Il 28 maggio scorso, al Circolo Lippi di Firenze, si è tenuta l’assemblea nazionale di NoAusterity, coordinamento di organizzazioni che si sono unite negli ultimi quattro anni fa per contrastare le politiche di austerità imposte dalla borghesia imperialista alle masse popolari del nostro e di altri paesi.

L’assemblea di No Austerity è stata molto partecipata e interessante. Vi hanno preso parte militanti in campo sindacale, sociale e politico, da Milano, Bergamo, Bari, Caltanissetta, Roma, Salerno, Palermo, Modena e dalla Francia in lotta è arrivata Emmanuelle Bigot, ferroviera del sindacato Solidaires. Hanno promosso l’assemblea o preso la parola lavoratori attivi nelle ferrovie e in importanti fabbriche, come la Pirelli di Milano e la Bridgestone di Bari, e molti protagonisti della lotta nella logistica, uniti nel sindacato SiCobas. La spinta a coordinarsi fa convergere a Firenze donne e uomini e organismi, percorrendo anche le migliaia di chilometri. Anche questo è espressione del fatto che le masse popolari hanno “deciso di decidere”, cioè di essere partecipi della direzione della società, a partire ciascuno dal proprio ambito particolare. Questo fenomeno è materia della rivoluzione in corso, o meglio dei lavori in corso per la rivoluzione, perché la rivoluzione si costruisce passo dopo passo, in ogni momento, e l’opera è già iniziata.

Che la rivoluzione fosse la materia all’ordine del giorno anche in questa occasione è stato manifesto non appena la parola, pronunciata dall’operaio della Pirelli di Milano che presiedeva all’assemblea, è stata accolta con un grande applauso. Oltre che parola, poi, questa rivoluzione è anche un corso oggettivo, che si esprime in questa tensione a coordinarsi e in questa capacità di farlo, che sono utili alla formazione di un governo di emergenza che rappresenti le organizzazioni operaie e popolari, che dia forma di legge all’azione da loro intrapresa nelle fabbriche e nei territori per la salvaguardia dei propri interessi materiali e spirituali. Ma quali sono le difficoltà che si frappongono a questo coordinarsi, a questa tensione all’unità? Di tutte quelle che ci sono, alcune sono emerse come problema da risolvere anche in questa assemblea.

I temi principali sono stati tre:

  1. l’attacco della borghesia imperialista ai lavoratori e alle masse popolari,
  2. l’asservimento a questo attacco da parte dei sindacati di regime, con attenzione particolare alla CGIL e all’interno della CGIL alla FIOM,
  3. il fatto che i sindacati alternativi non si uniscono di fronte a questo attacco e al tradimento dei sindacati di regime, anzi alcuni cedono, e in ogni caso quelli che non cedono non fanno fronte comune.

Quanto al punto 3, un compagno toscano delle ferrovie dice che l’ostacolo è “l’interesse autoreferenziale di organismi e strutture”. Segnala che le adesioni a No Austerity sono parecchie, ma sono tutte di organismi locali. Non c’è adesione di organismi nazionali. All’assemblea non partecipa alcun dirigente nazionale delle forze presenti, che sono organismi che fanno parte della CUB, del SiCobas, del SAC della CGIL, dell’USI. Perché non ci si unisce? Non è noto a tutti che divisi si perde?

Gli interventi

Introduce una esponente fiorentina di No Austerity, la quale tra le altre cose descrive la Firenze dei luoghi occupati come una città liberata. Effettivamente in questa e in altre città, ma anche nelle campagne, si estendono e sempre più devono estendersi centri produttivi e territoriali che si organizzano autonomamente e la cui possibilità di esistere e resistere sta solo nel crescere e in definitiva nel porsi come base del governo dell’intero paese.

Segue Ivan Maddaluni, ferroviere che parla soprattutto del successo dello sciopero appena concluso nelle ferrovie. Con la sua critica ai sindacati di regime e all’autoreferenzialità dei sindacati alternativi pone i due binari su cui si svolgerà la discussione.

