Se teniamo l’iniziativa in mano, sono le istituzioni della borghesia imperialista che devono rincorrere le iniziative delle masse popolari, devono stare sulla difensiva.

Se lasciamo l’iniziativa alle istituzioni della borghesia imperialista, sono le masse popolari che devono rincorrere le manovre della borghesia imperialista, sono loro sulla difensiva.

Questo vale in ogni campo della vita sociale.

I risultati delle elezioni amministrative non solo rendono più difficile per i vertici della Repubblica Pontificia governare il paese (ingovernabilità dall’alto), ma hanno creato anche un terreno più favorevole alla costruzione di un nuovo sistema di governo dal basso (ingovernabilità dal basso).

Quali sono i principali risultati che i comunisti e quanti sono decisi a farla finita con il disastro in cui i Renzi, i Bergoglio, i Marchionne trascinano il nostro paese possono e devono valorizzare, estendere, rafforzare?

Gli astenuti sono schizzati alle stelle raggiungendo “percentuali statunitensi” e la coalizione delle Larghe Intese (l’insieme dei partiti abilitati dai vertici della Repubblica Pontificia a governare) ha perso ancora terreno. Né le prediche buoniste, gli appelli alla misericordia e le processioni giubilari di Bergoglio né le promesse di “meno tasse e più soldi” di Renzi né la recita a soggetto di Salvini e della Meloni sono serviti ad arginare l’emorragia di voti dalle Larghe Intese. Se alle europee del 2014 la cricca di Renzi e i suoi padrini avevano usato il travaso di voti da Forza Italia, Lega Nord & C. al PD e liste collegate per dare almeno una parvenza di investitura elettorale al governo Renzi (vi ricordate la grancassa sul 40%?), questa volta il travaso di voti tra i partiti che compongono le Larghe Intese non ha compensato la perdita di voti del PD e delle liste collegate.

Il governo Renzi non solo non riesce a strappare voti, ma sta diventando un problema per i “poteri forti” così come lo era diventato neo 2011 il governo Berlusconi, perché accresce la sfiducia e il disprezzo delle masse popolari verso i partiti delle Larghe Intese e le istituzioni della Repubblica Pontificia.

“In condizioni che divergono significativamente per alcuni aspetti, i vertici della Repubblica Pontificia sono oggi con Renzi nella stessa situazione in cui si trovarono nel 2011 con Berlusconi: una vasta, radicata e capillare avversione verso il governo da parte delle masse popolari e dispiegate mobilitazioni contro le sue politiche; un governo impossibilitato e incapace di liberarsi dalle crescenti pretese di comitati di affari, cricche, consorterie e faccendieri che ne avevano sostenuto la costituzione e vi avevano fatto confluire uomini e risorse, facendone ambito e strumento di affari e speculazioni; le pressioni crescenti legate alla crisi politica internazionale che si abbattono sulla situazione politica nazionale, scandali, colpi bassi, ricatti. Nel 2011 i vertici della Repubblica Pontificia usarono la spinta della mobilitazione popolare e il diffuso malcontento per liberarsi di Berlusconi e per, una parte di essi sull’altra, imporre Monti come suo successore. Come l’operazione fu possibile allora, gli stessi compari sperano sia possibile oggi: se necessario cacciare Renzi sulla spinta di quei sedici milioni di votanti al referendum del 17 aprile e delle dinamiche che hanno innescato (a cui vanno aggiunte le scosse che provocheranno le elezioni amministrative, l’acuirsi delle mobilitazioni popolari, prima fra tutte qua che riguarda il CCNL, quelle dei pensionati, quelle contro la Buona Scuola, lo Sblocca Italia, ecc.), magari rimandare con qualche colpo di mano il referendum costituzionale a tempi migliori e intanto combattere la loro propria guerra per bande per imporre uno sugli altri il prossimo “salvatore della patria”, eventualmente passando attraverso le elezioni per dare una parvenza di legittimità al tutto (ma l’esito di elezioni politiche sarebbe un’incognita…). Sono costretti a combattere fra loro, ma sono costretti a trovare una mediazione a qualunque prezzo, pena la deriva istituzionale, politica ed economica del “paese”: dei loro interessi e degli interessi dei gruppi imperialisti USA e franco-tedeschi. L’unica vera alternativa a questo processo coatto sono le masse popolari organizzate, le organizzazioni operaie e popolari. Se non si accontentano di cacciare Renzi come nel 2011 si accontentarono di cacciare Berlusconi, ma pretendono di imporre un corso nuovo al paese, pretendono di imporre un governo di loro fiducia, espressione delle loro aspirazioni” (da Resistenza n. 5/2016, La “maledetta primavera” di Renzi).

