Il numero di febbraio di Resistenza è uscito (continuazione di uno dei due editoriali, pag. 8) con il brano che riportiamo per intero qui di seguito.

Di fronte al mondo che va alla rovescia (non ci voleva la statistica di Oxfam per sapere che 62 individui detengono più ricchezza che il resto della popolazione mondiale messa insieme) istintivamente e “spontaneamente” viene da dire che per raddrizzarlo un po’ basterebbe redistribuire la ricchezza esistente: prendere a chi ha di più e dare a chi ha di meno. Questo è lo spartito su cui cantano i cori della sinistra borghese (aumentare i salari, introdurre il reddito di cittadinanza, tassare le transazioni finanziarie e impedire le speculazioni, combattere l’evasione fiscale, ecc.) e quelli clericali (c’è da dire che sono i meno convincenti: iniziasse il Papa a distribuire le ricchezze del Vaticano! Soldi, immobili, beni artistici e culturali…). La questione è che, proprio per la sua natura di spontaneo (ossia conforme al senso comune che è creato dalla classe dominante), il ragionamento non considera che la crisi in cui siamo immersi non si risolve dando alle famiglie la possibilità di spendere di più (aumentare la domanda, la chiamano gli esperti di economia in televisione e sui giornali), perché questa crisi non è una semplice crisi per sovrapproduzione di merci (cioè la sua causa non è nel fatto che le aziende producono più di quello che vendono). È una crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale, cioè è dovuta al fatto che nel mondo lo sviluppo della società umana è arrivata a un livello tale che se tutto il capitale di cui dispongono, tutti i capitalisti lo impiegassero per produrre merci (beni o servizi), cioè in quella che gli economisti chiamano “economia reale”, i capitalisti nel loro complesso (quindi come classe) ne ricaverebbero un profitto minore di quello che ricavano impiegandone solo una parte. “Guadagnassero meno!” dirà qualcuno, ma proprio qui sta il punto: qui si vede che la crisi è questione del sistema di relazioni sociali! Nella società borghese è il capitalista che ha in mano l’iniziativa in campo economico (che apre e chiude aziende, che organizza e dirige produzione e distribuzione) e il profitto è il motivo che lo spinge a far produrre. Se non è convinto di ricavare un profitto, il capitalista non fa produrre, si gode la sua ricchezza (gli economisti borghesi lo dicono con un’allegoria: l’acqua c’è ma il cavallo non beve!). È quindi questione del sistema di relazioni sociali su cui la società è basata. Per finirla con l’attuale corso delle cose occorre una società in cui tutti i mezzi di produzione (la terra e le sue risorse naturali e le fabbriche, il denaro, tutta la ricchezza della società) che oggi sono in larga misura proprietà privata di individui o di società private, diventino proprietà pubblica e siano gestite da istituzioni pubbliche per produrre secondo un piano pubblico i beni e servizi usati e il cui uso è ammesso. C’è qualcosa di misterioso e di strano in questo? Quando il movimento comunista era forte, aveva costretto perfino i capitalisti e le loro autorità (dei paesi imperialisti, compresi anche quelli fascisti) a fare un pezzo di strada in questo senso, ma si è visto che sono cose che si possono fare a metà. Occorre un ordinamento politico e generale diretto da chi ha interesse, volontà e scienza quanta ce ne vuole per introdurre e far valere un simile ordinamento sociale. Non si tratta di una “semplice” riforma economica. Bisogna togliere ai capitalisti e in generale ai ricchi la direzione della società. Finché restiamo nella società borghese, il guadagno del capitalista, il profitto, è il motore della società intera. Se il capitalista non guadagna, la società entra in crisi e collassa. Distribuire la ricchezza serve ad alleviare momentaneamente e in qualche punto (paese) il peso della crisi sulle masse popolari, ma in definitiva l’aggrava: a parità di altre condizioni, il capitalista che sfrutta di più l’operaio è più competitivo, occupa il campo del capitalista concorrente: questo chiude e licenzia mentre il primo, magari, assume. Comunque i capitalisti si accapigliano tra loro (“siamo in guerra”, come dice Marchionne), finché la guerra la fanno fare davvero.

Questo brano contiene un grave errore che è stato corretto nella versione pubblicata sul sito. Il brano dice che “si è visto che sono cose che si possono fare a metà”, mentre il corso della storia che abbiamo alle spalle sia nei primi paesi socialisti sia nei paesi imperialisti insegna esattamente il contrario: “si è visto che sono cose che non si possono fare a metà”. Viste le ripercussioni che la questione ha sulla strategia dei comunisti e visto che nel nostro paese sono  numerose le organizzazioni che, pur dicendosi comuniste, di fatto propugnano il ritorno a quella “situazione a metà” di cui si parla nel brano citato, approfittiamo della svista della redazione di Resistenza per trattarne più in dettaglio.

