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Alp Altinors è vice copresidente del Partito Democratico del Popolo (in turco Halkların Demokratik Partisi, in curdo Partiya Demokratik a Gelan, sigla HDP), partito che unisce forze del movimento del popolo curdo e del movimento comunista e di sinistra della Turchia. L’HDP è la principale forza di opposizione in parlamento al regime di Erdogan e del suo partito, l’AKP: nonostante la repressione del regime attuata con ogni mezzo e lo sbarramento del 10%, l’HDP è riuscito infatti a entrare in parlamento  nello scorso autunno. Altinors è attivo in HDP come esponente del Partito Socialista degli Oppressi (ESP), del cui foglio Atilim è redattore. Il compagno sarà in Italia sabato 10 settembre al JeSo’Pazzo Festival, all’ex OPG di Napoli. La redazione di Resistenza, foglio del P.CARC, gli ha rivolto alcune domande, e pubblichiamo sotto le sue risposte.

FRPna nessuna strage

Quale linea i comunisti turchi indicano agli operai e alle masse popolari di fronte alle misure autoritarie di Erdogan? Come la traducono in pratica?

Il 9 novembre del 1926 Benito Mussolini costrinse il parlamento italiano all’approvazione dello stato di emergenza con il pretesto di aver subito un attentato alla propria vita. In questo modo vennero arrestati tutti i parlamentari comunisti, tra cui lo stesso Antonio Gramsci. Tutte le opposizioni antifasciste vennero represse e si realizzò la trasformazione del regime fascista in un’autentica dittatura. Il tentato golpe del 15 luglio è stato utilizzato esattamente nello stesso modo da Erdogan, il quale già prima del 15 luglio aveva cercato di incarcerare il gruppo parlamentare dell’HDP, che incarna oggi in Turchia la punta avanzata del movimento antifascista. Per questo motivo, grazie all’appoggio del CHP e del MHP (i partiti kemalista e nazionalista), ha revocato l’immunità dei parlamentari dell’HDP. All’indomani del 15 luglio Erdogan ha da una parte licenziato decine di migliaia di dipendenti pubblici, facendone arrestare migliaia, con l’accusa di essere appartenenti o addirittura semplici simpatizzanti della confraternita di Fetullah Gulen, dall’altra ha indirizzato questa ondata repressiva contro le forze di opposizione di cui il movimento di liberazione curdo è l’avanguardia. Lo stato di emergenza proclamato lo scorso 20 luglio è la manifestazione concreta di ciò. Le torture, la chiusura delle testate giornalistiche, il divieto di manifestare, i fermi di polizia prolungati fino a 30 giorni sono segnali inequivocabili di questa ondata repressiva. Intanto si sono verificate aggressioni nei confronti di quartieri aleviti (1) e di sinistra da parte dei gruppi islamisti che il governo dell’AKP ha mobilitato per soffocare il tentativo di golpe del 15 luglio. Per reagire a queste violenze si sono formati gruppi di autodifesa popolare. Stiamo lavorando perché si realizzi l’unità di tutte le forze democratiche contro la repressione. D’altronde il nostro partito, l’HDP, intende costruire un fronte democratico unitario tra il movimento di liberazione curdo e le forze progressiste, rivoluzionarie, comuniste e socialiste. All’interno di questo fronte trova spazio anche l’ESP (Partito Socialista degli Oppressi) come uno degli elementi fondamentali del movimento comunista di Turchia. Allo stesso tempo, sempre all’interno dell’HDP, è stata fondata una struttura democratica più ampia sotto il nome di ‘Unione delle forze per il lavoro e la democrazia’. A promuovere questa iniziativa sono state le centrali di quattro grandi sindacati.
La lotta per la democrazia ricopre un ruolo essenziale nella legittimazione della lotta delle masse e nella resistenza contro il fascismo. Questo è ciò che chiamiamo “autodifesa”. Nonostante tutti i massacri, la repressione fascista del governo non è riuscita ad avere ragione dell’autodifesa popolare ed è questo il motivo per cui il fascismo non riesce a superare la crisi in cui oggi si trova. Inoltre, in questa fase, la Rivoluzione del Rojava, che si sta sviluppando immediatamente a sud dei confini della Turchia, infonde una grandissima forza ai rivoluzionari in Turchia. I comunisti di Turchia hanno preso il proprio posto nella Rivoluzione del Rojava e partecipano alla lotta per il suo successo.