Quindi possiamo contare sul fatto che la guerra per bande, il regolamento di conti nei partiti delle Larghe Intese e lo sgretolamento del fronte interno dei rassegnati sostenitori di Renzi (i gruppi filo UE, i politicanti del Centro-sinistra e del Centro-destra, i “notabili” di lungo corso del PD che hanno il loro punto di forza nell’ambito degli enti locali, i sindacati di regime e altri) procederanno spediti, tanto più che a breve è fissato il referendum sulle riforme costituzionali a cui Renzi e la sua cricca, mirando in questo modo a indurre a più miti consigli i loro complici-avversari, hanno legato apertamente la sorte del governo. L’ingovernabilità del paese che nasce da questi contrasti serve alle masse popolari nella misura in cui serve a far crescere le condizioni necessarie alla costituzione di un governo di emergenza popolare: organizzazioni operaie e popolari più numerose, coordinate tra loro al di fuori dei sindacati di regime, delle associazioni, delle reti, ecc. gestiti dalla classe dominante, orientate a prendere la direzione del paese perché è l’unica alternativa realistica al corso catastrofico delle cose che la classe dominante non può che perpetuare e aggravare. Da qui dipende se saranno i vertici della Repubblica Pontificia a tirare le conclusioni della sconfitta di Renzi (come hanno fatto nel 2011 sostituendo il governo Berlusconi con quello Monti-Napolitano) oppure saranno le masse popolari organizzate.

È proprio su questo terreno che le elezioni amministrative hanno prodotto due risultati importanti.

1. Tra le amministrazioni locali si sono formati tre centri importanti dello scontro con il governo centrale: a Napoli, dove De Magistris aveva già assunto (su spinta della pressione popolare – in particolare nella lotta contro lo Sblocca Italia – e per far fronte ai tentativi di liquidarlo) il ruolo di centro di coagulo delle amministrazioni locali in rottura con il governo Renzi, a Roma, che è il cuore del potere e delle speculazioni immobiliari e finanziarie della Corte Pontificia e il centro della criminalità organizzata e Torino.

A Napoli, Roma e Torino si aggiungono

– gli altri 17 comuni in cui il M5S ha vinto a queste elezioni e quelli che già amministrava [oltre a Livorno, Parma e Ragusa, ci sono Venaria-TO, Sedriano -MI, Sarego -VI e Mira -VE, Comacchio -FE, Montelabbate- PU, Pomezia e Civitavecchia-RM, Quarto -NA, Porto Torres -SS e Assemini -CA, Augusta -SR, Gela e Pietraperzia-EN, Bagheria-PA];

– i comuni amministrati da liste più o meno in rottura con i partiti delle Larghe Intese (tra cui Sesto Fiorentino, Messina, Cagliari, Genova e Palermo),

– i comuni, sindaci e amministratori che fanno riferimento a coordinamenti extraistituzionali esistenti a livello nazionale e locale: Comuni dimenticati (piccoli comuni della Toscana, Alto Lazio, Abruzzo, Marche mobilitati principalmente contro i tagli alla sanità e l’unione-fusione di Comuni (quindi il taglio ai servizi), Comuni e sindaci contro lo Sblocca Italia (grandi e piccoli comuni della Campania, Basilicata, Abruzzo mobilitati contro lo Sblocca Italia e l’esautoramento dei poteri degli enti locali), Comuni Virtuosi (piccoli comuni dell’Umbria, Emilia, Toscana, Lombardia, Veneto mobilitati principalmente nella tutela dell’ambiente – raccolta differenziata, riciclo, cementificazione zero, ecc.- e nell’accoglienza; Comuni Solidali (piccolissimi comuni del Piemonte che mettono al centro l’accoglienza e la solidarietà); Comuni e sindaci No Tav (in Piemonte-Val di Susa: Bussoleno, Susa, Condove, Sant’Antonino, Sant’Ambrogio, Venaus, Caselette, Mattie, Bruzolo, San Didero, Caprie, Avigliana, Almese); Rete Città in Comune (a cui fanno capo singoli e liste formatesi nel 2013 a Firenze, Ancona, L’Aquila, Brescia, Brindisi, Messina, Feltre, Imperia, Pisa, Roma, Siena, Gioiosa Ionica, Bari).

