Hai perso la voce a forza di gridare e protestare, continui a farlo, ma inizia a farsi strada l’idea che serve a poco. Griderai ancora, ma per quanto? E per cosa?

Mastichi amaro a tutte le elezioni perché i partiti di sinistra sono sempre divisi e fanno a gara, sembra, a chi fa alleanze al ribasso più a destra e a chi è più “duro e puro”. Ancora più amaro è il masticare dopo i risultati: il posto in Parlamento o al Consiglio Comunale è costato l’alleanza con il PD, oppure la “purezza e durezza” sono state ripagate con uno “zero virgola”. Nonostante i bocconi amari, a ogni tornata elettorale, ricominci: i programmi, le proposte, le piattaforme, gli “impegni che non devono essere promesse”, la passione, le aspettative…

Ti sei buttato anima e corpo nelle lotte sindacali e rivendicative perché “sono concrete” e “bisogna vendere cara la pelle ai padroni” e perché, del resto, la politica è roba astratta, ormai buona per politicanti e chiacchieroni.

Bene, questo articolo è per voi, compagni e compagne. Per quelli che nonostante tutto remano controcorrente, riflettono, pensano, si mobilitano, organizzano, lottano, non si sono arresi, non si arrendono e hanno nel cuore la bandiera rossa. Tre questioni da considerare per sventolarla, quella bandiera rossa, con i fatti, non solo con le parole Per conquistare il futuro, non per contemplare il presente che va a rotoli.

E’ secondario chiarire se in questo articolo ci rivolgiamo a chi crede che le cose possano cambiare attraverso le elezioni o a chi è convinto che le cose si possano cambiare protestando sempre di più, sempre in di più. Tutte e due le strade non portano all’obbiettivo. E’ importante chiarire che ci rivolgiamo a chi le cose vuole cambiarle davvero. Il Governo di Blocco Popolare ha la sua forza nelle masse popolari organizzate. Le masse popolari organizzate sono la forza e i comunisti sono il motore del processo. Senza il motore il processo non si innesca, senza la forza il processo si esaurisce e sfuma.

Per costruire il Governo di Blocco Popolare è necessario un partito. Nell’articolo Occuparsi delle scuole e uscire dalle scuole… a pag. 6 emerge chiaramente che la generosità, la creatività e la combattività delle masse popolari si può valorizzare solo attraverso l’opera di un partito che conosce, applica, sperimenta la concezione comunista del mondo. La concezione non è una cosa astratta e metafisica, è la base materiale su cui si sviluppano l’organizzazione e l’iniziativa pratica, attraverso cui le mille manifestazioni della forza delle masse popolari, anche contraddittorie le une con le altre, vengono orientate verso un obiettivo unitario e comune. La causa della “sconfitta degli anni ‘70” fu la concezione che guidava i comunisti: andavano per la maggiore il movimentismo (il movimento è tutto, il fine non conta) l’estremismo e il militarismo (come risposta alla deriva che i revisionisti moderni imposero al movimento comunista italiano e internazionale) e una sbagliata analisi della fase (i comunisti non vedevano che si stava concludendo la fase di nuova accumulazione del capitale iniziata dopo la Seconda Guerra Mondiale e che stava iniziando la seconda crisi generale). Il partito è “l’intellettuale organico” della classe operaia e delle masse popolari, è il cervello collettivo che sintetizza analisi, linea e obbiettivi alla luce di una concezione del mondo, è l’organismo delle masse popolari, cervello-cuore-braccia-gambe. Senza il partito le masse popolari sarebbero un insieme deforme di individui, alla mercé della classe dominante.
Perché serve il partito comunista e non serve, invece, un partito “di sinistra”? La domanda ha molteplici risposte e qui ne trattiamo solo una. La società borghese è un intrigo di interessi, concezioni e valori diversi e contrapposti. Questa caratteristica deriva dalla struttura materiale della società capitalista: un insieme di capitali ognuno dei quali è in concorrenza con gli altri. La democrazia borghese è la trasposizione politica di questa struttura: interessi diversi corrispondono a correnti diverse, partiti diversi che rappresentano interessi diversi, contrastanti e inconciliabili.
I partiti della sinistra borghese pretendono di affermare gli interessi delle masse popolari, ma senza avere l’obbiettivo si instaurare il socialismo possono al massimo riuscire a rappresentarli sottoforma di opinione e di testimonianza nel teatrino della politica borghese. Così convivono con la rappresentazione degli interessi dei capitalisti, ma è una convivenza di cartapesta perché vince sempre chi è ricco e tutta la politica è vincolata a uno scontro fra interessi dei ricchi: nella società borghese alle masse popolari è concesso di chiedere e rivendicare, non di governare. Quello mai, è impossibile anche quando la sinistra governa (dobbiamo ancora citare l’esempio di Tsipras in Grecia, del governo Prodi in Italia, dell’Amministrazione Pisapia a Milano, Marino a Roma, ecc.).

