Il movimento economico della società, il motore dell’evoluzione umana, è determinato dalla contraddizione fra forze produttive e rapporti di produzione.

Per rapporti di produzione si intendono le relazioni fra gli uomini nel processo di creazione e ricreazione delle condizioni materiali dell’esistenza, in particolare: 1. la proprietà dei mezzi di produzione; 2. la divisione tra gli uomini nell’attività produttiva (divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, divisione tra dirigenti e diretti, divisione tra uomini e donne, divisione tra città e campagna, divisione tra zone e settori avanzati e zone e settori arretrati, ecc.); 3. la distribuzione del prodotto.

Per forze produttive si intendono: 1. le risorse naturali; 2. la capacità lavorativa umana; 3. le conoscenze scientifiche impiegate nel processo produttivo; 4. gli strumenti di lavoro (dai più semplici ai più complessi); 5. le infrastrutture.

Ogni modo di produzione che si è affermato nella storia è caratterizzato dalla relazione fra questi fattori e dal risultato della loro combinazione si sono imposti alla società intera specifici rapporti sociali, funzionali al modo di produzione dominante. E’ importante il concetto di modo di produzione dominante, perché nella storia dell’umanità hanno convissuto, e convivono ancora oggi, diversi modi di produzione. La società intera è comunque plasmata dal modo dominante, quello che caratterizza tutte le relazioni sociali in una data epoca. Ad esempio, quando il modo di produzione dominante era quello feudale, esisteva anche il modo di produzione mercantile, ma era irrilevante ai fini della determinazione dei rapporti sociali. L’evoluzione delle società è avvenuta sempre, fino ad oggi, sulla spinta della trasformazione spontanea della relazione fra forze produttive e rapporti di produzione, tuttavia ognuna di queste trasformazioni si è manifestata, al passaggio dell’affermazione di un modo di produzione su un altro, con sconvolgimenti politici e rivoluzioni: la nuova classe dominante sottometteva la vecchia e plasmava lo stato a immagine e in funzione dei suoi interessi. Ognuno di questi passaggi ha rappresentato un passo dell’umanità verso il progresso il cui contenuto era lo sviluppo delle forze produttive, l’aumento della produttività del lavoro umano, il conseguente miglioramento delle condizioni di vita complessive. Il genere umano ha impiegato millenni, ad esempio, per vincere la lotta contro la natura, cioè per garantirsi di che vivere ed esistere in modo indipendente dagli avvenimenti e sconvolgimenti naturali, in effetti vi è riuscito solo due secoli fa, con l’affermarsi del capitalismo. Il capitalismo ha avuto nella storia dell’umanità il carattere positivo di permettere agli esseri umani di sviluppare le forze produttive a un livello tale da vincere la lotta contro la natura per la sua sopravvivenza. Svolto quel compito “storico” ha esaurito la sua funzione positiva, nel senso che i rapporti di produzione propri del capitalismo sono diventati un ostacolo all’ulteriore sviluppo delle forze produttive. Il mancato sviluppo genera una situazione di crisi, è la base materiale di una situazione rivoluzionaria (vedi Resistenza n. 3/2016). E’ impossibile che l’evoluzione dell’umanità si fermi perché i rapporti di produzione e i rapporti sociali imposti dal modo di produzione dominante impediscono lo sviluppo delle forze produttive: in ogni situazione simile si è sempre avuta una rivoluzione, cioè un processo in cui le tendenze al nuovo, già esistenti nella vecchia società e prodotte da quella società stessa, sopravanzavano sul vecchio, la nuova classe dirigente sottometteva la vecchia e apriva la strada a un nuovo corso.

Il movimento comunista è, per dirla come Marx ed Engels, il movimento pratico che cambia lo stato di cose presenti, un movimento che esiste indipendentemente dal fatto che gli uomini ne siano consapevoli o meno. Quando gli uomini ne diventano consapevoli, non prima, allora possono avvalersi di quel movimento per fare la rivoluzione socialista. Educare, formare e organizzare le masse popolari per fare la rivoluzione socialista è il compito dei comunisti. La scoperta, la comprensione e la descrizione di questo movimento economico oggettivo è il contributo inestimabile che Marx ed Engels hanno dato all’umanità.

Il capitale è un modo di produzione. Il capitalista produce merci per valorizzare (aumentare) il suo capitale e non esiste un limite soggettivo a questo obiettivo, cioè il capitalista tende a valorizzare illimitatamente il suo capitale. Per farlo lo aumenta di ciclo produttivo in ciclo produttivo, investe nello sviluppo delle forze produttive affinché la produttività del lavoro degli operai aumenti. La produttività degli operai può aumentare solo a condizione che si sviluppino costantemente ed esponenzialmente le forze produttive.