Diego Bossi, operaio della Pirelli di Milano illustra la Carta dei Principi che No Austerity discuterà domani a porte chiuse. Anche lui riconosce che persiste la frammentazione nel fronte contro l’attacco da parte della borghesia, ma coglie di questo un aspetto positivo, e cioè la ricchezza della differenza. Questo è un aspetto importante: ciascuno, infatti, si distingue dagli altri per le sue qualità migliori, in definitiva: c’è chi è capace a guidare una locomotiva, chi è capace di guidare un aereo, chi è capace di guidare un gruppo di studio, chi di guidare un corpo d’armata, ecc. L’importante, dice il compagno della Pirelli, è la direzione comune.

Nella Carta dei Principi si dice anche che possono fare parte di No Austerity anche membri di partiti. Con questo si toglie una discriminante sbagliata e inutile, secondo la quale per unirsi bisogna non appartenere a un partito, perché si pensa che i partiti siano congreghe di elementi uniti per fare il proprio interesse alle spese della collettività, forse, e di altri che si intruppano perché non sono capaci di pensare con la testa propria. Bossi segnala che ci sono membri di partiti che possono dare un ottimo contributo al lavoro che No Austerity si propone e inoltre è cosa nota che i membri di partiti si intrufolano negli aggregati presentandosi come esponenti di altro, a volte di associazioni fantasma.

Lui, come gran parte degli altri, attacca duramente il Testo Unico di Rappresentanza (TUR) e chi lo ha firmato. La critica a FIOM è esplicita, quella a USB è implicita. Chi aderisce al TUR non può aderire a No Austerity. In ogni caso, quanto al TUR, in questa assemblea ci sarà più d’uno a dire che i principi da esso stabiliti sono carta straccia di fronte all’azione dei lavoratori: sono i lavoratori che decidono chi li rappresenta e le norme della rappresentatività, non i padroni.

Parla del fatto che nel sindacato si è sostituito il principio della fedeltà ai dirigenti rispetto alla conquista della fiducia da parte dei lavoratori. Il fenomeno di cui parla è di vecchia data. Il (nuovo)Partito comunista italiano lo indica come uno dei passi indietro imposti dai revisionisti nei primi paesi socialisti: “Erezione della fedeltà ai dirigenti e all’organizzazione e della disciplina a criteri principali di appartenenza al partito comunista in luogo della dedizione alla causa del comunismo, della linea politica e del legame con le masse” (Manifesto Programma del (nuovo)PCI, Ed. Rapporti Sociali, Milano, 2008, p. 98).

Dice che bisogna stare dalla parte dei più deboli perché questo è partenza e arrivo di un processo rivoluzionario. È qui, al sentire la parola “rivoluzionario”, che scatta l’applauso. Questa è la migliore testimonianza che le masse popolari vogliono sentire parlare di politica e di politica che abbia una prospettiva.

L’intervento di Bossi è per molti versi pregevole, anche se conserva un limite specifico di tutta questa area e cioè il determinarsi in negativo: per ciò contro cui lottiamo e non per ciò per cui lottiamo.

Questo elemento è il fattore di debolezza principale, per una legge logica: lottare contro qualcosa ci pone in una relazione di dipendenza da ciò contro cui lottiamo, anche se siamo “contro”, cioè ci chiude in una relazione con qualcosa che noi non siamo, qualcosa di esteriore a noi. Da ciò ci liberiamo solo se lottiamo per qualcosa, qualcosa che non è a noi esteriore, perché è il nostro progetto, il nostro obiettivo, il nostro percorso. Trattare di questioni logiche può parere strano a chi pensa che i rivoluzionari e i comunisti debbano occuparsi solo di questioni politiche ed economiche, ma gli operai e gli altri membri delle masse popolari sono esseri integrali, e oltre alla scienza economica e alla scienza politica che a loro serve per interpretare il mondo e trasformarlo, sono interessati anche alla scienza filosofica, di cui la logica è espressione. I comunisti devono e possono elaborare la scienza in queste tre forme (vedi Lenin, Tre fonti e tre parti integranti del marxismo, 1913).

Chiude la mattinata Stefanoni, la quale indica che nel pomeriggio verranno fatti parlare quelli che si sono prenotati. Prima si faranno parlare tutti i lavoratori, poi gli esponenti dei gruppi politici.

