I soldi per fare i lavori che servono ci sono!

https://www.youtube.com/watch?v=K9n1fZDIPxg

 

Non ci sono i soldi per fare i lavori che servono” è l’obiezione più corrente. Ma è un’obiezione inconsistente: il paese è pieno di soldi, le banche sono piene di soldi, i ricchi sono pieni di soldi e tante cose si fanno anche senza soldi e in più ci sono sprechi, corruzione, lussi, ecc. Bisogna costringere con le buone e con le cattive le autorità, le banche e i ricchi a tirare fuori i soldi necessari e a occuparsi dei lavori necessari e delle attività connesse, a usare per i lavori necessari e le attività annesse i soldi che le autorità oggi trovano e usano per ogni spreco, per ogni grande opera, per ogni guerra, per ogni lusso, per ogni tangente che gli va bene.

 

Ai lavoratori lo Stato impone di pagare le imposte, ai ricchi lo Stato chiede prestiti su cui fa pagare ai lavoratori gli interessi. La retorica del “bene comune” e della “collaborazione per gli interessi nazionali” (tanto decantato dalla Chiesa e dai politici italiani) risalta bene nella questione del debito pubblico. Per eliminare i circa 2.000 miliardi di debito pubblico basterebbe un 20% della ricchezza nazionale: non del prodotto annuo, ma del patrimonio, cioè dei beni immobili e mobili (terreni, case, titoli, depositi, ecc.) in possesso delle persone fisiche o giuridiche che attualmente ammonta a 10.000 miliardi di euro, il 50% del quale è in mano al 10% della popolazione. Quindi il 10% della popolazione con il 40% della sua ricchezza ripianerebbe il debito pubblico. Ma il bene comune serve solo come motivo retorico per convincere chi già sta male ad accettare altri sacrifici. Del resto, quando parlano di ridurre il debito pubblico con privatizzazioni (di beni demaniali, di servizi pubblici, di aziende pubbliche) parlano di vendere a quel 10% degli italiani (e ai capitalisti stranieri) quello che ora è pubblico (cioè dello Stato o degli enti locali). Quindi quel 10% della popolazione i soldi per comperare ce li hanno, ma gridano se gli si chiede di darli sotto forma di imposta o contributo per ridurre il debito pubblico.

Anche solo per “far pagare i ricchi” dobbiamo instaurare un governo di emergenza che renda conto del suo operato alle organizzazioni operaie e popolari, non ai ricchi, al clero e ai capitalisti” (da Resistenza n. 9/2011).

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