Dunque una nutrita pattuglia di comuni in rotta con il governo centrale e alcuni dei quali in una certa misura per collegati tra loro. È una base concreta per formare amministrazioni locali all’altezza della situazione e che rispondere alle esigenze delle masse popolari (quelle che abbiamo chiamato Amministrazioni Locali d’Emergenza), cioè amministrazioni che

– mettono gli interessi delle masse popolari davanti alle direttive e alle imposizioni del governo centrale e alle esigenze dei banchieri e dei gruppi d’affari locali e nazionali,

– promuovono su ogni terreno la mobilitazione e l’organizzazione delle masse popolari,

– disobbediscono al patto di stabilità e alle altre misure del governo che vanno contro le masse popolari,

– promuovono un posizionamento analogo di altre amministrazioni locali in tutto il paese e sviluppare il coordinamento con altre amministrazioni che seguono questa linea.

·         Vedi “I quattro punti per la costruzione di Amministrazione Locale di Emergenza

Su questa base è più facile far fronte alle difficoltà e sgomberare il campo dalle obiezioni correnti ad avanzare in questa direzione:

-“nessun comune si salva da solo”. È vero che “nessun comune si salva da solo”: ogni comune è collegato e dipende dall’andamento del complesso del paese, e anche dalle relazioni con l’estero, in mille modi e per mille vie (per le ferrovie, le strade e in generale le infrastrutture, i trasporti, i bacini idrici, i boschi, i parchi, i fiumi, le struttura scolastiche e ospedaliere, ecc.). Ogni problema che esiste su un territorio, per quanto possa assumere zona per zona caratteristiche particolari, è parte di un problema più generale che travalica l’ambito territoriale. Proprio per questo ogni amministrazione locale deve collegarsi con le altre e mobilitarle contro il governo centrale non solo a livello locale o in base a necessità tecniche e pratiche, ma anche a livello nazionale, con il raggio d’azione più ampio di cui si è capaci e valorizzando i coordinamenti extraistituzionali già esistenti;

– “il governo ci commissaria”. L’allargamento del numero di amministrazioni locali in rotta con il governo centrale costituisce di per sé un ulteriore freno al ricorso a commissariamenti, denunce e altre forme di repressione da parte delle autorità centrali e permette loro di sostenersi e fare fronte comune. La questione decisiva, comunque, è che il commissariamento e la repressione nei confronti di un’amministrazione locale che salva le aziende, requisisce le case delle immobiliari per assegnarle ai senza casa, rompe i vincoli di spesa e gli obblighi di tassazione imposti dal governo, ecc. sono un problema più grave per il governo che per gli interessati, perché farebbero montare la mobilitazione, l’indignazione e la solidarietà delle masse popolari e questo renderebbe l’amministrazione colpita ancora più forte. In realtà la minaccia di commissariamento, così come i divieti, le imposizioni, i regolamenti, ecc. funzionano se vengono rispettati, altrimenti diventano carta straccia o parole al vento e diventano un problema per chi li ha emessi. In questi giorni dalla Francia ne abbiamo l’ennesima conferma: il governo Valls-Hollandeaveva vietato la manifestazione indetta per oggi contro la Loi Travail, ma siccome la CGT e le altre organizzazioni sindacali avrebbero manifestato lo stesso ha dovuto fare rapidamente dietrofront

È lo stesso dilemma che pone alle autorità l’iniziativa di Nicoletta Dosio e altri esponenti del movimento NO TAV, dopo l’attacco repressivo scatenato all’indomani delle elezioni amministrative, di non rispettare l’obbligo di firma.

 

NICOLETTA DOSIO NOTAV, RIFIUTA LE FIRME GIORNALIERE (video)

Che sia chiaro, io non accetterò di andare tutti i giorni a chiedere scusa ai carabinieri, non accetterò che la mia casa diventi la mia prigione.

Decidano loro, tanto la nostra lotta è forte, lottiamo per il diritto di tutti a vivere bene, lottiamo non solo per la nostra valle ma per un mondo più giusto e vivibile per tutti

Noi non abbiamo paura e non ci inginocchiamo davanti a nessuno, e quindi io a firmare non ci vado e nemmeno starò chiusa in casa ad aspettare che vengano a controllare se ci sono o non ci sono.