In effetti parleranno solo i lavoratori, il che è un’occasione persa. Il passaggio dei lavoratori dalle lotte rivendicative alle lotte politiche è stato attuato già nella seconda metà dell’Ottocento e il fatto che non abbia prodotto finora i risultati sperati (soprattutto il fatto che il movimento comunista non è riuscito a fare la rivoluzione in alcun paese imperialista) non significa che non si debba cogliere ogni occasione per stabilire il nesso tra le lotte e la riflessione politica su come renderle vittoriose. La scienza è necessaria in questa come in ogni altra attività umana. In certi casi ridursi all’elenco di “storie di lavoratori e di lotte” senza trarne conclusioni scientifiche è come se invece di parlare della legge di gravità dovessimo solo fare la storia una per una di quattrocento mele che cadono a terra, ho detto a un compagno fiorentino con cui abbiamo scambio di giudizi su materie come questa.

Gli interventi pomeridiani sono stati molti, di militanti all’avanguardia nella resistenza all’attacco della borghesia imperialista contro le masse popolari. Hanno parlato operai delle fabbriche, dei trasporti, della logistica, lavoratori delle amministrazioni locali, di varie città d’Italia e di vari organismi sindacali.

Un operaio della Bridgestone di Bari ha descritto la costituzione di un Comitato degli operai Bridgestone (la piattaforma del Comitato) e la lotta contro il licenziamento di 54 operai della fabbrica. Questa lotta ha unito vari organismi sindacali di base che sul terreno nazionale non operano insieme, non fanno fronte comune.

Questo di cui il compagno parla è uno degli elementi più preziosi che sono emersi in questa giornata: i vari organismi di base si uniscono nelle lotte, che vedono appartenenti alla CUB, al SAC della CGIL, al SiCobas lottare insieme contro il padrone. Questo è l’elemento propulsore, la cui potenza si esprimerà pienamente quando questi organismi che operano alla base si uniranno non solo e non tanto contro l’attacco del padrone, dello Stato o del clero, ma per fondare il proprio governo, e lo faranno indipendetemente dalle sigle politiche o sindacali di appartenenza, ciascuno traendo il meglio dalla propria esperienza organizzativa e politica, come ha detto il Bossi nel suo intervento in mattinata.

Tiziano Terri della CUB di Firenze ha posto questioni interessanti sulla necessità di determinarsi. Essere sindacato ed essere partito sono cose differenti e al riguardo la confusione non è ammessa, dice, nel senso che sono le masse popolari che non l’ammettono e che chiedono chiarezza. Quello che dice è vero e ognuno che abbia una minima esperienza di lavoro sindacale lo sa.

Luis Seclèn del SiCobas di Monza è un uomo coraggioso, che per il suo impegno sindacale è stato oggetto di intimidazioni e minacce (vedi). Riprende la parola “rivoluzione” e dice che è l’unica via che abbiamo, ed è vero. Possiamo costruire il futuro per i nostri figli, dice. Ricorda quando a 14 anni lui seguiva dal suo paese (il Perù) la lotta della classe operaia in Italia, nel 1968, lotta tradita allora, ma che oggi può rinascere, forte della sua tradizione secolare. La crisi ci dà l’opportunità di fare la rivoluzione, dice, e anche questo è vero, e vale contro tutti quelli che della crisi vedono solo l’aspetto negativo. L’intervento che seguirà, di un esponente fiorentino dell’Associazione Mario Ferreyra, specificherà che altra via non c’è per noi, a fronte dei capitalisti che inseguono un obiettivo assurdo, la crescita illimitata dei profitti, e per questo non possono che produrre devastazione e sterminio.

Sono questi interventi molto applauditi, e ancora di più lo sarà quella della compagna venuta dalla Francia, che descrive l’ampiezza e la determinazione della lotta in corso contro la Loi Travail (vedi).

Da Palermo è arrivato fin qui Francesco Manzo, che parla dell’esperienza dei consigli di fabbrica, che ha vissuto, dove la democrazia era effettiva. Erano l’espressione politica dei lavoratori. Anche il suo è un intervento che trasmette passione e fiducia nel futuro.

