Le sanzioni contro delegati operai in FCA, una battaglia per il rinnovo del CCNL condotta al ribasso, il caso di Bellavita… cosa sta succedendo nella FIOM?

E’ la naturale conseguenza di un percorso iniziato qualche anno fa. All’indomani della grande manifestazione del 16 ottobre 2010 è iniziata una lenta e inesorabile retromarcia. In poco tempo siamo passati dal respingere l’accordo del 28 giugno, con le conseguenti frizioni con l’intera Confederazione, a reputare positivo almeno nella parte della rappresentanza quello del 10 gennaio, per finire con il richiederne l’applicazione nella piattaforma del CCNL. Sicuramente la FIOM ha sofferto l’isolamento politico e sindacale, ma ha deciso di uscirne nel peggior modo, cercando la legittimazione della controparte piuttosto che la rappresentatività sociale, ma potrei dire dell’intera “sinistra diffusa”. Da “i diritti sono indisponibili” a “il tavolo della contrattazione comunque sia”, nel giro di 5 anni. Se poi ci mettiamo una lunga serie di parole d’ordine altisonanti e puntualmente disattese, il gioco è fatto.

Anzichè fermarsi a riflettere sulle ragioni di un progressivo arretramento, si preferisce aprire la campagna del nemico interno, quello che “non ti lascia lavorare”.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti, poi possiamo raccontarci quello che vogliamo. Il fatto grave non è essere sconfitti, quello può succedere se l’avversario è oggettivamente più forte… il problema è non voler riconoscere i propri errori e i propri limiti. Ne dico uno solo: il percorrere caparbiamente la via referendaria senza lavorare per la costruzione di un blocco sociale che la sostenga, sperare che si costruisca da solo, intorno alla domanda referendaria… secondo me è follia.

All’assemblea del 5 marzo a Firenze hai detto che non serve lamentarsi dei cedimenti del sindacato, ma bisogna creare nei posti di lavoro rapporti di forza che portino il sindacato a fare quello che è necessario per gli interessi dei lavoratori. Che intendi?

Nessuno può esentarsi dal prendere atto dei fatti compiuti. Se i lavoratori decidono un obiettivo, il percorso per conseguirlo e dimostrano di essere in grado di sostenerlo, il Sindacato, che è uno strumento e non un servizio, deve scegliere da che parte stare. Non può che scegliere di stare con i lavoratori, non credo possa permettersi di stare dall’altra parte… Un esempio: appena si iniziava a parlare del Job’s Act, un gruppo di operai fiorentini decise che era necessario scioperare. Lo sciopero fu proclamato e il Sindacato fu avvertito con una telefonata, così: “Noi scioperiamo, partiamo in corteo dall’azienda, voi che fate? Avete altre aziende da mandare qui?”. Ecco, era chiaro che lo sciopero ci sarebbe stato, lo proclamava la FIOM aziendale e non c’era nessun margine di discussione. Diventò infatti uno sciopero di zona.

Si parla molto dell’esperienza dei Consigli di Fabbrica. Ci sono operai convinti che sia necessario riprendere quell’esperienza per promuovere lotte rivendicative efficaci, vincenti. Ma i Consigli di Fabbrica principalmente impersonavano la lotta per il potere operaio, per il socialismo. Non era da questo che traevano la loro forza? Non era sulla base di questo che anche le lotte rivendicative portavano risultati? “Difendersi oggi, per prendere tutto in prospettiva” è una cosa ben diversa da “difendersi per non perdere tutto”…

Sicuramente sì. Oggi lo scenario è cambiato e la “platea” è meno ricettiva; il socialismo non è più un orizzonte a cui tendere per la stragrande maggioranza dei lavoratori. Il PCI, pur non essendo un partito rivoluzionario, almeno nominalmente era riconosciuto come il partito dei lavoratori. E’ un percorso tutto da ricostruire partendo dai “fondamentali”, in primo luogo con la pratica: a tutt’oggi gli operai più combattivi e più impegnati hanno un riferimento ideologico di stampo comunista, in una delle decine di declinazioni in cui il movimento comunista cerca di resistere. Si deve ricostruire la prospettiva che quello del capitalismo è un orizzonte superabile e smontare l’opinione diffusa che si possa migliorare, renderlo “etico” attraverso più regole o una redistribuzione della ricchezza, cose che sappiamo impossibili. E’ veramente difficile fare questo lavoro politico, che però va assolutamente fatto.

