Verso la manifestazione di Roma del 24 settembre

La manifestazione di Roma del 24 settembre. Il 24 settembre a Roma si terrà una manifestazione nazionale a sostegno della lotta del movimento di liberazione nazionale del Kurdistan e per la liberazione del suo leader Abdullah Ocalan. Questa manifestazione è la più prossima di numerose iniziative che il movimento di solidarietà con il Kurdistan ha svolto nel nostro paese dai giorni della vittoriosa resistenza di Kobane a fine 2014. La vittoria di Kobane ha rafforzato la simpatia delle masse popolari dei paesi imperialisti verso i combattenti kurdi divenuti un simbolo internazionale della resistenza contro le guerre della Comunità Internazionale (CI) dei gruppi imperialisti USA, UE e sionisti come nel passato recente lo furono i combattenti di Falluja in Iraq. La lotta delle masse popolari del Kurdistan fa proseliti nei paesi imperialisti e la solidarietà nei suoi confronti è un campo di attività che mobilita tanti compagni con la “falce e martello nel cuore”, sinceri oppositori e ribelli al regime della Repubblica Pontificia e al corso delle cose promosso dalla CI, alcuni dei quali scelgono anche la strada del sostegno sul campo alla lotta del popolo kurdo.

Cenni storici sul movimento di liberazione nazionale del Kurdistan. I kurdi hanno condiviso con il resto delle masse popolari arabe e musulmane il destino di arretratezza e miseria in cui l’imperialismo ha relegato le sue colonie e semi-colonie in questa parte del mondo. Tratto specifico delle popolazioni di etnia kurda è stato quello di essere nazione senza stato e oppressa dalle classe dominanti degli altri stati mediorientali in cui il Kurdistan è spezzettato (i kurdi sono all’incirca 30 milioni distribuiti in un’area territoriale al confine tra Turchia, Siria, Iraq e Iran). Destino di oppressione condiviso a partire da dopo la Seconda Guerra Mondiale con un’altra nazione mediorientale senza stato, la Palestina. Negli anni ’70, su impulso del movimento comunista turco, la resistenza delle masse popolari kurde ha compiuto un salto di qualità con la fondazione del Partito Kurdo dei Lavoratori (meglio noto come PKK) che ha dato inizio alla lotta per la costruzione di uno stato kurdo indipendente e socialista, traendo forza e sostegno dall’allora campo dei primi paesi socialisti (malgrado questi già fossero nella loro fase di declino) e dagli avamposti conquistati in Medio Oriente dal movimento di decolonizzazione dei paesi oppressi (uno di questi avamposti era la Siria che fino al 1998 ha sostenuto il gruppo dirigente del PKK). Postosi alla testa della lotta contro il regime anti-curdo di Turchia il PKK nel corso dei decenni ha incrementato la sua influenza tra le masse popolari kurde fino a diventare il promotore e la guida del movimento di liberazione nazionale kurdo in Turchia (storico bastione dei gruppi imperialisti USA in Medio Oriente) e a seguire in Siria e Iran (due degli stati “canaglia” nel mirino della CI) fino ad isolare in Iraq la tendenza reazionaria promossa dai clan feudali kurdi affiliati alla CI (esponenti di spicco del regime fantoccio imposto dagli USA in Iraq dopo la cacciata di Saddam Hussein).

Condizioni oggettive e soggettive della lotta del movimento di liberazione nazionale del Kurdistan. Lo sviluppo della seconda crisi generale del capitalismo iniziata negli anni ’70 del secolo scorso alimenta la lotta di classe in tutto il mondo. Il peggioramento delle condizioni di vita che nei paesi imperialisti si misura in termini di eliminazione delle conquiste delle masse popolari, nei paesi oppressi arabi e musulmani si esprime nell’intensificazione della guerra militare e nel saccheggio promosso dalla CI. Il contrasto tra l’avanzare della crisi del capitalismo e l’accrescersi della resistenza delle masse popolari pone all’ordine del giorno la sovversione dell’ordine mondiale retto dalla CI e la transizione dell’umanità a superiori relazioni sociali attraverso lo sviluppo della seconda ondata della rivoluzione proletaria. Nei paesi imperialisti come l’Italia le condizioni oggettive pongono all’ordine del giorno la costruzione della rivoluzione socialista e la rinascita del movimento comunista è la condizione soggettiva da creare.