Stefano Bonomi invece viene da Bergamo e descrive una lotta vittoriosa nel campo della logistica, in cui hanno agito come benzina sul fuoco le parole di Starace, dirigente dell’Enel, che in una trasmissione di LA7 ha illustrato come soluzione l’eliminazione fisica di chi “resiste al cambiamento” ad opera di manipoli scelti. Le lotte di SiCobas, dice l’operaio, si sono associate a quelle degli studenti e dei senza casa. Questo è un esempio del da farsi, cioè uscire dal proprio ambito e coordinarsi con le lotte sul territorio e nel proprio ambito costituirsi in comitati, come ha detto un chirurgo della CUB Sanità di Salerno.

Stefanoni chiude gli interventi pomeridiani e conclude con una metafora: “stiamo costruendo vele potenti per quando il vento riprenderà a soffiare”. Qui non concordo. Abbiamo un principio nuovo, quello per cui la rivoluzione si costruisce, non scoppia. Non saranno condizioni esterne quelle che determineranno l’avvio della rivoluzione, ma la rivoluzione è già in corso d’opera, secondo la legge che è stata definita in modo scientifico da Mao Tse-tung, ma di cui ci sono importanti anticipazioni in Gramsci e in Engels e conferme pratiche nell’azione del partito guidato da Lenin. Secondo questa legge costruire la rivoluzione è creare le condizioni per un governo di emergenza, condizioni la cui necessità e possibilità emergono anche in questa Assemblea. Insomma, riprendendo la metafora di Stefanoni, il vento siamo noi, il movimento comunista cosciente e organizzato.

Perché non ci si unisce?

Qui c’è chi ha inveito contro chi non si unisce, cioè contro i vertici dei sindacati che non si piegano al ricatto del TUR ma non fanno fronte comune, ma “insultare e denigrare non significa combattere” qualcosa, diceva Lu Hsun, il più grande scrittore cinese del secolo scorso. Altri hanno cercato di spiegare il fenomeno, accennando a una natura umana dove ci sarebbe una specie di “burocratismo attitudinale”, cioè una tendenza degli esseri umani a burocratizzarsi, ma è questo giudizio che mostra piuttosto attitudine a non trattare le questioni in modo scientifico. La natura umana non esiste e tanto meno esistono sue attitudini.

La risposta è in embrione nell’intervento dell’operaio della Pirelli di Milano. Ci si differenzia in positivo, per la qualità che abbiamo, per cui chi interviene nel campo degli immigrati, chi nel campo della logistica, chi nel campo della sanità, chi nelle aziende metalmeccaniche, ecc. e l’unità non sta nel fare sparire le differenze in un unico calderone in cui non si sa dove finisce il sindacato e dove comincia il partito, e viceversa, ma nella direzione comune in cui si va, e questa deve essere una direzione praticabile.

Questo significa che ci si unisce solo sul terreno pratico e che non ci si unisce sul piano delle idee? Assolutamente no. L’unione sul piano delle idee però deve essere fatta in modo rigoroso, scientifico, a partire da una analisi della crisi precisa, da un bilancio sulla storia del movimento comunista critico e autocritico, da una comprensione di quale strategia è necessaria per fare la rivoluzione in Italia, che è un paese imperialista, considerando che mai nessun partito è riuscito a fare la rivoluzione in un paese imperialista e che se non c’è riuscito deve capire quali sono stati i limiti suoi, non andare a dire che non c’è riuscito perché qualcun altro non gliel’ha fatta fare, sia esso il padrone o qualche comunista traditore esterno o interno al paese. Questo è il modo adulto di trattare la questione.

Il fattore unificante è intrinseco. L’aggregazione si tiene insieme tramite l’elaborazione scientifica dell’esperienza della lotta di classe, che è in generale quello che tiene insieme gli aggregati della classe operaia, prima a livello politico e

quindi per il legame tra il livello politico e quello sindacale. “Il collante, il legame che dà forma al partito comunista, è l’adesione, l’assimilazione e l’applicazione della concezione comunista del mondo. Questo è il principale: le altre caratteristiche sono secondarie: indispensabili, ma secondarie, derivate. Esse si sviluppano con forza sul lungo periodo solo grazie alla prima. Non a caso le rivendicazioni, la lotta sindacale e tutte le forme secondarie della lotta di classe si sono affievolite e sono decadute via via che i partiti comunisti hanno abbandonato la concezione comunista del mondo, che i revisionisti moderni sono prevalsi e che la sinistra borghese ha infine preso il posto dei revisionisti moderni” (La Voce del (nuovo)PCI, n. 41, p. 44, luglio 2012).

