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Nel giorno di accesso al TEST di Medicina si sono scatenate, come di consueto, proteste e polemiche relative alla legittimità del numero chiuso.
I sindacati universitari (UDU, Link, Rete della Conoscenza) e il Fronte della Gioventù Comunista (FGC) in particolare, hanno organizzato in tutta Italia iniziative di volantinaggio, sit-in di protesta contro la legittimità del numero chiuso.
E’ interessante la posizione espressa dai compagni del FGC i quali non si dicono “contro il numero chiuso a prescindere e spiegano che: “Il numero programmato nell’accesso a determinate facoltà ha senso se è effettivamente inserito nel contesto di una pianificazione nazionale che consenta ai giovani il diritto ad avere un lavoro stabile e un futuro senza precarietà. Non è difficile comprendere che la soluzione non sta semplicemente nell’apertura delle facoltà a numero chiuso per poi lasciare che sia il mercato del lavoro a decidere chi potrà “farcela” e chi no, come vorrebbe chi tuona contro il numero chiuso per una questione di principio. La lotta deve spostarsi su un terreno più ampio, e la ragione è sotto gli occhi di tutti. Il fatto che migliaia di giovani oggi cercano di sfondare le porte dell’università come se stessero chiedendo asilo, perché al di fuori ci sono solo sfruttamento e precarietà, è esattamente parte del problema; ma aprire quelle porte per lasciare semplicemente entrare tutti, senza curarsi delle conseguenze, non è di per sé la soluzione”.
Tutto giusto. Si tratta di entrare nel merito di come valorizzare le lotte e le proteste di chi, seppure con limiti di analisi e concezione, alimenta e incoraggia la lotta contro il test d’ingresso e di capire quale governo potrà attuare la pianificazione necessaria e di come fare per realizzarlo.
Innanzitutto iniziative contro i TEST di ammissione, come quelle messe in campo sindacati studenteschi e dal FGC, sono positive perché vanno nella direzione di orientare la coscienza degli studenti, di farli ragionare sulla connessione tra loro e la società che li circonda. In particolare sul legame tra il “loro test” e i tagli alla spesa pubblica (scuola e sanità); sul fatto che il loro destino non è determinato da quel singolo “test” ma da quanto contribuiranno a combattere le cause che generano meccanismi di selezione che acutizzano le differenze di classe tra i giovani.
Per i comunisti valorizzare le lotte spontanee degli studenti vuol dire imparare a mettere al centro del nostro rapporto con loro la costruzione della rivoluzione, l’instaurazione del socialismo e il percorso per arrivarci.
Elevare la coscienza dei giovani delle masse popolari significa rompere con il “mondo virtuale” della borghesia che propina le false illusioni, ambizioni e aspettative che inciampano costantemente con la realtà della divisione in classi. Questo genera frustrazione ma anche resistenza che i comunisti devono trasformare in riscossa.

Sia i compagni del FGC (http://www.senzatregua.it/il-numero-chiuso-alluniversita-e-sbagliato-a-priori/) che quelli dei sindacati studenteschi (vedi: http://ilmanifesto.info/medicina-in-tilt-studenti-contro-i-test/) parlano di un piano nazionale dove formazione scolastica/universitaria e mondo del lavoro siano strettamente connessi; che garantisca stabilità lavorativa e diritti per i giovani.
Bene. Chi dovrebbe realizzarlo? Pensare di condizionare in senso favorevole alle masse popolari, l’attuale governo Renzi o qualsiasi altro governo borghese è una “pia illusione”. Le conquiste e gli avanzamenti che le masse popolari hanno ottenuto in passato sono state il frutto della pressione di un movimento comunista forte e di una fase del capitalismo in espansione (che durò dalla seconda metà degli anni Quaranta alla prima metà degli anni Settanta). Quando, cioè, lo sviluppo economico consentiva alla borghesia di mantenere alto il tasso di profitto e anche di cedere risorse e diritti a fronte delle lotte della classe operaia e del resto delle masse popolari. Oggi, stante la crisi che viviamo, la borghesia non è più in grado di valorizzare il capitale accumulato senza sconvolgere la società con l’eliminazione dei diritti, la devastazione della Terra, la guerra1.