Cosa ci insegna infatti la storia dei primi paesi socialisti, il passaggio dalla prima alla seconda fase della loro esistenza? Cosa ci insegna la storia dei paesi imperialisti della seconda parte del secolo scorso?

La prima ondata della rivoluzione proletaria (1900-1950) ha prodotto i primi paesi socialisti che all’inizio degli anni ‘50 costituivano un vasto campo che comprendeva un terzo della popolazione mondiale. L’instaurazione del socialismo era avvenuta in paesi arretrati a livello economico e sociale, in cui lo sviluppo della costruzione del socialismo era per la loro natura più difficile di quanto lo sarebbe stato nei paesi imperialisti.

L’esistenza del vasto campo socialista e la grande influenza raggiunta dal movimento comunista nei paesi imperialisti e nei paesi coloniali e semicoloniali aveva portato a grandi avanzamenti  per le masse popolari e poneva il compito di portare avanti la lotta per avanzare nella costruzione del socialismo nei paesi socialisti, per la vittoria della rivoluzione socialista nei paesi imperialisti e per le rivoluzioni di nuove democrazia nei paesi coloniali e semicoloniali. Il movimento comunista doveva compiere un salto di qualità. Di conseguenza nel movimento comunista internazionale si aprì nuovamente uno scontro a livello mondiale tra due linee antagoniste.

“Da una parte la sinistra sosteneva la prosecuzione della lotta contro l’imperialismo sui tre fronti (paesi socialisti, paesi imperialisti, colonie e semicolonie). Essa tuttavia non aveva alcun sentore che la prima crisi generale del capitalismo era conclusa e che si apriva per il capitalismo (che nel mondo rimaneva ancora il sistema economico dominante) un periodo relativamente lungo di ripresa dell’accumulazione di capitale e di espansione dell’attività economica. Quindi non aveva una linea generale adeguata alla situazione e in generale peccava di dogmatismo.

Dall’altra la destra sosteneva la linea dell’intesa e della collaborazione con la borghesia imperialista. Essa aveva la sua base teorica nel revisionismo moderno. In contrasto con la legge riformulata da Stalin dell’acutizzazione della lotta di classe, il revisionismo moderno sosteneva che la forza acquisita dal movimento comunista attenuava gli antagonismi di classe, rendeva possibile una trasformazione graduale e pacifica della società, riduceva la borghesia a più miti consigli e la rendeva propensa a concessioni e riforme. Essa interpretava le riforme che sotto l’incalzare dell’avanzata del movimento comunista la borghesia concedeva per non perdere tutto, come un cambiamento della natura del capitalismo. Secondo la destra il sistema capitalista non generava più crisi e guerre, come la bufera genera la grandine. Tale era la ‘nuova’ teoria con cui si presentarono Kruscev, Togliatti, Thorez e gli altri revisionisti moderni.” (Manifesto Programma del (n)PCI, pag.72).

I primi paesi socialisti

L’esperienza storica dei primi paesi socialisti conferma quanto aveva definito Marx: che il socialismo è la fase di transizione dal capitalismo al comunismo, un movimento contraddittorio (di lotta tra le due vie: capitalismo e  comunismo e che avviene per fasi, una fase prepara il terreno e le condizioni per la successiva: o si avanza o si arretra). Un movimento oggettivamente necessario e inevitabile.

Abbiamo visto bene il ruolo determinante della classe operaia e del suo Partito comunista nella progettazione, nella direzione e nella gestione della nuova società nella fase di conquista del potere e di costruzione del socialismo (1917-1956 per l’URSS e 1950-1976 per la Cina). Un processo che implicava per sua natura la partecipazione attiva e autonoma degli individui più coscienti e determinati delle masse popolari a un processo collettivo altamente organizzato. Nel socialismo gli esseri umani imparano su larga scala questa partecipazione e ognuno acquisisce gli strumenti intellettuali e morali necessari a questo fine (vedi cap. 1.7.3 – Le fasi attraversate dai primi paesi socialisti del Manifesto Programma del (n)PCI (MP)).