Il socialismo è la dittatura del proletariato, è la fase della storia dell’umanità in cui le masse popolari governano per iniziativa della classe operaia, quella che già oggi fa girare il mondo senza avere possibilità di decidere nulla e oppressa dal ricatto del salario (non importa se in fabbrica o al call center); è una società in cui gli interessi unitari della maggioranza della popolazione sono eretti a interessi universali, gli interessi di cricche, individui e comitati di affari sono eliminati e i loro “diritti” soppressi. Conformemente a ciò, il partito comunista non è un partito plurale (in cui esistono varie opinioni), è coeso attorno alla concezione comunista del mondo (concezione scientifica in lotta contro quella borghese e quella clericale) e all’obiettivo dell’instaurazione del socialismo (non si limita a voler “migliorare le condizioni di vita e di lavoro”); è un partito di avanguardia, cioè che elabora linee, indica obiettivi, dirige, sperimenta; non basa la sua esistenza e la sua opera sui risultati elettorali né sul riconoscimento, sulle concessioni o sulle lusinghe da parte dei nemici delle masse popolari. Deve per questo essere un partito autonomo e indipendente a livello politico, organizzativo ed economico dalla classe dominante.
In estrema sintesi, la differenza fra un partito “di sinistra” e il partito comunista è che il primo, per concezione del mondo, valori e obiettivi, è conforme alla società che lo ha generato; il secondo è conforme alla società che vuole costruire e opera nella società borghese per superarla.

Più nel dettaglio, il partito che ci serve. Ci serve un partito che abbia superato il “trauma” del fallimento della caduta dei primi paesi socialisti e della sconfitta del vecchio movimento comunista e che anzi ne abbia fatto un bilancio abbastanza approfondito e giusto, scientifico, su cui formare e attraverso cui rafforzare i suoi membri con l’incrollabile certezza che il futuro dell’umanità è il comunismo. Non è solo teoria (tantomeno fede), ha un risvolto strettamente pratico: rivolgersi alle masse popolari e alla classe operaia senza la rassegnazione, la “vergogna”, l’insicurezza per il fatto che “siamo pochi e deboli” e la sfiducia che “è troppo difficile”. Il movimento comunista ha compiuto errori per cui è stato sconfitto, la verità è che commetteremo altri errori: la loro gravità e il loro numero non dipendono da quanto siamo deboli e da quanto siamo pochi, ma da quanto siamo capaci di assumere un atteggiamento “da scienziati”. Se gli operai non ci danno retta, gli studenti non mostrano interesse, ecc. siamo noi che sbagliamo qualcosa, non loro. Questo ci porta a considerare un secondo requisito: ci serve un partito capace di essere fermo nella linea, ma realista e coraggioso nel fare autocritica, riprovare, cercare la strada più giusta. L’erba voglio non esiste: costruire il Governo di Blocco Popolare è possibile, ma pensare che sia facile è da allocchi. Se non si fanno passi avanti non sono le masse che non capiscono, non è la linea che è sbagliata, ma siamo noi che non la sappiamo applicare, non sperimentiamo, non siamo capaci di essere il motore della mobilitazione…. Rigore scientifico, dunque. Se non accendi il fuoco sotto la pentola, l’acqua non bolle. Se non accendi il fuoco e concludi che l’acqua non bollirà perché è impossibile che bolla, lasci il campo alla metafisica (sarà Dio a far bollire l’acqua?).
Il terzo aspetto è che nel partito, tutti devono mettersi nella condizione di imparare, sempre. Si impara dai successi e dagli insuccessi, si impara dai dirigenti e si impara dai diretti, si impara cimentandosi nel diventare dirigenti. Per essere più precisi, deve vivere il principio della democrazia proletaria: chi è più avanti deve insegnare a chi è più indietro e chi è più indietro si deve impegnare senza riserve a imparare. I dirigenti che “sanno già tutto”, che credono di non avere niente da imparare sono burocrati, applicano metodi di direzione borghesi e devono correggersi, sono sostenuti dal collettivo a correggersi.

