Lettera di un segretario Federale

Pubblichiamo questa lettera anche se ha un taglio molto “interno” perché è una dimostrazione di quanto ci poniamo di affermare nel complesso del numero: se lasciamo al caso lo sviluppo di ogni fenomeno, è molto difficile, se non impossibile, che le cose vadano “come abbiamo in mente noi” o “come sarebbe meglio che andassero” ai fini del nostro lavoro. Questa lettera mostra, attraverso esempi del lavoro interno al Partito, che qualunque sia l’obiettivo che ci si pone, bisogna darsi i mezzi per raggiungerlo. Per noi comunisti i mezzi necessari sono prima di tutto ideologici (concezione).

Cari compagni della Redazione,

gli articoli Quale partito per costituire il Governo di Blocco Popolare e Chiedete troppo ai compagn” pubblicati nel numero scorso del giornale mi hanno aiutato a inquadrare alcune questioni che riguardano l’attività di direzione della Federazione Lombardia / Piemonte. So per certo che si tratta di aspetti (contraddizioni, insegnamenti, scoperte) comuni all’esperienza di altri segretari Federali e in effetti alcuni punti che tratto di seguito li ho messi meglio a fuoco anche grazie al confronto che ho avuto con loro nelle settimane passate; mi scuserete se approfitto di questa premessa per invitare anche loro a scrivere alla Redazione, in futuro, riflessioni e spunti che traggono dal giornale.

Le questioni che voglio trattare hanno come matrice comune la trasformazione del P.CARC in partito che promuove la costituzione del Governo di Blocco Popolare e più precisamente la contraddizione fra teoria e pratica. Mi spiego meglio: finché ci si limita a dire cosa i comunisti devono fare e cosa dovrebbero fare le masse popolari organizzate, grossomodo siamo tutti d’accordo. Se ci si pone la questione di passare dal dire al fare le cose cambiano perché la pratica è la riprova di quello che ognuno ha in testa, perché si incontrano resistenze, limiti, contraddizioni e l’aspetto decisivo è darsi i mezzi per affrontarle e superarle.

Nelle riunioni di Segreteria Federale, nelle riunioni con i Segretari di Sezione, nell’analizzare e discutere quali sono i problemi che incontrano e incontriamo per assumere un ruolo efficace verso l’esterno, ho avuto più chiari tre problemi, tre questioni ideologiche poco chiare e per cui “avanziamo lentamente”: a. la concezione del Partito prevalente fra i membri della Federazione; b. la concezione del Centralismo democratico; c. la concezione di cosa significa dirigere un collettivo del Partito. Ovviamente ognuna delle questioni non si è mai posta apertamente come questione ideologica, ma con la forma di una questione “pratica”, “contingente”, “organizzativa”, a dimostrazione che “ciò che ognuno fa discende e deriva da ciò che ognuno intimamente pensa e non ciò che dice di pensare o dice di voler fare”. Inizio presentando per ogni questione ideologica la manifestazione che ha assunto praticamente perché quelle manifestazioni sono ciò con cui ognuno, al di là della forma specifica, ha a che fare.

Nella mia zona ci sono condizioni e caratteristiche particolari per cui non è possibile applicare la linea, usare i metodi e gli strumenti che il Partito indica, devo trovarne di nuovi e più efficaci. Questo è quanto arrivano a concludere alcuni Segretari di Sezione a fronte di quelli che giudicano (e in certi casi sono) risultati insoddisfacenti. Tale conclusione, sbagliata, è il frutto di una concezione sbagliata che hanno del Partito. Mi spiego meglio: il nostro è un partito di comunisti che ha l’obbiettivo di portare le organizzazioni operaie e popolari a costituire un loro governo di emergenza, la nostra unità e coesione sta nella concezione del mondo, nella linea, negli obiettivi e nell’assunzione di metodi e strumenti per raggiungerli. Pensare che esistano zone, territori, ambiti o momenti in cui i fattori dell’unità e della coesione del Partito siano un intralcio anzichè un punto di forza, significa avere un’idea opposta del Partito. I compagni che pongono la questione in quei termini, in genere, cercano strade (linea, metodi e strumenti) diversi da quelli del Partito ma senza essersi posti con scienza, tenacia e dedizione l’obbiettivo di imparare ad applicarli fino in fondo e senza riserve. Sono in qualche modo convinti che il problema per cui la loro attività è poco efficace sia causato dalla linea, dai metodi e dagli strumenti del Partito, non dal fatto che loro conoscono la linea in generale, ma non l’hanno assimilata al punto da saperla applicare e dal fatto che non sanno tradurre in pratica i metodi e gli strumenti che il partito indica. In ultima istanza hanno un’idea sbagliata del Partito come di un organismo in cui ci si unisce sulla base degli obiettivi generali, perché si condividono alcuni valori e ideali, ma in cui ognuno continua a pensare e a fare quello che individualmente ritiene giusto o è abituato a pensare e a fare. La riforma Intellettuale e Morale che i dirigenti di ogni livello sono chiamati, spinti e sostenuti a compiere (vedi Resistenza n. 2/2016 su www.carc.it: Lettera di sulla trasformazione del P.CARC e sulla Riforma Intellettuale e Morale) ha l’obbiettivo di superare la concezione del partito “federato” (coordinamento di individui) che ancora esiste al nostro interno. Stiamo ragionando molto nella Federazione Lombardia / Piemonte su questo aspetto che riguarda direttamente il legame fra individuo e collettivo, la relazione fra attività politica e vita personale, ma riguarda soprattutto la concezione adeguata a fare quello che bisogna fare: costruire organizzazioni operaie e popolari, orientare e rafforzare quelle esistenti, spingerle a operare come nuove autorità pubbliche per costituire un loro governo di emergenza. Solo un Partito unito, coeso su concezione, linea, obiettivi, strumenti e metodi può riuscirci.

