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1 Nella FIOM-CGIL dopo l’assemblea nazionale del 12 maggio a Roma una parte (con il coordinatore nazionale Sergio Bellavita) dei sindacalisti dell’Area di opposizione in CGIL il Sindacato è un’Altra Cosa (SAC) ha reagito alle misure della direzione Landini-Camusso lasciando la CGIL per entrare nell’USB, mentre una parte è rimasta e sta riorganizzandosi su una linea ancora da definire. L’assemblea nazionale del SAC dell’8 luglio a Firenze ha ribadito la volontà di restare nella CGIL per non lasciare campo libero alla destra di Camusso & C., ma non ha deciso linea e ruolo del SAC: quindi è ancora aperta la scelta tra persistere nel denunciare le malefatte della destra che dirige la CGIL e quello che Landini non fa in attesa che “scoppi” anche da noi qualche grande lotta come in Francia oppure impegnarsi a rafforzare ed estendere l’offensiva contro Marchionne e Renzi lanciata dagli operai e delegati FCA, combinandola con la battaglia per il rinnovo e la difesa del CCNL e per l’abolizione della Legge Fornero e facendone parte integrante della campagna contro la riforma costituzionale del governo Renzi all’insegna della parola d’ordine “organizzarsi e organizzare per attuare la Costituzione nelle fabbriche, negli altri luoghi di lavoro e in tutto il paese”.

2 Quanto alla lotta per il CCNL dei metalmeccanici (che è la lotta sindacale principale di questo periodo), sindacati e associazioni padronali tirano per le lunghe la trattativa e FIOM-FIM-UILM, dopo quello del 20 aprile, hanno fatto uno sciopero dello straordinario e della flessibilità il 28 maggio e 11 giugno e 12 ore di scioperi articolati con manifestazioni regionali il 9, 10 e 15 giugno.
Ufficialmente si tratta solo di una lotta contrattuale, ma una serie di circostanze le danno un’importanza che va ben oltre lo scontro contrattuale. La posta in gioco nella trattativa in corso per il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici è la riammissione della FIOM al tavolo delle trattative per far sanzionare da tutti i maggiori sindacati della più importante categoria di operai

  1. la fine del contratto nazionale di categoria a favore dei contratti aziendali e corporativi,
  2. la fine del diritto di sciopero come stabilito dalla Costituzione e imposto dalle lotte degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso,
  3. la fine di vari altri diritti costituzionali e conquiste normative e salariali, nel nostro paese non ancora completamente cancellate grazie al lascito del vecchio movimento comunista e delle lotte degli anni ’60 e ‘70.

La sottomissione dei metalmeccanici spianerebbe la via alla sottomissione delle altre categorie e al dilagare contro tutte le masse popolari (dai pensionati agli studenti, dalle donne agli immigrati) dell’eliminazione di quanto resta delle conquiste di civiltà e di benessere strappate quando il movimento comunista era forte nel mondo.
Proprio l’importanza della posta in gioco mette la FIOM in una situazione imbarazzante. Senza la partecipazione della FIOM, la contrattazione in corso non avrebbe il ruolo che i padroni le hanno attribuito perché la FIOM è di gran lunga il più autorevole sindacato dei metalmeccanici. Ma ingoiare l’obiettivo padronale non è facile per la FIOM perché si tratta di farlo ingoiare ai suoi iscritti e al resto degli operai avanzati.
Le cose stanno in questi termini: per eliminare diritti e conquiste strappate dalle masse popolari e imporre l’aumento di sfruttamento con cui cercano di far fronte alla crisi generale del capitalismo, i padroni hanno bisogno della collaborazione della FIOM, ma la direzione della FIOM a sua volta per essere una forza che conta nella politica del paese ha bisogno degli operai, mentre gli operai possono resistere e vincere organizzandosi e imponendo nell’intero paese il loro governo d’emergenza.

3 Nel mondo del sindacalismo esterno ai sindacati di regime non c’è in questo periodo organismo sindacale di base, conflittuale, alternativo che non sia percorso da contrasti e rotture.

I contrasti e le rotture sono accompagnate da frequenti operazioni di diffamazione personale tanto più laceranti quanto meno i protagonisti riconoscono, affrontano e si schierano sulle reali contraddizioni che agiscono nel movimento sindacale:

– a livello elementare, tra collaborare con la borghesia (concertazione e compatibilità) subordinandosi sempre più alla linea padronale fino a diventare ramificazioni degli uffici personale ed esecutori delle politiche governative del lavoro oppure sviluppare la conflittualità per strappare quanto più si è capaci di strappare e difendere quanto più si è capaci di difendere;

– a un livello superiore, tra coordinare le lotte e cercare nell’unità una forza maggiore per le lotte rivendicative oppure andare oltre il terreno sindacale e rivendicativo per occuparsi dell’assetto governativo e politico del paese.

