La teoria più elevata che il pensiero umano abbia mai creato è la concezione comunista del mondo. Questo dice Mao del marxismo leninismo, il nome che questa scienza aveva al suo tempo per il contributo alla sua costruzione dato da Marx e da Lenin (Mao Tse tung, Opere, ed. Rapporti Sociali, Milano, 1992, vol. 9. P. 67). Prima si chiamava marxismo, scienza che Lenin dichiara onnipotente: “La dottrina di Marx è onnipotente perché è giusta. Essa è completa e armonica, e dà agli uomini una concezione integrale del mondo, che non può conciliarsi con nessuna superstizione, con nessuna reazione, con nessuna difesa dell’oppressione borghese. Il marxismo è il successore legittimo di tutto ciò che l’umanità ha creato di meglio durante il secolo XIX: la filosofia tedesca, l’economia politica inglese e il socialismo francese”. (Tre fonti e tre parti integranti del marxismo, 1913). Oggi questa scienza viene consegnata a noi con il contributo di Mao, ed è quindi il maoismo. Serve per fare ciò che non è mai stato fatto prima, la rivoluzione socialista in Italia, in un paese imperialista. Allo scopo ci fornisce “gli strumenti onnipotenti che il movimento comunista ha creato per attuare il suo compito storico” (La Voce del (nuovo)PCI, n. 51, novembre 2016, p. 13) Sintesi di tutto questo è il Manifesto Programma del (nuovo)PCI, il cui studio è la prima attività da fare di chi vuole organizzarsi per diventare comunista.

La borghesia cerca di reprimere lo sviluppo di questa scienza da quando è nata, più di un secolo e mezzo fa, ma senza successo, e cerca di contrabbandare come verità lo scetticismo, cioè l’idea che non esiste alcuna verità, cosa su cui insiste in modo sempre più ossessivo e disperato. Il clero, da parte sua, le zampetta a fianco con comunicazioni come quella odierna di Bergoglio su Repubblica, dove pure nega che la verità si possa conoscere con la scienza e afferma che quello che serve è la fede. Dobbiamo tutti distogliere lo sguardo dal (triste) presente e rivolgerlo fisso a Dio, cioè al nulla, dalla mattina alla sera, senza interruzione, come sta facendo il defenestrato Ratzinger, dice Bergoglio nella prefazione a un libro dell’ex-papa (Insegnare e imparare l’Amore di Dio, Cantagalli). Può essere che Bergoglio insista sul farci svolgere lo sguardo al nulla per non farci volgere lo sguardo al suo uomo al governo, Matteo Renzi, che è a pezzi e non offre un bello spettacolo.

Il pezzo è utile se letto a rovescio. Bergoglio è un gesuita, quindi quando dice una cosa la pratica è l’opposto, per la loro formula secondo cui “la verità è doppia” (cosa che, sul piano morale, legittima ogni ipocrisia, “predicare bene e razzolare male”, “fatta la legge trovato l’inganno” e via dicendo). Leggendo in questo modo, comprendiamo che la Chiesa è superflua, è un “prodotto loro” (del clero), ecc. Dove dice che « senza il legame con Dio siamo come satelliti che hanno perso la loro orbita e precipitano come impazziti nel vuoto, non solo disgregando se stessi ma minacciando anche gli altri», allude alla crisi in corso, e basta sostituire i termini “legame con Dio” con il termine “profitto” e vediamo i capitalisti come satelliti impazziti che effettivamente minacciano tutti i popoli del mondo e le masse popolari di ogni nazione. In chiusura dice che tutto questo pensare il nulla realizzerà per ciascuno il “più intimo sogno che nessun potere potrà mai promettergli ed esaudire” e così insiste a mascherare il fatto che né lui né alcuno della sua corte è disposto a rinunciare al potere proprio, “potere indiretto” secondo l’altra formula loro, coniata da Bellarmino nel Cinquecento, potere che la Chiesa di Roma esercita da allora, cioè da mezzo millennio e più. Così Bergoglio può anche permettersi di fare il “critico del potere”, l’anarchico, con il che si rende simpatico a tutta la sinistra borghese e a chi è vittima dei suoi inganni.