E’ con il socialismo, cioè con la classe operaia al potere che la politica dirigerà l’economia (e non il contrario come accade oggi) e si potrà decidere cosa, quanto e come produrre (e quindi quali professioni servono a tal fine) secondo un piano democraticamente definito e approvato dalle masse popolari.
Ma intanto che fare, aspettare che la rivoluzione scoppi? La rivoluzione socialista non scoppia per effetto dell’implosione delle contraddizioni del capitalismo o del peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari. La rivoluzione socialista è la lotta in cui le masse popolari sovvertono l’attuale sistema politico e sociale costruendo un nuovo potere nel seno della società borghese, un potere che crescerà fino a sopravanzare il vecchio. La rivoluzione è, quindi, un processo. Esso necessita di coscienza e organizzazione da parte di un numero il più ampio possibile di masse popolari, perché sono loro che fanno la storia!
Stante l’odierna debolezza del movimento comunista è necessario creare le condizioni entro cui:
attuare misure di emergenza per risollevare le sorti del nostro Paese;
elevare la coscienza e l’organizzazione delle masse facendo condurre loro una scuola di comunismo.
La condizione migliore per raggiungere questi due obiettivi è quella di costruire un governo diverso per il Paese, un governo che sia espressione delle esigenza delle masse popolari e, al contempo, del loro protagonismo.
Un simile governo sarà il frutto della mobilitazione delle masse popolari organizzate, che dalle scuole fino alle aziende capitaliste e pubbliche fino ai quartieri delle nostre città, inizieranno a dare risposte alle loro problematiche senza più delegare a chi non ha intenzione di farlo (gli esponenti della classe dominante).
Attraverso quest’esperienza di governo le masse popolari matureranno la coscienza e l’organizzazione necessarie ad avanzare verso il socialismo e, in tali condizioni, il movimento comunista si rafforzerà.
FIRENZE – Questa mattina, nella giornata dei test di medicina, il Fronte della Gioventù Comunista (FGC) ha compiuto un’azione di protesta all’università di Firenze: «Ci dicono che il numero chiuso  valorizza il merito e a razionalizza le risorse, nulla di più falso» – ha dichiarato Francesco Raveggi , responsabile fiorentino del FGC – «Meno medici servono a chiudere o depotenziare le strutture sanitarie pubbliche, che oggi sono già mandate avanti da giovani lavoratori, infermieri e specializzandi, che fanno sacrifici enormi accettando turni disumani e straordinari non retribuiti pur di non danneggiare i pazienti. Il tutto è funzionale allo smantellamento della sanità pubblica, che avviene nel contesto della dismissione dello stato sociale imposta da UE, BCE e FMI.»
«Come accade spesso» – continua Raveggi – «la dequalificazione di un servizio pubblico è la base  per la sua privatizzazione: a ricavare profitto da queste politiche saranno i privati. Il numero programmato serve se si pianifica l’inserimento nel mondo del lavoro per i neolaureati, oggi invece si trasforma il diritto alla salute in un lusso per pochi. Noi crediamo che la sanità pubblica debba essere difesa dalle logiche del profitto che dominano questo sistema, svincolata dagli interessi dei grandi gruppi economici, e lottiamo per una società in cui la sanità sia davvero al servizio di tutti».

Medicina in tilt, studenti contro i test
Università. Anaao Assomed: «La mancanza di programmazione creerà 20 mila laureati precari nei prossimi 4 anni»

Roberto Ciccarelli
07.09.2016
Il numero chiuso a medicina significa chiudere gli ospedali. Nel giorno dei test per l’accesso ai corsi in tutta Italia, 9.224 posti a disposizione per circa 63 mila concorrenti, il Coordinamento universitario Link e l’Unione degli Universitari (Udu) hanno organizzato sit-in e proteste per denunciare il legame diretto tra il numero chiuso a livello nazionale e i tagli alla Sanità pubblica.