Sono queste a grandi linee le due contraddizioni che sottostanno al sommovimento di tutto il mondo sindacale, di regime e alternativo, in questa fase. Esse sono profondamente connesse con la storia della lotta di classe che determina lo sviluppo della società e si combinano quindi con il rapporto di unità e lotta tra movimento rivendicativo impersonato dai sindacati e movimento politico rivoluzionario impersonato dal movimento comunista cosciente e organizzato.

4 Da quando due secoli fa si sono formate le prime associazioni sindacali di operai, il punto di forza di ogni organizzazione sindacale e di categoria è che fa leva sulla mentalità esistente, sui diritti acquisiti, su quello che la mentalità comune considera un diritto, qualcosa di giusto. Il movimento comunista da quando è nato ha fatto del movimento sindacale anche una scuola di comunismo in modo da farlo diventare una componente di un movimento più vasto che lotta per instaurare il socialismo e avviare la transizione alla società comunista. Combattendo per quello che già nella mentalità comune è un diritto, i lavoratori imparano a organizzarsi, a lottare contro i padroni, a trattare le contraddizioni tra lavoratori diversi per categoria, nazione, religione, usi, costumi, lingua e altro che devono unirsi per far fronte allo stesso padrone e scoprono di far parte di un sistema di relazioni in cui il capitalista comanda e i lavoratori dipendono dai capitalisti e dalle loro autorità. Un sistema di relazioni che per non sottostarvi devono rovesciare e costruire il nuovo sistema di relazioni che il movimento comunista indica loro.

5 La prima ondata della rivoluzione proletaria, sviluppatasi nel secolo scorso, ha prodotto in tutti i paesi imperialisti una grande trasformazione del movimento sindacale. In ogni paese imperialista i sindacati sono diventati organizzazioni potenti e diffuse. Essi sono diventati in ogni paese imperialista una delle più importanti Forme Antitetiche dell’Unità Sociale (FAUS), cioè delle attività e istituzioni funzionali al carattere collettivo (unitario) assunto dalla società ma realizzate e agenti in un sistema di relazioni sociali ancora basato sull’antagonismo (sul contrasto di interessi) tra classi, organismi e individui. Proprio perché, per limiti propri del movimento comunista cosciente e organizzato, la prima ondata si è esaurita senza aver instaurato il socialismo in nessun paese imperialista, con l’inizio della nuova crisi generale del capitalismo i sindacati sono usati dai capitalisti e dalle loro autorità per costringere i lavoratori a “restituire una parte di quello che avevano conquistato”, per dire le cose con le parole edulcorate usate da Giorgio Benvenuto, uno dei capi della UIL all’inizio della crisi generale.
Compatibilità con le condizioni reclamate dai capitalisti e concertazione con le loro organizzazioni e le loro autorità sono diventate in tutti i paesi imperialisti, sia pure in misura diversa, regole di condotta per i sindacati di regime. In un contesto come l’attuale la borghesia e le sue autorità tolgono ai lavoratori dipendenti, ai lavoratori autonomi, alle masse popolari dei paesi imperialisti proprio quello che nel corso della prima ondata della rivoluzione proletaria, quando il movimento comunista era forte nel mondo, le masse popolari avevano strappato.

6 Contro questo nuovo corso, all’inizio dell’attuale crisi generale negli anni ’70, sono sorti i sindacati di base, i sindacati alternativi e conflittuali e contro questo corso si è sviluppata opposizione anche tra i funzionari e gli attivisti dei sindacati di regime e tra questi e la massa dei lavoratori combattivi: del consenso di questi i sindacati di regime hanno in definitiva bisogno perché senza questo consenso non servono più neanche ai padroni che fanno loro le ritenute sindacali e li finanziano per cento altre vie.
Finché si tratta di fare opposizione ai sindacati di regime, i sindacati alternativi e di base hanno in un certo senso buon gioco. Difendono quello che per i lavoratori è diventato abituale e giusto. Questa condizione viene meno man mano che i sindacati di base, alternativi o conflittuali cessano di essere fenomeni di nicchia e diventano organismi che riguardano ampie masse. Allora si pone anche per loro, nonostante la loro storia, la contraddizione tra restare sul terreno puramente rivendicativo o investire con la loro attività l’ordinamento sociale da cui dipendono le condizioni dei lavoratori e da cui trae origine la crisi generale del capitalismo che sconvolge l’assetto produttivo da cui i lavoratori dipendono.
Questa è la contraddizione di fondo che in forme e in misure diverse si manifesta in tutto il movimento sindacale, in ogni organizzazione sindacale.