Le carneficine e gli sconvolgimenti causati nel mondo arabo e musulmano dalle manovre della CI alimentano la resistenza delle masse popolari e mettono all’ordine del giorno la liberazione dai rapporti sociali schiavisti e feudali e dall’oppressione dell’imperialismo, dunque la ripresa del processo di rivoluzione democratica e antimperialista che si è interrotto con l’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria. Queste sono le condizioni oggettive della lotta in corso in Kurdistan ma anche in Palestina e in altre zone in cui è invece il clero musulmano ad essere alla testa della resistenza delle masse popolari. Anche nei paesi oppressi arabi e musulmani la rinascita del movimento comunista è la condizione soggettiva che deve maturare per rendere possibile la rivoluzione democratica e anti-imperialista. Maturerà a ritmo tanto più rapido quanto più noi comunisti dei paesi imperialisti avanzeremo nella lotta nei nostri rispettivi paesi che sono il centro da cui la CI dirama il suo potere oppressivo sulle masse popolari di tutto il mondo.

Posto di fronte a questo compito il PKK a partire dagli anni ’90 ha reciso i suoi legami ideologici con la storia e la tradizione del movimento comunista ed ha sposato le tesi del “confederalismo democratico”, in base alle quali oggi mira alla realizzazione dei diritti politici, sociali e civili dei kurdi e delle altre nazionalità presenti in Kurdistan tramite l’organizzazione e la mobilitazione delle masse popolari in forme di auto-governo locale e la lotta per la democratizzazione dei paesi in cui il Kurdistan è attualmente spezzettato.

Questo cambio di linea ha segnato il passaggio aperto del PKK alla sinistra borghese: il campo delle forze che sono contro i mali del capitalismo e il disastroso corso delle cose promosso dalla CI e che vogliono tentare di migliorarlo restando nell’ambito del capitalismo e del dominio sul mondo della CI. Sta alle forze comuniste interne al movimento di liberazione nazionale kurdo come ad esempio il Partito Comunista Marxista-Leninista di Turchia e Nord Kurdistan sviluppare la lotta contro le concezioni che lo indeboliscono e legarlo al processo di rinascita del movimento comunista internazionale. Il movimento di liberazione nazionale del Kurdistan e il PKK si sono sviluppati proprio grazie all’onda lunga della prima ondata della rivoluzione proletaria iniziata nel 1917 con la rivoluzione d’Ottobre diretta da Lenin e da Stalin. La rinascita del movimento comunista internazionale e lo sviluppo della seconda ondata della rivoluzione proletaria sono il contesto necessario alla realizzazione degli obiettivi rivoluzionari per cui le organizzazioni del movimento di liberazione nazionale kurdo si sono costituite. Contribuire o non contribuire a questo scopo è la questione decisiva del loro futuro ed è questione di lotta ideologica nel movimento comunista internazionale.

Sono quattro i temi fondamentali su cui la carovana del (nuovo)PCI fa appello al dibattito ai comunisti dei paesi imperialisti così come ai comunisti dei paesi oppressi:

1. il bilancio dell’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria e dei primi paesi socialisti,

2. la natura della crisi in cui siamo immersi cioè la teoria della crisi generale del capitalismo nell’epoca imperialista e della connessa situazione rivoluzionaria in sviluppo;

3. la natura e le caratteristiche del regime che caratterizza i paesi imperialisti (ossia il regime di controrivoluzione preventiva) e che ora è in via di disfacimento sotto i colpi della crisi;

4. la strategia da seguire per la costruzione della rivoluzione: la Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata come strategia universale della rivoluzione proletaria che in ogni paese si applica secondo leggi particolari.