Il capitalismo ha avuto essenzialmente questa funzione: posta come obiettivo universale della società la valorizzazione del capitale, le capacità lavorative degli individui sono state unite nella cooperazione, combinate fra loro nella divisione del lavoro, legate all’uso delle forze naturali e potenziate della scienza, con l’impiego di macchinari, impianti, automazioni, ecc. e infine trasformate nel loro contenuto, rendendole specifici ingredienti di un sistema produttivo sociale e quindi inadeguate alla produzione diretta, individuale. In cosa consiste questo processo, chiunque abbia esperienza lavorativa, di fabbrica o anche in altri settori, lo può verificare da sé: 1. vari tipi di macchinari e strumenti hanno sostituito la forza muscolare degli operai. 2. Le operazioni ripetitive sono state sempre più affidate a macchinari e impianti automatici che possono permettere anche il fluire della produzione di fase in fase senza l’intervento diretto di operatori. 3. In taluni casi anche la sorveglianza stessa dei processi produttivi è sostituita da strumenti e sensori che regolano e vigilano elettronicamente. 4. Anche processi mentali elementari, ripetitivi e in sequenza logica oggi vengono effettuati tramite macchinari elettronici. A questi fattori aggiungiamo che il mercato ha creato quella che è una comunità mondiale di produttori sempre più legati e interdipendenti fra loro, sviluppando per le esigenze del capitale anche una sempre più fitta ed efficacie rete comunicativa (dal telefono al telefax a internet). Le forze produttive per essere messe in funzione hanno bisogno della cooperazione di più persone, sparse nel paese e anche sparse nel mondo in continenti diversi (globalizzazione), il loro funzionamento è diventato patrimonio collettivo di tutta la società benché la loro proprietà sia privata, cioè nelle mani di individui o gruppi di individui che ne usano a seconda dei loro particolari e specifici interessi.

Le forze produttive si sono sviluppate fino al punto in cui la proprietà privata delle forze produttive è diventata un ostacolo al loro ulteriore sviluppo. Per svilupparle ancora è necessario cambiare i rapporti di produzione, in particolare è necessario abolire la proprietà privata e dare corso a un istituto adeguato al livello di socializzazione già raggiunto dalle forze produttive, la proprietà collettiva.

I rapporti di produzione capitalisti non solo sono un freno allo sviluppo delle forze produttive, cosa che impedisce il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro del complesso dell’umanità, ma sono diventati causa di profondi squilibri nello sviluppo sociale: scoperte scientifiche e tecnologiche che potrebbero migliorare la produzione di beni e servizi non vengono impiegate in quei settori in cui i capitalisti non hanno interesse. Ecco il “segreto” della grande disparità fra il contenuto dei servizi pubblici e il contenuto della produzione capitalista di beni e servizi come merci, si guardi alla sanità: ospedali pubblici fatiscenti e macchinari obsoleti e insufficienti, ospedali privati, in cui la sanità è una merce, funzionali e tecnologicamente avanzati. Inoltre, la crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale spinge i capitalisti a dover distruggere parte delle forze produttive (e la miglior distruzione è la guerra, da qui la tendenza endemica alla guerra della società borghese): una parte di forze produttive azionate e fatte funzionare nell’ambito dei rapporti di produzione capitalisti hanno come scopo del loro funzionamento la distruzione di altre forze produttive. Sembra un cortocircuito di difficile comprensione, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: la ricerca scientifica e le scoperte tecnologiche sono impiegate sempre più massicciamente nella produzione di armamenti anziché di infrastrutture, scuole e ospedali pubblici, sempre più in settori che alimentano l’abbrutimento del genere umano (gioco d’azzardo, diversione) anzichè in settori che ne promuovono l’emancipazione, sempre più nel contenimento, nel controllo (fisico, mentale, farmaceutico) e nella repressione anziché nella creatività e nella libera espressione della grande massa della popolazione.

Benché la classe dominante provi in ogni modo a resistere alla trasformazione della società che proprio lo sviluppo delle forze produttive impone, cioè tenta in ogni modo di preservare il suo regime politico e il suo ordinamento sociale, la spinta alla trasformazione che nasce dallo sviluppo delle forze produttive è incontenibile, i capitalisti non possono impedirla. Il movimento economico della società va quindi oggettivamente verso la socializzazione delle forze produttive, non potendo ostacolarlo, i capitalisti hanno provato a governarlo. Ne sono dimostrazione gli istituti (di varia natura e portata: politici, economici, sociali, nazionali e internazionali) che hanno l’obiettivo di regolamentare (cioè trattare in modo collettivo) le contraddizioni prodotte dal movimento economico, stanti i rapporti di produzione capitalisti e la crescente concorrenza fra capitalisti e gruppi di capitalisti per valorizzare ognuno il proprio capitale.

Marx chiama questi istituti forme antitetiche dell’unità sociale (FAUS) e caratterizzano la fase senile e terminale del capitalismo, la fase imperialista, quella che, nel movimento economico della società, corrisponde espressamente al passaggio dal capitalismo al comunismo stante il permanere del regime politico borghese. Ma le FAUS non sono una soluzione: la società intera è sconvolta dall’antagonismo fra lo sviluppo raggiunto dalle forze produttive e i rapporti di produzione capitalisti.

La rivoluzione socialista è l’unica soluzione. Il socialismo è lo stesso movimento economico dal capitalismo al comunismo, con la differenza che avviene in un regime politico al cui vertice ci stanno gli operai organizzati nel loro partito comunista e i lavoratori associati che dirigono la società in conformità ai loro interessi e al livello raggiunto dallo sviluppo delle forze produttive già sociali e con l’obiettivo di svilupparle tutte. Se il capitalismo ha avuto il carattere positivo di liberare l’umanità dalla lotta contro la natura per la sopravvivenza, il socialismo ha l’obiettivo di liberare l’umanità dalle catene del lavoro salariato, di diminuire universalmente (cioè senza la divisione in classi sociali) il lavoro necessario per creare e ricreare le condizioni dell’esistenza, permettendo a ogni essere umano di dedicarsi principalmente alle attività specificamente umane (quelle cioè che lo differenziano in positivo da ogni altra specie animale).

Bibliografia

Rapporto di capitale I – Rapporti sociali n. 2 – 1988

Rapporto di Capitale II – Rapporti Sociali n. 3 – 1989

Rapporto di capitale III – Rapporti Sociali n. 4 – 1989

Manifesto Programma del (nuovo)PCI – 2008

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