Siamo nati liberi e liberi rimaniamo! Liberi ed uguali!”

2. Si è rafforzata tra le organizzazioni operaie e popolari  la tendenza a legare il proprio obiettivo particolare alla lotta generale di rinnovamento del sistema politico del paese e a “continuare la battaglia anche dopo le elezioni”.

Mamme No Inceneritore in combinazione con operai GKN e CSO

Riscossa Popolare a Cassino

Appello di alcuni lavoratori per De Magistris

Comitati di controllo dei seggi di Je’so pazzo

Liste Disoccupati e Precari a Milano

L’esito dei ballottaggi, la concatenazione tra elezioni amministrative e referendum costituzionali, la sinergia con la battaglia per il rinnovo dei CCNL e, a livello europeo, la lotta che i lavoratori e le masse popolari francesi stanno conducendo contro la Loi travail e l’aggravarsi della crisi politica nell’UE (in particolare il referendum sulla Brexit in Gran Bretagna, ma anche le nuove elezioni in Spagna) creano una condizione più favorevole per avanzare nella formazione di Amministrazioni Locali d’Emergenza e per moltiplicare, rafforzare e coordinare le organizzazioni operaie e popolari e per orientarle ad agire come nuove autorità pubbliche fino a formare un loro governo d’emergenza.

A questo fine, due sono i criteri che devono guidare l’azione dei comunisti:

– “promuovere la mobilitazione e l’organizzazione delle masse popolari a formare Comitati e Consigli Popolari che si assumano la tutela degli interessi delle masse popolari. Le Amministrazioni delle Larghe Intese sono le amministrazioni della criminalità organizzata, delle banche e del Vaticano, della UE e della NATO. Comitati e Consigli Popolari non devono dare loro tregua, in nessun campo di attività. Le Amministrazioni elette contro le Larghe Intese (De Magistris, M5S e altre eventuali) dovranno assecondare e lavorare in stretto accordo con Comitati e Consigli Popolari, con organizzazioni operaie e popolari, rompere l’asservimento alle banche e al governo centrale, promuovere l’insubordinazione e la gestione autonoma di servizi pubblici, del patrimonio immobiliare e del territorio. Le attività fin qui indicate non sono parole velleitarie perché sono parti e aspetti della lotta in corso che crea le condizioni per la costituzione del Governo di Blocco Popolare. Questo sarà una tappa sulla via della rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato e dell’instaurazione del socialismo. Nella nostra attività la linea che  pratichiamo e indichiamo per le elezioni amministrative e nei confronti delle amministrazioni locali si combina con la raccolta delle forze per consolidare e rafforzare la Carovana del (n)PCI (la combinazione del nuovo PCI e del Partito dei CARC) che è il motore della mobilitazione e organizzazione delle masse popolari per la costituzione del Governo di Blocco Popolare e per l’instaurazione quindi del socialismo;

non sono importanti tanto i programmi delle loro liste e le intenzioni e qualità personali dei candidati. Il “problema morale” a Berlinguer è servito a corrompere definitivamente il PCI, a Grillo non servirà neanche a questo: la valorizzazione del capitale è la morale suprema della borghesia e chi lavora al suo servizio deve adeguarsi. Più importante è che la forza delle cose costringerà le nuove amministrazioni ad appoggiarsi sull’iniziativa, sulla mobilitazione e sull’organizzazione delle masse popolari. In alternativa non potrebbero che mettersi nelle mani dei vertici della Repubblica Pontificia, cioè farsi anche loro come gli amministratori che li hanno preceduti agenti della speculazione finanziaria (debito comunale) ed edilizia (grandi opere, sfratti e degrado del patrimonio immobiliare e del territorio) e della privatizzazione dei servizi pubblici (sanità, istruzione, trasporti, ecc.): cioè diventare agenti del Vaticano, della criminalità organizzata, delle banche e delle istituzioni finanziarie, della UE, dell’Euro e della NATO. Condannarsi cioè a una rapida sparizione perché non hanno neanche la collaudata capacità di intrigo, di clientelismo,  di rapina, di complotti e di ricatto che la Repubblica Pontificia eredita dalla storia e che tiene insieme in qualche misura i gruppi e i personaggi che sono al suo vertice” (dal comunicato del (n)PCI n. 10-10.06.16).

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