L’elaborazione scientifica d’altro lato è lotta tra due linee, scontro, non unità formale né proclama di verità dogmatiche dall’alto del pulpito. Che in questo periodo di gestazione del nuovo mondo ci siano scontri entro la classe operaia e gli organismi che ne sono espressione è cosa normale e fertile di risultati, e non preclude, ma anzi richiede l’azione comune, che però ha da essere praticabile, come praticabile è la tattica del Governo di Blocco Popolare che il (nuovo)PCI ha fissato già dal 2009, all’inizio della fase terminale della crisi, dopo lo scoppio della bolla speculativa sul mercato immobiliare degli USA.

Un’ultima considerazione su un’affermazione del documento di convocazione dell’assemblea. Leggo: “No Austerity, che nel suo insieme unisce molte realtà che si rifanno al sindacalismo conflittuale, si pone l’obiettivo del cambiamento della società sulla base dell’uguaglianza tra tutte le donne e gli uomini di ogni colore e cultura”.

L’obiettivo è realizzare l’uguaglianza, quindi l’uguaglianza non è base, ma obiettivo. Che questa sia un società di uguali è una falsità della propaganda borghese: noi viviamo in una realtà divisa in classi e quindi fondata sulla differenza, non sull’uguaglianza. Quando l’Italia sarà un paese socialista, un nuovo paese socialista, l’opera per creare uguaglianza farà un salto di qualità, ma anche allora ci sarà disuguaglianza. Oggi noi riconosciamo che esistono molte disuguaglianze, che dobbiamo contrastare e che si manifestano anche all’interno delle forze rivoluzionarie. L’unità di queste forze si dà sull’obiettivo dell’uguaglianza e sulla base della lotta alla disuguaglianza. Il primo obiettivo di questa lotta è la creazione di una società socialista, dove la classe operaia abbia il potere e con tale potere diriga la lotta contro la disuguaglianza.

In particolare questo significa:

  1. unirsi in ogni azienda al di là delle differenze, e quindi delle differenze di appartenenza sindacale, per occuparsi del funzionamento dell’azienda. L’unità sulla base della difesa degli interessi dei lavoratori manda a monte tutto il lavoro della borghesia che legittima a trattare solo i sindacati compatibili con i suoi interessi, e quindi incompatibili con gli interessi dei lavoratori;
  2. unirsi al di fuori dell’azienda. I lavoratori devono coordinarsi con la mobilitazione delle organizzazioni popolari e promuoverla, secondo la linea intrapresa, ad esempio, con la partecipazione degli operai GKN e di altre fabbriche alla mobilitazione contro l’inceneritore a Sesto Fiorentino.

Bisogna, quindi, non pretendere dal governo e dai padroni che si muovano per realizzare gli interessi dei lavoratori, ma mettere i bastoni tra le ruote a ogni governo dei padroni e del clero, della borghesia imperialista e della Corte Pontificia, di Renzi e di Bergoglio. Impedirgli di governare e contemporaneamente farsi forza di governo, a partire dalle fabbriche e dal territorio, costruendo la base per un governo di emergenza oggi e per l’Italia socialista domani. Questo è costruire la rivoluzione qui e ora, contro ogni idea della rivoluzione che un giorno scoppierà, un giorno da attendere, una data che non dipende da noi. La potenza della classe lavoratrice non sta in una forza che siccome viene compressa dalla borghesia scoppia, ma in una forza che quanto più viene compresa dalla classe, e quindi diretta verso un obiettivo, curata nei dettagli, sviluppata con metodo di scienza sperimentale, tanto più diventa inarrestabile. In questo modo oggi e in questo paese sperimentiamo la costruzione della rivoluzione e avanziamo verso l’obiettivo che il movimento comunista ancora non ha raggiunto: instaurare il socialismo in un paese imperialista.

Firenze, 7 giugno 2016

 

 

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