7 L’unico rinnovamento efficace e importante del movimento sindacale stante l’attuale corso delle cose, stante la fine dell’epoca del “capitalismo dal volto umano”, è l’utilizzo delle sue strutture, relazioni e funzioni per promuovere la mobilitazione dei lavoratori a occuparsi della salvaguardia delle aziende, l’organizzazione dei precari, dei cassintegrati, dei disoccupati, la mobilitazione comune per dare al paese un governo che sia al contempo determinato e in grado di attuare le misure d’emergenza che le organizzazioni sindacali stesse già indicano come necessarie. Il “sindacato buono” è quello che mobilita senza riserve ogni forza e approfitta di ogni condizione e appiglio per difendere diritti e strappare conquiste e tutto questo lo usa per mobilitare e organizzare i lavoratori a instaurare il socialismo. Perché nessuna azienda si salva da sola, un’azienda è in crisi perché è in cristi l’intera società, solo occupandosi dell’assetto politico e sociale del paese ogni lavoratore tutela i suoi interessi e diritti.

8 Senza questo rinnovamento del movimento sindacale, la sinistra CGIL finisce per logorare se stessa invece che logorare la destra (contro le sue stesse intenzioni e quelle degli operai e degli altri lavoratori avanzati), perché mantiene la lotta sul terreno che la destra ha imposto nella CGIL e tra i lavoratori: abbandono della lotta per instaurare il socialismo, rinnegamento dell’esperienza storica del movimento comunista, riduzione della lotta a contrattare con i “datori di lavoro” i salari e le condizioni di lavoro, ovvero le condizioni dell’asservimento dei lavoratori ai capitalisti e alle loro autorità. Mentre oramai da decenni, in particolare nei paesi imperialisti, il movimento sindacale (come mostra bene la sua storia negli USA dall’inizio del secolo scorso e nel nostro paese dall’ultimo dopoguerra) è diventato un’appendice del movimento comunista: un’appendice positiva attraverso cui i comunisti espandono la lotta per instaurare il socialismo e un’appendice velenosa attraverso cui i capitalisti e il clero cercano di penetrare, corrompere, arginare il movimento comunista.
Nei periodi di espansione e crescita del movimento comunista, la bandiera dei portavoce dei capitalisti nel movimento sindacale è stata l’autosufficienza della lotta sindacale. “Il sindacato va bene, qui si tratta degli “interessi concreti” dei lavoratori, di cose che interessano tutti i lavoratori! I comunisti cercano di portare la lotta su terreni e questioni che non interessano i lavoratori, di introdurre idee e questioni che distraggono i lavoratori dai loro “interessi concreti”, che dividono i lavoratori. Sì ai sindacati, no al comunismo!”.
Per chi accetta questa riduzione della lotta sindacale, il predominio della destra padronale nel sindacato è assicurato. Quali che siano le rivendicazioni e gli “interessi concreti” agitati. E gli “interessi concreti” si riducono a quelli che i padroni accettano, a quelli compatibili con i loro affari, a quello che è “realistico”.

9 Senza questo rinnovamento del movimento sindacale, anche i sindacati alternativi e di base finiscono con accettare le imposizioni dei capitalisti e dei loro governi: l’adesione di molti di essi al Testo Unico sulla Rappresentanza del 10 gennaio 2014 lo conferma. Ogni cedimento dei sindacati alternativi e di base alle imposizioni dei padroni e delle loro autorità (quindi nella direzione dell’omologazione con i sindacati di regime) porterà alla scissione di alcuni aderenti e di alcuni dirigenti che non accettano quel passo. Allo stesso tempo i sindacati alternativi e di base, confondendosi con i vecchi sindacati di regime, diventano la loro ala sinistra: quindi raccolgono l’adesione degli iscritti e dei dirigenti di questi ultimi più insofferenti ai nuovi passi fatti dai sindacati di regime nella collaborazione e complicità con i padroni e le loro autorità. Il loro afflusso maschera numericamente il distacco dei lavoratori e dei sindacalisti protagonisti della scissione nei sindacati alternativi e di base. Quindi chi non considera la logica del processo ma solo i numeri, non avrà di che dolersi del passo fatto verso i sindacati di regime. Anzi troverà nelle nuove adesioni la conferma della bontà della sua scelta di accettare le imposizioni padronali. Guardiamo ad esempio alle recenti vicende dell’USB: una parte dei delegati e degli iscritti contrari alla firma del TU sulla Rappresentanza ha fondato il Sindacato Generale di Base (SGB), che farebbe quello che faceva la vecchia USB prima della firma del TU sulla Rappresentanza, la “nuova” USB (che compensa le fuoriuscite con l’ingresso di Bellavita e di altri esponenti del SAC CGIL) occuperebbe nel mondo sindacale tutto o parte dello spazio occupato dalla FIOM e così via. Se le cose procedessero davvero così, sarebbe un processo senza senso. E lo sarebbe effettivamente se noi comunisti non intervenissimo con la nostra opera a promuovere il rinnovamento del movimento sindacale, a portare i sindacati a occuparsi sempre più del governo del paese.