Il Consiglio di Fabbrica resta lo strumento migliore che siamo riusciti a inventarci nel corso della storia del movimento operaio. Contiene tutti gli elementi necessari: studio, conoscenza, azione, organizzazione, fiducia reciproca, democrazia partecipata e diretta, compresa la revoca. E’ un embrione di società, per questo è necessario che si occupi di tutto, di quello che sta dentro e fuori della fabbrica. Tutto si tiene.

Che passi state facendo tu e altri operai comunisti per costruire nuovi Consigli di Fabbrica? Quali insegnamenti puoi indicare ad altri operai decisi a fare la loro parte? Quali sono i principali ostacoli che incontrate e come li state affrontando?

Noi usiamo tutti i mezzi a disposizione, per esempio il Comitato degli Iscritti, previsto per Statuto FIOM e più “agile” della RSU per riunirsi, conoscersi e socializzare, anche dopo l’orario di lavoro. Ci siamo inventati una Commissione Tecnica, con tanto di agibilità sindacale, quindi riconosciuta dall’ Azienda. L’assemblea dei lavoratori per noi è centrale per ogni decisione. Bisogna mettere insieme le intelligenze perchè è l’unica strada percorribile, nessuno si salverà da solo. Infatti il passo successivo è stato mettersi in contatto con organismi simili per scambiarsi le esperienze.

Stiamo cercando di organizzare un’assemblea sindacale interna con le Mamme No Inceneritore per promuovere la solidarietà e l’organizzazione con realtà esterne alla fabbrica, per ragionare insieme i problemi comuni e generali e le relative soluzioni. A Sesto Fiorentino (dove sorgerà l’inceneritore, ndr) ci saranno le amministrative e diversi colleghi vi abitano e sono già attivi, non escludiamo un intervento a loro sostegno come occasione di dare visibilità alla lotta. Le elezioni sono un momento di attenzione anche se oggi contano veramente poco, come ha dimostrato praticamente anche il M5S nel 2013. E poi cambiano le regole alla bisogna: guardate la legge elettorale!

Il fatto che il M5S sia il partito più votato tra i lavoratori la dice lunga sullo smarrimento della classe. Si sceglie un partito che di fatto è un pompiere del conflitto sociale, demandando tutto a una presunta disuguaglianza tra “cittadini” da redimere a livello istituzionale, a una questione tra onesti e disonesti, cittadini e casta, meritevoli e raccomandati… nessun riferimento allo stato sociale quindi, in ultima istanza, accettazione del modello economico dominante, riveduto e corretto qua e là. Il legalitarismo è un altro grosso problema, soprattutto fra i più giovani.

L’analfabetismo politico e la rassegnazione pervasiva che imperano fanno il paio con un sindacato molto più predisposto a spiegare anzichè che ascoltare…

Analfabetismo politico, come lo affrontate?

Con la partecipazione, tirando dentro le persone più sensibili e non importa se all’inizio si è in pochi. I lavoratori si devono conoscere, stimare e studiare insieme, molto. Le difficoltà sono note: il ritmo della vita, una società organizzata per produrre sempre, anche mentre dormi. Quando un compagno esaurisce la sua carica propositiva, intellettuale, pratica deve essercene un altro pronto a prenderne il posto senza dover ricominciare sempre tutto da capo: per questo, quando possibile, facciamo anche delle iniziative di tipo seminariale, come Class Unions. Ma ancor più spesso partiamo dall’esperienza pratica, più che dai testi di Lenin e Marx; ad esempio dalla necessità della flessibilità degli orari per soddisfare le varie esigenze della vita sociale, e mostriamo come proprio il furto di tempo sia alla base del profitto del padrone. Proprio come è scritto in quei libri!

Parafrasando un celebre film, non ci resta che studiare. Missione impossibile? Forse, per ora. Ma solo per ora.

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