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Quali sono le principali difficoltà a cui devono fare fronte i comunisti turchi in questa fase? Quali sono i più evidenti limiti che devono superare, posti con maggiore evidenza dalla fase in corso?
I comunisti, in particolare i militanti dell’ESP, dal momento che ricoprono il ruolo di ponte tra le lotte del popolo curdo e quelle degli altri popoli di Turchia, sono stati scelti come obiettivo prioritario del terrorismo fascista. Il 20 luglio del 2015 33 giovani comunisti, militanti dell’ESP, sono stati vittime a Suruc di una strage organizzata dal MIT (i servizi segreti turchi) e compiuta dall’ISIS, mentre tentavano di portare a Kobane un carico di aiuti umanitari con una delegazione di più di 300 persone. Il loro ricordo ispira oggi i rivoluzionari di Turchia. Il 10 ottobre del 2015 si è consumata una nuova strage indirizzata alle decine di migliaia di persone radunatesi alla stazione di Ankara per una grande Manifestazione per la Pace. Allora furono 100 i lavoratori assassinati. Si sono poi susseguite innumerevoli operazioni di polizia ed esecuzioni sommarie.
Il problema maggiore che ci troviamo oggi ad affrontare, e che ostacola lo sviluppo della lotta di classe in Turchia, è quello della ‘libertà politica’. Ciò che noi sosteniamo è che questo problema possa essere risolto solo da una rivoluzione democratica che apra la strada al socialismo. Sottolineiamo come occorra dare vita a una rivoluzione democratica che ponga il problema del socialismo senza soluzione di continuità.
L’attuale alleanza tra i movimenti politici operai e proletari (di sinistra/socialisti) di Turchia e il movimento di liberazione del Kurdistan è un’alleanza strategica, che garantirà la vittoria della rivoluzione democratica. L’unione di entrambi questi movimenti, che hanno come riferimento la classe operaia, intorno all’obiettivo della ‘libertà politica’ aprirà la strada al governo della classe operaia in Turchia.
Oggi il regime politico fascista cui ha dato vita il colpo di stato militare del 12 settembre 1980 attraversa un periodo di profonda crisi. L’unione di tutti gli oppressi intorno alla rivendicazione di libertà costituisce oggi il presupposto affinché questa crisi possa essere trasformata in una rivoluzione democratica. Naturalmente le classi egemoni turche stanno lavorando incessantemente per impedire che si realizzi quest’unità, determinando la polarizzazione della società, esasperando le contraddizioni esistenti tra Turchi e Curdi, laici e islamisti, Aleviti e Sunniti, creando tensioni e cercando di scatenare una guerra civile. La strada per questa unità è stata aperta dalle storiche manifestazioni che hanno avuto luogo durante la grande sollevazione di Gezi Park nel giugno del 2013 e in solidarietà alla resistenza di Kobane nel 2014, mobilitazioni cui hanno partecipato milioni di persone. Il 13% di voti ottenuto dall’HDP nelle elezioni del 7 giugno 2015 ha poi suggellato questa unità a livello sociale. Ovviamente Erdogan e l’AKP hanno immediatamente concentrato tutti i propri sforzi nel tentativo di rompere il fronte di questa unione, dichiarando guerra al popolo curdo. Questa guerra però è risultata un fallimento, e nel clima di crisi venutosi a creare a causa di questa sconfitta una parte dei generali che avevano condotto le operazioni militari ha dato vita al tentativo di colpo di stato del 15 luglio. Se il colpo di stato militare è stato sconfitto, ora Erdogan cerca di portare a termine il proprio colpo di stato di palazzo.

Come i comunisti, i lavoratori e le masse popolari italiane possono sostenere la lotta per il socialismo delle masse popolari turche?

Piuttosto che di sostegno è necessario parlare di una lotta comune. In questo momento storico il destino dei lavoratori e degli oppressi di tutta Europa è più intrecciato che mai. È giunto il momento di dare vita a un’organizzazione comune, per una lotta unitaria. I milioni di persone che in Italia soffrono sotto il giogo della schiavitù del debito e le masse vittima della ferocia di Edogan condividono lo stesso destino.

NOTE
1. Gli aleviti sono un gruppo religioso, sub-etnico e culturale presente in Turchia che conta circa dieci milioni di membri. L’Alevismo è una forma dell’Islam sciita. A differenza della maggior parte delle altre pratiche musulmane, i rituali degli Aleviti sono principalmente in curdo. Vogliono la libertà di credo, l’abolizione delle classi obbligatorie di religione a scuola e della Presidenza degli Affari Religiosi, che cerca di assimilarli e farli diventare musulmani sunniti. Celebrano i loro riti in forma assembleare, e non nelle moschee, che il regime vuole costruire nei loro villaggi e quartieri. Per metà di etnia curda, radicati nella classe operaia, sono tradizionalmente sostenitori dei movimenti marxisti-leninisti turchi.

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