Non intendiamo fare qui un decalogo delle cosa giuste, questo numero del giornale porta vari esempi concreti della linea che ci guida, dei principi, dei criteri nel lavoro interno e nel lavoro verso l’esterno. Ciò che li accomuna è che ognuno di essi è finalizzato a promuovere il protagonismo delle masse popolari organizzate.
Questo è il contenuto e il significato della trasformazione che il nostro Partito sta compiendo e dobbiamo portare a fondo. Un processo che non è ancora patrimonio pienamente acquisito: dimissioni, diserzioni, passi indietro, oscillazioni sono avvenute e avverranno se il contenuto del processo non sarà compreso a fondo man mano che la trasformazione entrerà nel vivo. Per contro, nuovi compagni e nuove compagne si avvicinano, aderiscono, si cimentano, si formano, assumono responsabilità.
Il P.CARC è un partito in cui si impara a combattere la lotta fra il vecchio e il nuovo, il giusto e lo sbagliato, il positivo e il negativo nell’organizzazione e fuori, con l’obbiettivo di diventare capaci di promuovere efficacemente la costruzione del Governo di Blocco Popolare. Questo è ciò a cui vi chiamiamo a partecipare, da subito.

Vincere le lotte di oggi serve a vincere le lotte di domani. Il filo conduttore fra le lotte di oggi e quelle di domani è a doppia mandata:
– entrambe possono essere vittoriose se i comunisti imparano a valorizzare la forza delle masse popolari e a fare leva sulle contraddizioni e le debolezze della classe dominante;
– le lotte di domani sono possibili solo se vinciamo quelle di oggi, ma entrambe sono strettamente legate all’obbiettivo dell’instaurazione del socialismo.

Questo è il contenuto della lotta di classe in corso nel paese, alla luce della strategia della Guerra Popolare Rivoluzionaria.

Rompere le catene che asserviscono il nostro paese alla Comunità Internazionale (CI) costituendo il Governo di Blocco Popolare (GBP) esporrà l’Italia a sanzioni, blocchi e aggressioni dall’esterno e ad essi collaborerà la “quinta colonna” all’interno. Molte aziende non potranno funzionare per mancanza di materie prime, semilavorati o pezzi di ricambio. Altre non potranno più vendere all’estero i loro prodotti. Ma il problema non è irresolubile, se il GBP e le organizzazioni operaie e popolari saranno un potere politico solido e capillare. Già ora la rete di relazioni finanziarie, commerciali e di divisione del lavoro creata dai gruppi imperialisti è continuamente sottoposta a rotture e aggiustamenti, a causa di guerre e sanzioni: alcuni paesi si sottomettono e altri resistono. Su questi noi avremo il vantaggio di avere l’iniziativa in mano, di non farci illusioni sul comportamento della CI e della sua “quinta colonna” e di non coltivare velleità autarchiche. Potremo e dovremo combinare con creatività varie misure su vari terreni, combineremo la soluzione dei problemi delle aziende che non possono più lavorare come prima a causa di sanzioni, blocchi e aggressioni, con quelli delle aziende che oggi lavorano per la NATO e per le guerre imperialiste (una parte importante dell’economia e della ricerca oggi è direttamente o indirettamente legata al riarmo e alla guerra), con quelli delle aziende inquinanti o insalubri per chi ci lavora, con quelli delle aziende che sfornano prodotti inutili o addirittura nocivi.