Il dibattito su questi quattro temi fondamentali (su ciascuno dei quali il (nuovo)PCI ha elaborato precise risposte reperibili al link: http://www.nuovopci.it/scritti/i4temi/index.html) è il punto da cui partire per costruire un’unità superiore nel movimento comunista e avanzare nel suo processo di rinascita.

Il movimento di liberazione nazionale del Kurdistan oggi: la rivoluzione del Rojava. La CI in Siria è messa in difficoltà dallo sviluppo della rivolta contro di essa delle stesse bande mercenarie e delle masse popolari organizzate dal clero musulmano che all’inizio erano state usate come ariete contro il governo Assad. A queste difficoltà della CI bisogna aggiungere quelle arrecate dal PKK e dalle sue organizzazioni sorelle operanti in Siria (il Partito dell’Unione Democratica, gli eserciti popolari delle Unità di Difesa del Popolo e delle Unità di Difesa della Donna). Queste hanno assunto ruolo attivo nel promuovere la difesa della Siria dagli aggressori armati dalla CI e dai suoi sgherri regionali (Turchia, Arabia Saudita, ecc.) e oggi i territori del nord della Siria (regione del Rojava) sono diventati un’ampia zona liberata sotto il loro controllo.

Una misura della forza raggiunta dalla lotta in corso in Rojava sta nelle contraddizioni che ha sviluppato all’interno della CI tra i fautori della sua repressione e i fautori della sua manipolazione. Da una parte il regime turco fautore dell’annientamento della rivoluzione del Rojava tramite intervento diretto e aizzando contro di esse le bande mercenarie e le masse popolari organizzate dal clero musulmano. Dall’altra parte i caporioni della CI (i gruppi imperialisti USA, UE e sionisti) fautori della manipolazione della rivoluzione del Rojava per indebolire il governo Assad e contrastare bande mercenarie e masse popolari organizzate dal clero musulmano che hanno fatto del retroterra di armi, denaro, territori e risorse d’altro tipo accordategli nel passato dalla CI la base per combattere anche contro la CI stessa (nella forma delle stragi contro le masse popolari dei paesi imperialisti) oltre che contro il governo Assad e i kurdi.

Le contraddizioni che la rivoluzione del Rojava ha aperto in seno alla CI sono alla base della sempre più frequente propaganda a favore dei combattenti kurdi che può leggersi sui media borghesi anche del nostro paese. E’ la pubblicità interessata dei guerrafondai che incoraggiano l’invasione della Siria da parte degli eserciti della CI con il motivo propagandistico di non lasciare soli quanti combattono contro “il tiranno Assad” e i “taglia-gole di ISIS”. E’ la pubblicità interessata della CI che dopo aver fatto anche in Siria un buco nell’acqua cerca di recuperare terreno blandendo la rivoluzione del Rojava e cercando di arruolarla ai suoi progetti di saccheggio della Siria.

L’esito dello scontro dipende in ultima istanza dal ruolo dei comunisti operanti in Siria e nel movimento di liberazione nazionale kurdo. Solo la rinascita del movimento comunista è garanzia di uno sviluppo positivo del processo in corso.

