societàA fronte dei disastri provocati dalla crisi, il senso comune spinge i lavoratori, i proletari, le masse popolari a cercare di salvare loro stessi, le loro famiglie, i loro affetti dalla catastrofe di un mondo che sembra impazzito. Il ragionamento è: cosa posso fare io da solo, di fronte al mondo che va a rotoli? Cerco almeno di salvare me e chi ho di più caro, di garantire loro condizioni dignitose!
Questo ragionamento è molto diffuso, tanto più diffuso dove e quando mancano coscienza e organizzazione.

Dove e quando manca coscienza del fatto che la società in cui viviamo, che lo si riesca a vedere o meno, che piaccia o meno, è altamente collettiva e in nessun modo un individuo può salvarsi se l’intero sistema va allo sfascio. La vita di ognuno è legata per mille motivi, cause, modi e aspetti a quella di tutti gli altri e sempre più questi legami superano confini geografici, differenze culturali, religiose, ecc. Più di 40, 80, 150 o 200 anni fa la produzione e riproduzione delle condizioni dell’esistenza umana (il complesso delle condizioni materiali, morali, culturali, intellettuali e scientifiche che consentono di preservare e sviluppare il livello raggiunto dall’umanità) si basano su processi collettivi: la produzione di merci e servizi di uso corrente è articolata in una rete che unisce ogni angolo del mondo e per funzionare correttamente necessita che in ogni angolo del mondo ognuno faccia il suo, svolga il suo compito, permettendo a tutti gli altri di svolgere il loro. Su questa base materiale si sviluppa tutto il resto: dalle relazioni sociali alle forme della comunicazione, dai sentimenti alle aspirazioni. Pensare che uno (o un gruppo più o meno ristretto) possa salvarsi da solo, mettersi al sicuro dagli effetti della crisi, resistere più o meglio degli altri è una concezione (un pensiero) primitiva, adeguato non all’epoca corrente, ma ai tempi in cui effettivamente la sopravvivenza degli esseri umani dipendeva dalla loro individuale forza di resistere e vincere nella lotta contro la natura. Parliamo di una fase storica che va dalla nascita dell’uomo fino a poche centinaia di anni fa, un’epoca che si è conclusa con l’affermazione e lo sviluppo del capitalismo.

Libri, film, celebrazioni “leggendarie” dell’individuo che si salva da solo sono opera di intossicazione delle coscienze che la classe dominante propaga fra le masse popolari, sono un veleno intellettuale ben più efficace di divieti e repressione.

Trionfa il senso comune anche dove e quando manca organizzazione. La debolezza a cui i revisionisti hanno ridotto il vecchio movimento comunista è indicato anche a. dalla scarsa diffusione, dal basso attivismo e dalla bassa qualità dei centri di aggregazione, formazione, discussione, studio, confronto fra operai, lavoratori ed elementi delle masse popolari: case del popolo, dopolavoro, circoli, circuiti letterari, case editrici, polisportive. Quelli sopravvissuti sono in prevalenza in mano alla sinistra borghese e si limitano alla denuncia del cattivo presente; b. dalla enorme diffusione di forme di aggregazione basate sulla diversione e sull’abbrutimento.

 

Non solo l’opera dei revisionisti ha portato all’estinzione il partito, le sue organizzazioni di massa e l’immane patrimonio che essi rappresentavano, ma ha pure sedimentato fra le masse, a vasto raggio, diffidenza verso il collettivo, ha favorito la diffusione di concezioni e valori borghesi, ha alimentato indifferenza verso gli altri, passività verso il corso delle cose del mondo e, nei casi peggiori, ha sviluppato la concorrenza come ingrediente della vita sociale delle masse popolari. Gli operai comunisti (ma anche socialisti) si sarebbero fatti una risata di fronte a uno sprovveduto che anche solo fino a metà anni ’60 del secolo scorso avesse riposto fiducia nel proverbio “chi fa da se fa per tre”. Oggi è invece un rifugio, una pillola ben indorata dalla sinistra borghese (concezione della nicchia, “in piccolo è bello”, “in pochi è meglio”) e confezionata dal Vaticano, per eccellenza promotore di concezioni del mondo medievali, primitive, antisociali.

 

Noi comunisti siamo consapevoli che nessuno si salva da solo. E per imparare a formare ed educare i lavoratori e le masse popolari a comportarsi di conseguenza, siamo i primi a sperimentare il processo che lega la pratica a una giusta teoria. Il movimento comunista cosciente e organizzato che rinasce, la Carovana del (nuovo)PCI, è la scuola ideologica e pratica in cui operai, lavoratori, elementi avanzati delle masse popolari imparano a emanciparsi, lottando per emancipare la società.
I compagni e le compagne che hanno già preso il loro posto di combattimento nella lotta per costruire la rivoluzione socialista, avanzino nello studio, nell’assimilazione e nell’uso della concezione comunista del mondo per rendere il loro lavoro più efficace, scientifico.
Operai, lavoratori e membri delle masse popolari che sono ancora scettici, che sono sfiduciati, facciano il passo di aderire con la testa e con il cuore ai collettivi, alle organizzazioni della Carovana del (nuovo)PCI e alle organizzazioni di massa che la Carovana promuove, prendano il loro posto nella lotta di classe, imparino a diventare essi stessi educatori, formatori e organizzatori di loro stessi e del resto delle masse popolari affinchè esse diventino, collettivamente, capaci di combattere, prendere il potere e gestire la società.
Si tratta della forma più alta in cui si manifestano i sentimenti per chi abbiamo a cuore, è la forma più efficace per preservare i nostri cari dalla barbarie del capitalismo, dagli effetti della crisi: insegnando loro a combattere, combattendo.

 

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