Allo stesso modo abbiamo visto come, a causa della debolezza ideologica della sinistra del partito comunista, dopo la svolta del 1956 (XX Congresso del PCUS) i revisionisti moderni hanno conquistato la direzione del partito comunista e invertito il senso della trasformazione. Da lì è iniziata per l’URSS la fase, durata circa trent’anni (1956-1986), caratterizzata dal tentativo di instaurare o restaurare gradualmente e pacificamente il capitalismo: non solo non vengono più compiuti passi verso il comunismo, ma i germi di comunismo vengono via via soffocati. Si dà spazio ai rapporti capitalisti ancora esistenti e si cerca di richiamare in vita quelli scomparsi. Si ripercorre a ritroso il cammino fatto nella prima fase, fino alla patetica proposta della “perestroika” (programma di privatizzazione di molti settori economici statali, libertà di azione per la borghesia interna e quella internazionale, trattati politici e  militari con gli Usa) fatta da Gorbaciov nel 1987. Da questa fase si è poi passati a quella della “restaurazione del capitalismo a qualsiasi costo”: restaurazione su grande scala della proprietà privata dei mezzi di produzione e integrazione a qualsiasi costo nel sistema imperialista mondiale. È la fase di un nuovo scontro violento tra le due classi e le due vie: restaurazione del capitalismo o ripresa della transizione verso il comunismo? Questa fase si è aperta per l’URSS e le democrazie popolari dell’Europa orientale e centrale grosso modo nel 1989 ed è ancora in corso.

Per la Repubblica Popolare Cinese il processo di restaurazione graduale e pacifico del capitalismo sotto la direzione dei revisionisti moderni si è aperto nel 1976 ed è ancora in corso (vedi anche MP, pag.87).

La ricostruzione del percorso storico dei primi paesi socialisti mostra bene e conferma che la transizione dal capitalismo al comunismo è una trasformazione qualitativa dei rapporti sociali e delle concezioni e sentimenti connessi che avviene per evoluzioni graduali e salti, che una tappa doveva necessariamente portare a quella successiva  e che non si possono fare (lasciare) le cose a metà, pena l’arretramento complessivo del processo (arrivare fino a metà montagna e poi tornare o ruzzolare indietro) con la conseguente putrefazione di tutta la società.

Grazie al maoismo abbiamo compreso che nella società socialista si presentavano due vie (andare avanti verso il comunismo o andare indietro verso il sistema capitalista) e la lotta tra due classi (la borghesia e la classe operaia), abbiamo compreso come si forma la borghesia nei paesi socialisti e da chi è costituita: dirigenti del partito, dello Stato, della Pubblica Amministrazione, delle organizzazioni di massa che si oppongono ai passi che è possibile e necessario compiere verso il comunismo.  Abbiamo  capito quindi cosa sono e come si manifestano le due linee che si contendono la direzione del partito comunista, dello Stato e delle altre istituzioni della società. (vedi I sei apporti principali del maoismo al patrimonio del movimento comunista, http://www.nuovopci.it/scritti/sei_app/seiapmao.html#ottava03 ).

I paesi imperialisti

Nel bilancio dell’esperienza dei primi paesi socialisti abbiamo visto che la linea della destra si basava sull’attenuazione  e negazione degli antagonismi di classe, sulla proclamazione che la vittoria del socialismo era completa e definitiva e sull’integrazione economica, politica e culturale dei paesi socialisti col mondo imperialista.

La destra del movimento comunista nei paesi imperialisti (Togliatti &C) grazie alle riforme strappate dal 1950 al 1975, dalla classe operaia alla borghesia, che erano il frutto della fase di ripresa del capitalismo e dell’avanzata del movimento comunista e dell’esistenza del vasto campo socialista, sosteneva che era in corso un cambiamento della natura del capitalismo. Un cambiamento per cui non era più necessario fare la rivoluzione socialista, ma bisognava sviluppare una via parlamentare e riformista al socialismo: riforme di struttura e ampliamento delle conquiste in campo economico, politico e culturale avrebbero gradualmente trasformato la società capitalista in società socialista.

Il terreno oggettivo che ha permesso il prevalere della destra del movimento comunista nei paesi imperialisti sono la ripresa e lo sviluppo del capitalismo nei trenta anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Su questo terreno in tutti i paesi imperialisti si affermarono i revisionisti moderni e i riformisti che assunsero la direzione del movimento operaio quali teorici, propagandisti e promotori in seno ad esso del miglioramento nell’ambito della società borghese. Essi proclamarono che lo sviluppo della società borghese sarebbe proceduto illimitatamente di conquista in conquista, di riforma in riforma fino a trasformare la società borghese in società socialista. Le bandiere, gli slogan e i principi che essi inalberarono furono diversi da paese a paese a seconda delle concrete condizioni politiche e culturali ereditate dalla storia, ma eguale fu in quel periodo il loro ruolo nel movimento politico ed economico della società.

