimostra innanzitutto un dato: non esiste legge al di sopra delle parti, non esiste giustizia per le masse popolari, all’interno della società borghese le leggi della borghesia vengono violate a proprio piacimento dai padroni e valgono di meno per gli oppressori rispetto a quanto valgano per le masse popolari. Il problema per tutto questo non è migliorare le cose chiedendo ai padroni di aggiustare qui o lì le leggi che loro stessi disertano; non è neanche chiedere ai padroni di intervenire e di risolvere questioni che loro stessi generano e che certamente non risolveranno perché glielo chiedono le masse popolari; non è chiedere ai padroni di fare belle dichiarazioni di solidarietà che restano sulla carta ma che non hanno altro effetto che illudere e deludere per l’ennesima volta le masse popolari (basti pensare alle dichiarazioni da tifosa fatte dalla Boldrini verso queste donne nel mese di agosto: «la vostra è la battaglia di tutte le donne»); non è più tempo di fare affidamento alle classi dominanti, tristi figuri in giacca e cravatta che ammazzano e devastano i sogni e le aspirazioni della classe operaia e delle altre classi oppresse. Tutta questa oppressione, la crisi economica, politica e culturale che ci circonda, il dolore di milioni di donne e di uomini del nostro paese appartengono a un modo di produrre e di dirigere la società che ha un nome ben preciso, si chiama capitalismo: un sistema che promette la libera iniziativa economica del singolo a scapito del benessere collettivo, libera iniziativa che diventa necessariamente diritto di quei pochi che opprimono la maggioranza. Solo chi può permetterselo in questa società può dirsi libero per davvero: altro che “libertà, uguaglianza e fratellanza”, altro che “leggi uguali per tutti”, altro che libertà individuali e democrazie rappresentative. Il capitalismo è una enorme bufala!

Per rompere col capitalismo esiste una sola strada: costruire il socialismo! Questa la sfida che gli operai, i lavoratori della Sanità, della Scuola e della Pubblica Amministrazione, i lavoratori autonomi, i giovani, le donne e gli immigrati delle masse popolari del nostro paese devono raccogliere. La vita che ci si para innanzi sarà quella dell’ulteriore peggioramento delle condizioni materiali, dell’acuirsi della guerra tra poveri e della guerra vera e propria: oppressione, morte, ancora morte e ancora oppressione quindi, ecco tutto quello che la classe dominante ha da offrirci. Le masse popolari possono spezzare queste catene, sono l’unica cosa che hanno da perdere, armandosi di scienza, coscienza e organizzazione. Per questo motivo non esiste altra via che quella di cominciare sin da oggi a costruire Organizzazioni Operaie e Popolari nelle aziende, sui posti di lavoro, nelle scuole, sui territori e in tutti i settori della società con l’obiettivo dichiarato di occuparsi per primi della propria azienda, del posto di lavoro, scuola o territorio; occuparsi del proprio ambito è il primo passo per poi uscire all’esterno e coordinarsi con tutto quanto si muove sulla strada della costruzione dell’alternativa. È così che nascono le Nuove Autorità Pubbliche, quelle autorità popolari che prendono a dirigere pezzi della società che la classe dirigente non dirige più o dirige male opponendosi alle autorità della classe dominante. Sono questi i primi passi per prendere in mano il governo del paese, per costruire un’alternativa di governo che parta dal basso, un Governo di Emergenza Popolare, e che metta a valore tutti quegli elementi (amministratori, sindacalisti, uomini di cultura ecc.) che ancora godono della fiducia delle masse popolari, un governo che funga da base materiale per la costruzione della Rivoluzione Socialista, l’unica strada concreta per fare dell’Italia un nuovo paese Socialista!

 

Non sono i padroni ad essere forti, sono le masse popolari che ancora non fanno valere la loro forza!

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