Le deviazioni promosse dalla sinistra borghese e i compiti internazionalisti dei comunisti italiani di fronte alle lotte dei popoli oppressi dall’imperialismo. Rimuovere le questioni decisive della rinascita del movimento comunista internazionale e dello sviluppo della seconda ondata della rivoluzione proletaria e indugiare nell’opinionismo è l’atteggiamento tipico della sinistra borghese nei confronti delle lotte dei popoli oppressi. Quello della solidarietà internazionalista è uno dei campi in cui oggi la sinistra borghese semina maggior confusione alimentando la trasformazione della solidarietà verso le lotte dei popoli oppressi (Kurdistan, Siria, paesi dell’ALBA, Donbass, ecc.) in disfattismo rispetto alla lotta in corso nel nostro paese. Altri atteggiamenti tipici dei promotori di questo orientamento li ritroviamo negli scritti di diversi esponenti e gruppi alcuni dei quali si dichiarano comunisti:

– sono i tifosi delle rivoluzioni nei paesi oppressi che pretendono di riciclare in un paese imperialista come l’Italia la via rivoluzionaria promossa nel contesto di questi paesi; un’espressione di questa tendenza è Luciano Vasapollo di Rete dei Comunisti in rapporto alla rivoluzione bolivariana del Venezuela (che in un’intervista rilasciata a “L’Anti-diplomatico” l’8 agosto 2016 si rivendica fondatore dell’ “eurochavismo”) o i sostenitori della causa kurda che oggi scimmiottano in Italia le tesi sul confederalismo democratico come ieri agitavano quelle dello zapatismo messicano (centri sociali e dintorni),

– sono le cassandre che si sperticano in critiche e suggerimenti su cosa è più o meno giusto si faccia in Kurdistan, Donbass o in Venezuela e si disinteressano, denigrano e riducono a macchietta lo sforzo dei comunisti che oggi nel nostro paese si adoperano per creare le condizioni della rinascita del movimento comunista nei paesi imperialisti come scrivono i compagni del Collettivo Militant di Roma nell’articolo “I curdi e la sinistra italiana” del 12 settembre 2016, (“Chi ci legge sa quanto siamo i primi critici di chi ancora oggi propone soluzioni politiche fondate su paradigmi ormai ultra-superati, come “costituenti rosse”, micro-partiti ml, certe rigidità ideologiche fuori tempo massimo, massimalismi parolai, eccetera: operazioni macchiettistiche testimoniali che suscitano, nel migliore dei casi, bonaria simpatia, ma che di certo non cambiano di una virgola lo stato di cose presenti nella sinistra di classe.”)

I comunisti sono solidali e sostengono la resistenza antimperialista dei popoli oppressi dal dominio della CI e delle Autorità dei governi che non si piegano ad essa. Dobbiamo guidare le masse popolari del nostro paese ad appoggiare la rivoluzione democratica antimperialista dei paesi arabi e musulmani e tra questi il processo in corso nella nazione kurda. Dobbiamo opporci alle aggressione imperialiste promosse dalla CI, quale che sia il pretesto e la forma con cui si mascherano. Chi prende pretesto dagli errori dei dirigenti della rivoluzione democratica antimperialista e si allea con le autorità imperialiste contro di essa, si mette fuori dal campo della rivoluzione e diventa promotore della mobilitazione reazionaria delle masse. Dobbiamo appoggiare i comunisti che in ogni paese arabo e musulmano lottano per mettersi nuovamente alla testa della rivoluzione. Essi sono in grado di parlare ai loro compagni nel “linguaggio” della loro esperienza di colonizzati e sfruttati dagli imperialisti e dalle classi reazionarie locali. Ma soprattutto dobbiamo lavorare per la rinascita del movimento comunista nei paesi imperialisti, sfruttando le condizioni oggettive favorevoli esistenti. Quindi anzitutto dobbiamo ricostruire o rafforzare veri partiti comunisti, basati sul marxismo-leninismo-maoismo.

La rinascita del movimento comunista nel nostro paese e la lotta per la costruzione della rivoluzione socialista a partire dalle condizioni concrete in cui operiamo (quindi a partire dalla costruzione di un governo d’emergenza dei lavoratori e delle masse popolari organizzate) è il contributo più grande che i comunisti italiani possono portare alle lotte dei popoli oppressi dall’imperialismo. È questa la soluzione al disastroso corso delle cose promosso dalla CI nel mondo.

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