La fine della ripresa del capitalismo e l’avvio della seconda crisi generale nel 1975 ha via via eroso il terreno sotto i piedi ai revisionisti e ai riformisti e ha portato, alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, al collasso dei primi paesi socialisti e di gran parte dei partiti comunisti, creando le condizioni necessarie per una nuova e più alta ripresa del movimento comunista. Il successo del revisionismo moderno aveva fatto arretrare il movimento comunista rispetto ai risultati raggiunti alla fine della prima crisi generale del capitalismo. Ora il suo tracollo faceva vedere, a quanti volevano lottare per il socialismo, che occorreva fare un salto nella comprensione delle condizioni, forme e i risultati della lotta di classe.

La non comprensione da parte della sinistra del movimento comunista, dell’origine, della natura e della base oggettiva su cui poggiava il revisionismo moderno, porterà a una serie di limiti ed errori che non le permetteranno di lottare efficacemente contro i revisionisti moderni e per la costruzione della rivoluzione socialista nei paesi imperialisti e la rinascita del movimento comunista internazionale.

La storia degli anni ’60 e ‘70 del secolo scorso dimostra bene come e quando la lotta per strappare alla borghesia nuove conquiste di civiltà e di benessere raggiunse il suo culmine e toccò il suo limite: per andare oltre doveva trasformarsi in lotta per la conquista del potere e l’instaurazione del socialismo. Anche in questo caso si dimostra che vi erano create le condizioni oggettive (inizio della crisi generale del capitalismo) e soggettive (sviluppo di una vasto movimento popolare), che si era aperta una fase che doveva necessariamente portare a quella successiva e non si potevano fare (lasciare) le cose a metà sul terreno decisivo della fase che era la costruzione di un partito comunista adeguato  (per concezione e linea) a portare in avanti il processo di costruzione della rivoluzione socialista in un paese imperialista come il nostro, pena l’arretramento complessivo del processo.

“La lotta contro il revisionismo moderno raggiunse un grande sviluppo in campo politico negli anni ‘70 quando dalle lotte rivendicative della classe operaia e delle masse popolari nacque un diffuso movimento di lotta armata, impersonato dalle Brigate Rosse. Esso raccoglieva e dava espressione politica alla necessità di conquistare il potere e di trasformare la società che le stesse lotte rivendicative alimentavano nella classe operaia e nelle masse popolari. Da qui il sostegno, l’adesione e il favore delle masse popolari nei confronti delle Brigate Rosse, testimoniati dal loro radicamento in fabbriche importanti (FIAT, Alfa Romeo, Siemens, Pirelli, Petrolchimico, ecc.), ma più ancora dalle misure che la borghesia dovette adottare per contrastarne l’influenza e isolarle dalle masse e dalla persistenza della loro influenza anche dopo la loro sconfitta.

Con la loro iniziativa pratica le Brigate Rosse ruppero con la concezione della forma della rivoluzione socialista che aveva predominato tra i partiti comunisti dei paesi imperialisti nel corso della lunga situazione rivoluzionaria 1900-1945 e iniziarono a fare i conti con gli errori e i limiti che avevano impedito ai partiti comunisti dei paesi imperialisti di condurre a conclusione vittoriosa la situazione rivoluzionaria generata dalla prima crisi generale del capitalismo. Da qui la ricchezza di insegnamenti che si possono ricavare dalla loro attività, in particolare a proposito delle leggi dell’accumulazione delle forze rivoluzionarie (che è il compito principale della prima fase della Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata) e del passaggio dalla prima alla seconda fase di questa (costruzione delle forze armate rivoluzionarie). Esse tuttavia non riuscirono a liberarsi dall’influenza della cultura borghese di sinistra, in particolare nella versione datane dalla Scuola di Francoforte che il revisionismo moderno aveva reso cultura corrente e pressoché incontrastata. Questo fatto ebbe due importanti conseguenze.

1.       Le Brigate Rosse non riuscirono a correggere gli errori di analisi della fase che avevano in quella cultura il loro fondamento. Quanto ai rapporti tra le masse popolari e la borghesia imperialista, scambiarono la fase culminante della lotta delle masse per strappare conquiste nell’ambito della società borghese con l’inizio della rivoluzione. Quanto ai rapporti tra gruppi e Stati imperialisti, scambiarono l’attenuazione delle contraddizioni connessa al periodo 1945-1975 di ripresa e sviluppo del capitalismo con la scomparsa definitiva dell’antagonismo. Ignorarono l’alternarsi delle crisi generali del capitalismo con periodi di ripresa dell’accumulazione del capitale: gli anni ‘70 erano giusto il periodo di passaggio dal periodo di ripresa e sviluppo seguito alla Seconda Guerra Mondiale alla nuova crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale.