«È inaccettabile, lede il diritto allo studio già colpito da un test. Medicina ha visto un taglio da 9.513 a 9.224 posti e architettura da 7800 a 6991» sostiene Andrea Torti (Link). Gli studenti hanno analizzato i bandi denunciando elementi peggiorativi rispetto al passato, come la diminuzione dei posti disponibili (più di 1.000, di cui 300 a medicina) e la chiusura anticipata delle graduatorie al termine del primo semestre. Questo potrebbe comportare un’altra riduzione dei posti. «Il test è una selezione all’ingresso che di fatto si basa su elementi aleatori, e su cui incidono fortemente una serie di fattori che nulla hanno a che vedere con la capacità e la volontà del candidato di affrontare un determinato corso di studi» sostiene Elisa Marchetti (Udu).
«Da anni chiediamo un ripensamento delle modalità di accesso al corso di laurea in Medicina e Chirurgia che si stanno rilevando non solo inefficaci, ma anche dannose. Anche l’Ordine dei Medici comincia a mettere in discussione questa programmazione. Il nostro sistema sanitario non è sovradimensionato come alcuni vorrebbero farci credere, non è insostenibile economicamente. È in sofferenza, va ripensato» afferma Martina Carpani (Rete della Conoscenza).
La protesta di ieri ha avuto un’eco anche a Bologna, poche ore prima del test, è stata l’occasione per rilanciare la richiesta avanzata da tempo dalle organizzazioni studentesche: il ripensamento delle modalità di accesso a Medicina va fatto all’interno di un ragionamento complessivo sulla Sanità. Gli studenti ritengono che i problemi vadano affrontati in maniera organica: sul tavolo non c’è solo la richiesta di liberalizzare gli accessi ai corsi di studio, o i tecnicismi dei bandi per le specializzazioni e ancora la riduzione delle relative borse. Bisogna tornare a parlare di programmazione. Esiste un divario, calcolato in diecimila persone, tra i medici che vanno in pensione e i professionisti che iniziano ad esercitare. Da tempo è stata rilevata la carenza dei medici di medicina generale. Il blocco del turn over, specialmente nelle regioni sottoposte a piani di rientro, ha creato gravi problemi strutturali amplificato dalla chiusura dei presidi ospedalieri territoriali.
In questa cornice la tesi sul legame tra il numero chiuso nelle facoltà e il ridimensionamento del sistema sanitario pubblico è razionale e fondato.
Un appello della Rete Italiana per l’Insegnamento della Salute Globale (RIISG), ha sottolineato l’importanza del rilancio della formazione dei medici in un sistema sanitario che torni a porsi i problemi dell’ingiustizia sociale e dell’emarginazione provocate dalle diseguaglianze crescenti. L’iperspecializzazione dei medici va ridotta e va rilanciato il pensiero critico tra gli studenti in chiave anche interdisciplinare. In un’analisi articolata, la Rete della conoscenza propone il superamento dell’ospedalocentrismo a favore di un ritorno alla programmazione a lungo termine. Il problema è che i politici sono interessati al ritorno sul piano elettorale e ignorano le esigenze vitali per chi lavora in medicina. Sono temi molto sentiti anche dai sindacati.
Per Costantino Troise, segretario del sindacato dei medici dirigenti (Anaao Assomed), la mancanza di programmazione creerà 20 mila laureati precari nei prossimi 4 anni. La chiave di lettura è sostanzialmente differente rispetto a quella degli studenti, ma è utile per comprendere la situazione: «è l’ideale serbatoio per precariato e caporalato 2.0 – sostiene Troise – Mentre il Miur fa cassa con le iscrizioni, a giustificare l’esistenza di cattedre, si continua a registrare un pericoloso disallineamento rispetto ai numeri della formazione post laurea ed alle necessità del Servizio Sanitario Nazionale. I nuovi medici saranno alla mercé delle regioni, senza chiare regole di ingaggio, e del mercato, senza tutele».
L’estensione del numero chiuso viene di solito giustificata alla luce di questa situazione. Gli studenti hanno un approccio diverso: «Il nostro sistema sanitario non è sovradimensionato come alcuni vorrebbero farci credere, non è insostenibile economicamente. È in sofferenza, va ripensato». I test proseguiranno oggi per Medicina veterinaria e domani Architettura. Il 13 e 14 sarà il turno delle professioni sanitarie e medicina e chirurgia in lingua inglese.

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