Nei mesi scorsi su Resistenza abbiamo più volte parlato della decisione della direzione dell’USB di firmare l’Accordo del 10 gennaio 2014 – Testo Unico sulla Rappresentanza e dell’opposizione di vari dirigenti, delegati e iscritti (in particolare dell’Emilia Romagna, della Lombardia e del Veneto) a questa decisione. A fine gennaio una parte di essi sono usciti dall’USB, hanno costituito il Sindacato Generale di Base (SGB) e il 27 febbraio hanno tenuto un’assemblea nazionale a Bologna con cui hanno aperto la discussione (che sfocerà nel primo congresso) sulla linea, sui metodi, sulla struttura e sulle alleanze del nuovo sindacato, hanno deciso di federarsi alla CUB e di aderire allo sciopero generale contro la guerra, il governo Renzi e la Troika indetto per il 18 marzo da CUB, USI e SiCobas. Un’altra parte ha deciso invece di restare nell’USB, ha costituito il Coordinamento iscritti USB per il sindacato di classe e chiede la convocazione di un congresso straordinario.
Sarebbe un cattivo servizio al sindacalismo di base e al ruolo che esso può svolgere nella lotta per farla finita con la crisi del capitalismo liquidare la cosa con “i soliti sindacatini di base che sanno solo litigare” o come “questione di poltrone e di soldi”, mettersi a tifare per l’USB o per il SGB o per il Coordinamento degli iscritti, concentrarsi sulle accuse reciproche di scorrettezze, di localismo, di autoritarismo, di personalismi, ecc. che hanno accompagnato la vicenda.

La scissione e i sommovimenti interni all’USB non sono “una magagna sua”, ma la manifestazione di un problema che si pone a tutte le organizzazioni sindacali conflittuali: impostare una linea di lotta sindacale adeguata al livello dello scontro in corso. Per avanzare in questa direzione, occorre rimuovere due ostacoli.
Primo: la confusione sulla crisi in corso, la sua natura, origine e sviluppo. Se definirla “strutturale”, “sistemica”, “epocale”, “non congiunturale”, ecc. non è solo un modo per dire che è una crisi grave, allora significa che siamo in una situazione in cui o la rivoluzione precede la guerra o la guerra genererà la rivoluzione (una situazione rivoluzionaria in sviluppo). Quindi è una diversione aspettarsi la soluzione della crisi dai padroni e dalle loro autorità nazionali e internazionali, cioè da quelli che basano i loro interessi e il loro potere sui metodi e sulle relazioni che hanno prodotto la crisi. Da questa crisi non ne usciamo con qualche redistribuzione della ricchezza, con qualche cambiamento delle regole del sistema finanziario, con qualche correttivo più o meno “radicale” in campo economico, monetario e finanziario. Non ne usciamo restando nell’ambito di un sistema sociale borghese (iniziativa economica individuale, proprietà privata, divisione in classi, sfruttamento dell’uomo sull’uomo, rapporti tra individui basati sulla compra-vendita, ecc.). Le singole aziende sono in crisi perché la società nel suo complesso è in crisi. La causa principale della rovina delle aziende è esterna alle aziende, sta nel sistema capitalista stesso e nel suo modo di gestire le attività economiche e sociali. L’andamento generale degli affari e l’insieme delle relazioni economiche, finanziarie, commerciali, politiche e culturali nazionali e internazionali sono oggi dettate dall’evoluzione della crisi generale del sistema capitalista. Da questa crisi ne usciamo togliendo alla borghesia la direzione sulla vita economica e sociale e creando un nuovo sistema di relazioni sociali che abbia alla base le aziende costruite e gestite dai lavoratori organizzati che lavorano secondo un piano pubblicamente deciso.