2.       Le Brigate Rosse non riuscirono ad appropriarsi consapevolmente del metodo della linea di massa onde restare all’avanguardia del movimento delle masse anche nella nuova fase prodotta dall’inizio, alla metà degli anni ‘70, della nuova crisi generale. Non fecero un bilancio giusto del movimento comunista: combinarono illusioni nei revisionisti moderni, nei paesi socialisti e nei partiti comunisti da essi diretti, con l’abbandono dell’esperienza storica del movimento comunista a causa del successo che i revisionisti moderni erano riusciti a raggiungere in esso.

In conseguenza di questi errori, il legame delle Brigate Rosse con le masse smise di crescere e cominciò anzi ad affievolirsi, le Brigate Rosse si diedero ad imprecare contro l’arretratezza delle masse e annegarono nel militarismo (teoria della “supplenza”). In questa maniera favorirono l’attacco della borghesia che era centrato sullo sfruttare i loro errori e limiti per isolarle dalle masse.

È a causa di questi passi avanti non compiuti, di questa autocritica non portata a termine che il loro legame con le masse popolari, anziché svilupparsi, si indebolì e le Brigate Rosse vennero travolte dall’offensiva della borghesia, cui i revisionisti moderni parteciparono come a impresa per loro vitale.

La lotta condotta dalle Brigate Rosse mostra, per la terza volta nella storia del movimento comunista del nostro paese dopo il Biennio Rosso e la Resistenza, come in un paese imperialista si possano presentare le condizioni per il passaggio dalla prima alla seconda fase della guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata. Essa mostra anche, d’altra parte, che la possibilità di sfruttare con successo le condizioni favorevoli dipende strettamente dalla qualità dell’accumulazione delle forze rivoluzionarie che ha preceduto il loro presentarsi.” (MP pagg. 145-147).

Dal bilancio di questa esperienza la Carovana del (n)PCI ha ricavato che la strategia per fare la rivoluzione socialista è la Guerra Popolare Rivoluzionaria di lunga durata (GPRdiLD) e che l’aspetto decisivo della fase era la costruzione di un partito comunista adeguato ai compiti della fase. “La teoria della GPRdiLD indica il percorso che il movimento comunista deve compiere per rovesciare il potere esistente e instaurare il potere della classe operaia. Questa teoria è una scienza sperimentale: è stata costruita elaborando l’esperienza della lotta condotta finora dal movimento comunista e trova la sua verifica e la sua conferma nei risultati che il movimento comunista ottiene applicandola nella lotta di classe. È la sintesi dell’esperienza compiuta, tradotta in indicazioni, criteri, linee, metodi e regole per la rivoluzione che dobbiamo ancora compiere. È una scienza aperta, nel senso che essa viene arricchita, precisata, sviluppata man mano che la rivoluzione proletaria avanza nel mondo. È una scienza che comprende principi e leggi generali, validi in ogni paese e in ogni momento e principi e leggi particolari che rispecchiano quello che di particolare ha ogni paese.” (MP, pag. 201). Una scienza che permette di procedere con meno sconfitte, con meno perdite, con meno sofferenze per le masse popolare. Avere una strategia giusta e un partito comunista conforme a quella strategia era la prima condizione per una vittoria sicura. Senza avere una strategia non ha senso parlare di tattica, della giustezza delle singole manovre e operazioni tattiche. Solo un partito comunista che ha una strategia giusta può e deve combinare l’assoluta fermezza strategica con la massima flessibilità tattica. L’esperienza ha dimostrato che se il partito raggiunge questa condizione, difficilmente la borghesia riesce a sconfiggere la rivoluzione proletaria.

Entrambe queste esperienze ci insegnano che il comunismo è un processo oggettivo (la trasformazione dei rapporti sociali) che la società capitalista sta compiendo e che si completerà nella fase socialista, grazie all’azione del movimento comunista cosciente e organizzato, armato della scienza comunista (il materialismo dialettico) che lo fa procedere per evoluzione e per salti qualitativi; che la rivoluzione socialista si costruisce tappa dopo tappa e che lotta tra le due vie (comunismo o capitalismo) e le due classi (proletariato  o borghesia) è il motore sia della fase di costruzione della rivoluzione socialista nei paesi imperialisti, sia della fase di costruzione del socialismo (processo di transizione al comunismo: la società composta di un’associazione di individui che si riconosceranno come eguali e, liberi finalmente dalla sottomissione cieca e inconsapevole sia alla natura che alle loro relazioni sociali, dirigeranno consapevolmente essi stessi le relazioni tra di loro e la loro vita collettiva).

Pietro Vangeli

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