A parte questo, che è importante sapere, la cosa fondamentale è che fa vedere come i sogni, per i preti, sono cosa di ciascuno e chiusi nel profondo di ciascuno, mentre ognuno di noi ha sì un suo sogno, ma ha anche un sogno di tutti, perché non si può essere felici da soli. La concezione comunista del mondo è la scienza su cui si fonda la realizzazione del sogno di ciascuno e del suo sogno di tutti, che ha in comune con tutti, anche con quelli, prima di noi, che hanno vissuto e dato la vita per questo sogno.

C’è infine una lezione in positivo. Effettivamente pensare è importante, ed è importante imparare a farlo, cosa che non è, come dice Bergoglio, da fare “nel tempo libero”. È fondamentale. Va fatto attraverso lo studio, attraverso il confronto collettivo, il che vuole dire, tra i comunisti, attraverso la critica, l’autocritica e la trasformazione, e attraverso la sperimentazione. In questo modo, con il pensare rivolto alla realtà e alla sua trasformazione, si esplica la trasparenza e la potenza della concezione comunista del mondo.

A ciò non si può né si deve credere come fosse un articolo di fede. Bisogna provare, cosa che invitiamo a fare e che facciamo insieme, nell’attività che il Partito dei CARC con il suo Centro di Formazione, la sua casa editrice, i suoi organi di informazione, formazione e propaganda promuove in estensione e in profondità, a fianco dell’opera pionieristica che in questo campo ha sempre svolto il nuovo PCI, con la sua rivista La voce, con i suoi Avvisi ai Naviganti, con i suoi Comunicati.

Repubblica – 22 giugno 2016

Maestro di fede”, “Vi racconto il mio Ratzinger ecco perché la sua rinuncia è una lezione per la Chiesa

FRANCESCO

Il compito più importante non sono gli “affari correnti” ma pregare per gli altri senza interruzione

LA DEVOZIONE

Rivolgersi a Dio non è una cosa da fare nel “tempo libero”, ma il modo per dare al mondo la “fonte della vita”

Ogni volta che leggo le opere di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI mi diviene sempre più chiaro che egli ha fatto e fa “teologia in ginocchio”: in ginocchio perché, prima ancora che essere un grandissimo teologo e maestro della fede, si vede che è un uomo che veramente crede, che veramente prega; si vede che è un uomo che impersona la santità, un uomo di pace, un uomo di Dio. E così egli incarna esemplarmente il cuore di tutto l’agire sacerdotale: quel profondo radicamento in Dio senza il quale tutta la capacità organizzativa possibile e tutta la presunta superiorità intellettuale, tutto il denaro e il potere risultano inutili; egli incarna quel costante rapporto con il Signore Gesù senza il quale non è più vero niente, tutto diventa routine, i sacerdoti quasi stipendiati, i vescovi burocrati e la Chiesa non Chiesa di Cristo, ma un prodotto nostro, una ong in fin dei conti superflua.

Il sacerdote è colui che «incarna la presenza di Cristo, testimoniandone la presenza salvifica », scrive in questo senso Benedetto XVI nella Lettera d’indizione dell’Anno sacerdotale. Leggendo questo volume, si vede chiaramente come egli stesso, in sessantacinque anni di sacerdozio che oggi celebriamo, abbia vissuto e viva, abbia testimoniato e testimoni esemplarmente questa essenza dell’agire sacerdotale.

Il cardinale Gerhard Ludwig Muller ha autorevolmente affermato che l’opera teologica di Joseph Ratzinger prima, e di Benedetto XVI poi, lo mette tra la schiera dei grandissimi teologi sul soglio di Pietro; come, ad esempio, papa Leone Magno, santo e dottore della Chiesa.