Non avevo capito fino in fondo l’importanza di quella mobilitazione, quindi ho ritenuto di non dover andare anche se nella convocazione era espressamente scritto che tutti i membri avrebbero dovuto partecipare attivamente. E’ successo che la Segreteria Federale desse indicazione di partecipare a una delle mobilitazioni contro la guerra del 12 marzo scorso e, pur sapendo che non sarebbe stata una manifestazione dai grandi numeri, per raggiungere gli obbiettivi politici che si era posta era necessaria la partecipazione di tutti i compagni che non erano già impegnati in altre attività. Questa era l’indicazione, ma nella pratica alcuni compagni non hanno partecipato alla mobilitazione, chi mettendo avanti altre attività locali, chi dicendo che non aveva chiari gli obiettivi e ha ritenuto, pertanto, di non andare. L’aspetto principale della questione è quello che attiene alla comprensione del centralismo democratico e al perché è un principio organizzativo decisivo (e in questo senso attiene anche alla disciplina). La Segreteria Federale ha il compito di analizzare la situazione politica territoriale, di elaborare una linea di intervento, di considerare il complesso delle condizioni in cui opera e di tradurre il tutto in obiettivi, indicazioni, direttive. Il successo della mobilitazione dipende da quanto e da come l’orientamento della Segreteria Federale viene capito, assunto e tradotto in pratica. A tale proposito è importante il doppio movimento per cui la Segreteria Federale si premura di costruire la necessaria unità di indirizzo nel collettivo e i compagni diretti (Sezioni e membri singoli) si premurano di esporre chiaramente riserve, critiche e proposte alternative. Detto ciò, è la Segreteria Federale che in ultima istanza stabilisce l’orientamento che è vincolante nonostante eventuali divergenze persistenti. Questo è il centralismo democratico: l’istanza superiore decide per l’istanza inferiore e la minoranza si sottomette alla maggioranza. Divergenze e riserve, che esistono, sono trattate secondo questo principio e alla luce della democrazia proletaria (chi è avanti insegna a chi è più indietro, chi è più indietro si impegna ad imparare da chi è più avanti). Decidere arbitrariamente di non applicare le direttive della Segreteria Federale è manifestazione di adesione formale alla linea, agli strumenti e agli obiettivi del Partito. Il centralismo democratico, per i comunisti, è il principale e insostituibile metodo di direzione fra istanze, organismi e membri, ogni altro modo di direzione è per sua natura “borghese”, cioè mina il collettivo, mina l’unità, nega la democrazia proletaria, mette a repentaglio gli obiettivi che il Partito si dà.

Noi comunisti dobbiamo imparare ad agire “come un solo uomo”, con la forza e l’intelligenza di tutti i compagni e le compagne, con la spinta e la vitalità delle masse popolari, con la tenacia e l’esperienza della parte più avanzata della classe operaia e con la scienza del movimento comunista. Conoscere, capire, assimilare e usare il centralismo democratico non è questione (solo) di disciplina, ma di porre avanti a tutto l’obbiettivo, possibile, di fare un balzo in avanti nell’instaurazione del socialismo.

Sono in affanno perché i compagni non riconoscono il mio ruolo e faccio fatica a dirigere l’attività. Questo terzo aspetto, alla luce del precedente, riguarda tutti i compagni dirigenti e riguarda, in certa misura, anche me. Un dirigente non è tale perché qualcuno lo nomina, il ruolo di direzione si conquista sul campo. Cosa fa un dirigente? Dice agli altri cosa fare? No. Decide cosa debbano fare gli organismi e i collettivi? Anche, ma non solo. Un dirigente comunista forma (cioè cura i compagni e le compagne a che loro avanzino nella conoscenza e assimilazione e uso della concezione comunista del mondo), educa (cioè cura i compagni e le compagne ad assumere comportamenti e atteggiamenti conformi alla concezione comunista del mondo) e organizza (cioè da i mezzi intellettuali, morali, pratici ai compagni e alle compagne affinchè oltre a dirsi comunisti, facciano i comunisti). La direttiva, l’ordine, il dire cosa bisogna fare, cosa devono fare gli altri è solo una parte, quella secondaria, del ruolo di un dirigente comunista. Ai compagni che sono scoraggiati perché i collettivi che dirigono non riconoscono il loro ruolo rispondo di fermarsi ad analizzare se e quanto sono formatori, educatori e organizzatori dei loro compagni e delle loro compagne. E’ la domanda che mi faccio e mi devo fare io anche verso loro stessi. Nessuno può pretendere di essere riconosciuto come dirigente se non si assume la responsabilità di esserlo, fino in fondo.

Ognuna di queste questioni ideologiche che ho posto come “contraddizione e problema” non è un criterio di verifica di quanto sono bravi o non sono bravi i Segretari delle Sezioni e i compagni della Federazione Lombardia / Piemonte, ma la manifestazione dei passi che io e la Segreteria Federale dobbiamo fare nella cura e nella formazione dei nostri compagni e delle nostre compagne, mostrano il contenuto della trasformazione che vogliamo compiere, che siamo liberi di compiere, nel passare dall’essere oggetto del corso delle cose all’essere agenti della trasformazione del mondo.

Saluti comunisti

Il segretario della Federazione Lombardia-Piemonte

carc

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