Reprimeremo senza riguardi i sabotaggi e le manovre della “quinta colonna”, non principalmente con leggi e misure di polizia, ma mobilitando capillarmente la massa dei lavoratori e in generale le masse popolari, valorizzando i tecnici e i dirigenti disposti a collaborare con i lavoratori organizzati nelle loro organizzazioni e con le nuove autorità. Le attività della “quinta colonna” possono essere stroncate ed eliminate solo grazie all’iniziativa capillare delle masse popolari, al pari della corruzione e della criminalità organizzata. Il governo d’emergenza delle organizzazioni operaie e popolari disporrà di armi di cui nessun governo borghese dispone.

Stabiliremo rapporti con tutti gli Stati che non si uniranno alla CI contro di noi; stabiliremo trattati commerciali a breve e a lungo termine, organizzeremo scambi di merci e servizi sfuggendo sia alla speculazione delle Borse merci (con prezzi fissati di comune accordo) sia al controllo e alle commissioni del mercato finanziario; ci gioveremo del mercato nero (i contrabbandieri) che già ora riduce la valenza di sanzioni e blocchi commerciali; sfrutteremo l’avidità dei capitalisti formalmente ligi alla CI, ma che hanno bisogno di smaltire le loro merci. Per finanziare queste operazioni (per procurarci cioè la valuta a corso mondiale necessaria) ci gioveremo spregiudicatamente sia del denaro a corso mondiale già disponibile nel nostro paese presso banche, istituzioni finanziarie e privati (euro, dollari, oro e altri metalli preziosi) sia del grande Debito Pubblico dello Stato italiano in larga misura in mano a istituzioni straniere: queste per non perdere i loro crediti hanno tutto l’interesse ad assecondare le operazioni finanziarie e bancarie delle nuove autorità italiane.

Ristruttureremo molte aziende: le organizzazioni operaie e popolari faranno di ogni collettivo di lavoratori (di ogni azienda) un centro che organizza le attività produttive utili (anche quelle che i capitalisti e le loro autorità oggi trascurano: manutenzione del territorio, del patrimonio edilizio, delle infrastrutture, servizi pubblici, produzione di energia da fonti rinnovabili, ecc.) nelle forme meno inquinanti e più salubri e sicure che conosciamo, che segue il più possibile la linea della “produzione a km zero” e usa le risorse locali e comunque nazionali (oggi succede che chi da noi produce latte fallisce e contemporaneamente si compera latte dall’altra parte del mondo, ecc.), che dà la precedenza alle produzioni essenziali. Ogni azienda deve diventare un centro che mobilita, inquadra e organizza tutti quelli che sono disposti a lavorare e li forma per svolgere lavori utili e dignitosi.

Con un sistema politico energico, deciso e che gode di un vasto appoggio e della diffusa collaborazione delle masse popolari, far fronte alla CI è un’impresa del tutto possibile. Poi, man mano che la rivoluzione si svilupperà nel mondo, faremo fronte sempre meglio alle difficoltà: poco alla volta avremo la collaborazione delle autorità rivoluzionarie di altri paesi e a nostra volta sosterremo i movimenti antimperialisti e rivoluzionari di altri paesi combinando relazioni di scambio, di collaborazione e di solidarietà. Nascerà così la nuova umanità. Le imprese compiute dai primi paesi socialisti, in particolare dall’Unione Sovietica, ci forniranno insegnamenti e nello stesso tempo ci garantiscono che la nostra impresa è possibile” – dal Comunicato del (nuovo)PCI del 17/02/16 Combattere ogni illusione!.

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