10 L’attacco dei padroni e dei loro governi al salario e ai diritti che i lavoratori avevano strappato alla borghesia nel periodo del capitalismo dal volto umano (quando il movimento comunista era ancora forte nel mondo e faceva paura alla borghesia e la nuova crisi generale del capitalismo non era ancora incominciata) si sta ancora sviluppando su larga scala in tutti i paesi imperialisti con la complicità dei sindacati di regime (dato che la rinascita del movimento comunista procede sì, ma lentamente). Tra questi paesi, l’Italia è uno di quelli in cui le conquiste strappate erano molte e la loro eliminazione è ancora a metà strada. Questo pone tutte le organizzazioni sindacali conflittuali nella condizione di non poter più continuare a fare sindacato come l’hanno fatto finora. O anch’essi accettano di cedere qualcosa dei diritti sindacali acquisiti per poter continuare a usufruire di quelli che padroni e governo mantengono finché li mantengono, oppure impostano una linea di lotta sindacale adeguata al livello attuale dello scontro: si riesce ad espandere la lotta sindacale, a darle continuità e strappare qualche risultato solo combinandola in modo giusto con la lotta politica e con la rinascita del movimento comunista.

11 Molti funzionari e attivisti sindacali finiscono in confusione perché, se ne rendano chiaramente conto o no, vorrebbero un sindacato che sia quello che un sindacato non può essere, un sindacato comunista. I comunisti sono i portatori tra i lavoratori di una coscienza e di un’organizzazione che li fa costruttori della società che nasce dalla società presente. Il sindacato deve mobilitare e unire i lavoratori in una lotta strettamente legata ai contrasti della società presente. Per questo i comunisti stanno in ogni organizzazione e ambiente in cui ci sono lavoratori sfruttati da mobilitare: questo è il motivo, la condizione e lo scopo della loro presenza e attività, non la concezione e l’indirizzo di chi in quella organizzazione e in quell’ambiente comanda. Chi fino a ieri si identificava per concezione e attività con la direzione della CGIL o della FIOM, a ragione oggi dice che non ci si ritrova più perché CGIL e FIOM di fronte al procedere della crisi devono fare quello che non avevano ancora fatto fino a ieri. Ma i lavoratori e la lotta di classe non sono cambiati per questo e il motivo, la condizione e lo scopo della nostra attività nella CGIL e nella FIOM non sono quindi venuti meno. Noi non eravamo l’ala sinistra degli agenti padronali che ora si sono spostati troppo a destra: noi siamo i promotori della rivoluzione socialista. Il fatto che i portavoce della politica padronale si trovino a mala parata con i lavoratori combattivi, è un indice del successo del nostro lavoro, un successo ancora piccolo mentre noi possiamo e dobbiamo arrivare a un grande successo.

12 Il sommovimento in corso nel mondo sindacale è una conferma che il nostro lavoro progredisce. Ai lavoratori combattivi assicuriamo il nostro appoggio per il successo delle lotte che conducono a vantaggio dei lavoratori, quale che sia il sindacato cui sono iscritti. Ai comunisti diamo l’indicazione di mobilitare, in ogni organizzazione sindacale in cui si trovano, i lavoratori combattivi a organizzarsi al di là del sindacato di appartenenza e di tradurre nel particolare dell’organizzazione, dell’azienda e del momento la linea della partecipazione del sindacato al movimento per la costituzione di un governo di emergenza popolare. Non si tratta di fare un sindacato comunista (linea che distoglierebbe i comunisti dalla loro vera opera che si compie nel partito comunista e tramite il partito), ma di far contribuire ogni sindacato alla costituzione del Governo di Blocco Popolare e di fare di ogni lotta una scuola di comunismo.

13 La lotta sindacale e rivendicativa mobilita una larga massa di lavoratori. Il sindacato lega tra loro in una larga rete i lavoratori per fili connessi con imprescindibili caratteristiche della struttura produttiva della società borghese. Questo crea una scuola elementare di comunismo: di coscienza del contrasto tra le classi e di organizzazione. Questa scuola elementare, in particolare nei paesi imperialisti, adempie a un ruolo costruttivo, quindi è sana, se introduce alla scuola superiore, quella dell’unità nazionale e internazionale dei lavoratori contro i capitalisti e le loro autorità, della lotta per trasformare la società, della lotta per instaurare il socialismo. Il sindacato anche nelle condizioni attuali crea mille relazioni e mille occasioni per tessere la tela, per chi lavora per la rinascita del movimento comunista. E il comunismo è il futuro dell’umanità, come l’adolescenza è il futuro di un bambino.

 

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