L’articolo sottostante del Manifesto conferma l’analisi espressa da Camping CIG nel comunicato sull’incontro al MISE con Cevital dello scorso 20 maggio; si conferma come da 20 giorni fosse evidente che gli algerini di Cevital non riuscivano ad andare avanti nel fantomatico progetto di rilancio delle acciaierie di Piombino, e le favole raccontate da sindacati, Renzi e Rossi erano già allora ridotte ai minimi termini. Quindi la conseguente richiesta di soldi allo Stato nel ben conosciuto stile di Fiat e di tanti altri “capitani coraggiosi” da due soldi, che conferma come una strada per salvaguardare le aziende sia la nazionalizzazione da parte di un governo che abbia la volontà politica di farlo (un Governo di Blocco Popolare, diciamo noi), per avanzare in prospettiva verso il socialismo,

In sintesi, si confermano le posizioni della Organizzazione Popolare e su queste devono fare leva per mobilitare la classe operaia e le masse popolari piombinesi, a tre mesi o poco più dalla scadenza degli ammortizzatori sociali, per organizzarsi in difesa dei posti di lavoro rimasti e crearne altri utili e dignitosi: nelle stesse acciaierie con tutti i criteri e tecnologie ecocompatibili a disposizione attualmente, per effettuare le numerose bonifiche di cui necessita un territorio martoriato, il riassetto idrogeologico, la formazione dei giovani, tutto ciò che è necessario alle necessità delle masse popolari.

“PIOMBINO STANCA DEGLI ANNUNCI BUSSA FORTE A PALAZZO CHIGI

Gli impegni del governo con le banche non hanno partorito nulla

La reindustrializzazzione della Val di Cornia non si vede all’orizzonte. Consiglio di fabbrica a porte chiuse mette sotto accusa il governo Non ci sono soldi e i laminatoi si stanno fermando, uno dopo l’altro. Così gli operai delle Acciaierie hanno chiesto un incontro urgente al presidente del Consiglio Renzi. Per scritto. Perché il governo, che pure aveva promesso di intervenire sostenendo la richiesta di Aferpi di avere linee di credito con le banche, non ha fatto nulla. Tanto da provocare la reazione, molto critica, dello stesso amministratore delegato dell’azienda Fausto Azzi. Basterebbero 50 milioni per far ripartire i treni di laminazione. Ma gli istituti bancari non anticipano nemmeno i crediti che pure ci sono. Per decine di milioni di lavori fatti. «L’Italia avrebbe bisogno di un sistema del credito che permetta alle imprese di investire e alle persone di avere la certezza di tutelare i propri risparmi osserva sul punto Maurizio Landini per far ripartire economia e occupazione cè bisogno di far ripartire gli investimenti pubblici e privati». Mentre a Piombino, denunciano i lavoratori Aferpi con Fiom Fim e Uilm, manca tutto. Un dato di fatto che mette concretamente a rischio l’ipotesi di contratti di solidarietà per gli i 2.300 lavoratori ex Lucchini dopo il 6 novembre, quando secondo gli accordi sottoscritti al ministero dello Sviluppo economico dovrebbero rientrare in blocco nell’azienda dell’algerino Issad Rebrab. Proprio il Mise, e tutto il governo, sono finiti sul banco degli imputati nel corso di un consiglio di fabbrica a porte chiuse. Segnale, anche questo, di come la situazione stia velocemente precipitando. Questo al di là delle quasi quotidiane rassicurazioni del Pd della Val di Cornia e di quello regionale toscano, che a furia di annunci hanno fatto pensare che per il comprensorio piombinese la nottata stesse volgendo al termine. Al contrario, durante il consiglio di fabbrica è apparso evidente ai più il clima di sfiducia, di fronte alla mancanza di certezze sulla continuità della produzione nei laminatoi. L’unico comparto, dopo la delittuosa chiusura dell’altoforno operata dal governo Renzi, rimasto a garantire l’occupazione di circa un migliaio di addetti diretti Aferpi. Meno della metà, peraltro, dei lavoratori ex Lucchini che ancora attendono, con gli ammortizzatori sociali in scadenza, di essere riassunti. Anche il pur moderato sindacato locale ha dunque sposato la richiesta operaia di un incontro urgente a Palazzo Chigi, per un faccia a faccia fra Matteo Renzi e Issad Rebrab. Con all’ordine del giorno la mancanza di denaro per continuare a produrre barre e rotaie, a causa della scarsa fiducia delle banche ad assicurare linee di credito ad Aferpi. Mentre in contemporanea, è stato sottolineato, i concorrenti italiani di Arvedi hanno ottenuto un finanziamento da Bei per circa 100 milioni, e un altro prestito di 240 milioni da un pool guidato da Intesa San Paolo, Unicredit, Bpm e Mps. Finanziamenti che serviranno per realizzare a Cremona un nuovo forno elettrico di ultima generazione. Anche Aferpi vuole costruire a Piombino un forno elettrico, insieme a un nuovo laminatoio. Ma con fisiologici tempi di costruzione ad oggi manca lo stesso progetto esecutivo calcolati in circa tre anni. Mentre Rebrab è per giunta sempre ai ferri corti con il governo algerino, che blocca gli investimenti del patròn fuori dal territorio nazionale. Una tegola ulteriore, che rischia di bloccare ulteriormente la reindustrializzazione di Piombino. Con effetti catastrofici su un tessuto sociale già molto indebolito dai lunghi anni di crisi, e che si è aggrappato a Rebrab e alle promesse dei governi nazionale e locale per sperare nella reindustrializzazione della Val di Cornia.”

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

*