Rinunciando all’esercizio attivo del ministero petrino, Benedetto XVI ha ora deciso di dedicarsi totalmente al servizio della preghiera: «Il Signore mi chiama a “salire sul monte”, a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho cercato di farlo fino ad ora», ha detto nell’ultimo, commovente Angelus dal lui recitato. Da questo punto di vista, alla giusta considerazione del Prefetto della Dottrina della Fede, vorrei aggiungere che forse è proprio oggi, da Papa emerito, che egli ci impartisce nel modo più evidente una tra le sue più grandi lezioni di “teologia in ginocchio”.

Perché è forse soprattutto dal Monastero Mater Ecclesiae, nel quale si è ritirato, che Benedetto XVI continua a testimoniare in modo ancor più luminoso il “fattore decisivo”, quell’intimo nucleo del ministero sacerdotale che i diaconi, i sacerdoti e i vescovi mai devono dimenticare: e cioè che il primo e più importante servizio non è la gestione degli “affari correnti”, ma pregare per gli altri, senza interruzione, anima e corpo, proprio come fa il Papa emerito oggi: costantemente immerso in Dio, con il cuore sempre rivolto a lui, come un amante che ogni momento pensa all’amato, qualsiasi cosa faccia. Così, Sua Santità Benedetto XVI, con la sua testimonianza, ci mostra quale è il vero pregare: non l’occupazione di alcune persone ritenute particolarmente devote e magari considerate poco adatte a risolvere problemi pratici; quel “fare” che invece i più “attivi” credono sia l’elemento decisivo del nostro servizio sacerdotale, relegando cosi di fatto la preghiera al “tempo libero”. E pregare non è nemmeno semplicemente una buona pratica per mettersi un po’ in pace la coscienza, o solo un mezzo devoto per ottenere da Dio quello che in un dato momento crediamo ci serva. No. La preghiera, ci dice in questo libro e ci testimonia Benedetto XVI, è il fattore decisivo: è una intercessione di cui la Chiesa e il mondo — e tanto più in questo momento di vero e proprio cambio d’epoca — hanno bisogno più che mai, come il pane, più del pane.

Perché pregare e affidare la Chiesa a Dio, nella consapevolezza che la Chiesa non è nostra, ma Sua, e che proprio per questo Egli non la abbandonerà; perché pregare significa affidare il mondo e l’umanità a Dio; la preghiera è la chiave che apre il cuore di Dio, è l’unica che riesce a ricondurre Dio sempre di nuovo in questo nostro mondo, e insieme l’unica che riesce a ricondurre sempre di nuovo gli uomini e il mondo a Lui, come il figliol prodigo a suo padre che, pieno d’amore per lui, non attende altro che poterlo riabbracciare. Benedetto non dimentica che la preghiera è il primo compito del vescovo (At 6, 4). E così il pregare veramente va mano nella mano con la consapevolezza che, senza la preghiera, ben presto il mondo non solo perde l’orientamento ma anche l’autentica fonte della vita: «Perché senza il legame con Dio siamo come satelliti che hanno perso la loro orbita e precipitano come impazziti nel vuoto, non solo disgregando se stessi ma minacciando anche gli altri», scrive Joseph Ratzinger, offrendoci una delle tante, stupende immagini disseminate in questo libro.

Cari confratelli! Io mi permetto di dire che se qualcuno di voi dovesse mai avere dei dubbi sul centro del proprio ministero, sul suo senso, sulla sua utilità, se dovesse mai avere dei dubbi su cosa veramente gli uomini si attendono da noi, mediti profondamente le pagine che ci vengono offerte: perché essi si attendono da noi soprattutto quello che in questo libro troverete descritto e testimoniato: che portiamo loro Gesù Cristo e che li conduciamo a Lui, all’acqua fresca e viva, della quale hanno sete più di ogni altra cosa, che solo Lui può donare e che nessun surrogato mai potrà rimpiazzare; che li conduciamo alla felicità piena e vera quando più nulla li soddisfa, che li conduciamo a realizzare quel loro più intimo sogno che nessun potere potrà mai promettergli ed esaudire! […].

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