Secondo: la confusione sulla relazione tra movimento sindacale e movimento comunista, quindi sul “perché dopo la seconda Guerra Mondiale e fino agli anni ’70 non solo in Italia, ma in tutti i paesi imperialisti gli operai e le masse popolari erano riusciti a migliorare le loro condizioni in ogni campo e perché a partire dagli anni ’70, prima in Inghilterra con la Thatcher, poi negli USA con Reagan, poi via via negli altri paesi imperialisti, una dopo l’altra le conquiste fatte in ognuno di quei campi sono state rosicchiate, avvelenate e infine cancellate del tutto o sono in via di esserlo.

Le conquiste strappate erano l’effetto del movimento comunista che avanzava nel mondo, nel corso della prima ondata della rivoluzione proletaria sollevata dalla costituzione dell’Unione Sovietica. Nei paesi imperialisti la borghesia cedeva alla pressione delle masse popolari per paura della rivoluzione socialista, approfittando anche del fatto che, dopo le distruzioni delle due guerre mondiali, gli affari erano in ripresa e i profitti dei capitalisti elevati.
Negli anni ’70 nel mondo intero l’ondata rivoluzionaria si era oramai esaurita senza instaurare il socialismo nei paesi imperialisti e la nuova crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale era iniziata. La combinazione dei due fattori ha portato allo stato attuale, ha innescato il catastrofico corso delle cose a cui oggi l’umanità deve far fronte” (da La Voce del (nuovo)PCI n. 51,“Sinistra Italiana e la sinistra borghese”). Negli anni ‘60 e ‘70 il movimento sindacale era forte e la lotta sindacale dava risultati perché il movimento comunista era ancora forte e in ascesa: la rivoluzione a Cuba, la liberazione dell’Algeria, la vittoria dei comunisti in Vietnam, la rivoluzione in Nicaragua, ecc., la battaglia contro il revisionismo moderno lanciata dal Partito Comunista Cinese nel movimento comunista internazionale, la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria in Cina, il tentativo delle Brigate Rosse di venire a capo della direzione revisionista del PCI con la propaganda armata… Le vittorie sindacali, le conquiste, le riforme sono state un effetto della prima ondata della rivoluzione proletaria, l’abbandono della lotta per il socialismo (“la via pacifica, elettorale e parlamentare al socialismo” promossa dal PCI) e la riduzione della lotta sindacale a contrattare salari e condizioni di lavoro hanno aperto la strada allo smantellamento delle conquiste e dei diritti e fiaccato il movimento e la lotta sindacale.
La conclusione è che per svolgere un’attività sindacale efficace nella nuova situazione creata dalla fase acuta e terminale della crisi del capitalismo, bisogna che le organizzazioni sindacali conflittuali impieghino le loro forze, le loro relazioni, il loro prestigio sul terreno politico. Attenzione che “terreno politico” non vuol dire crearsi una sponda politica nelle istituzioni borghesi: cercare un qualche partito che faccia da portavoce degli interessi dei lavoratori o mandare propri esponenti in Parlamento per condizionare in senso favorevole ai lavoratori l’azione del governo. E neanche diventare un “sindacato comunista”, cioè unificare nella stessa organizzazione la lotta sindacale e la lotta politica: sarebbe un cattivo sindacato (non unirebbe i lavoratori su grande scala e lascerebbe gli altri lavoratori nelle mani degli agenti della borghesia) e un cattivo partito rivoluzionario (ridurrebbe la sua azione a rivendicare miglioramenti delle condizioni di vita e di lavoro sempre sotto la direzione dei capitalisti).
Significa contribuire con la forza e il prestigio dell’organizzazione sindacale alla riscossa generale dei lavoratori e delle masse popolari: promuovere la mobilitazione dei lavoratori a occuparsi della salvaguardia delle aziende, l’organizzazione dei precari, dei cassintegrati, dei disoccupati, la mobilitazione comune per dare al paese un governo deciso e in grado di attuare le misure d’emergenza che le organizzazioni sindacali stesse già indicano come necessarie. In sintesi: per svolgere un’attività sindacale efficace nonostante le condizioni attuali, occorre un sindacato con un “piano di guerra” contro i padroni e le loro autorità, che funziona da scuola di organizzazione, di solidarietà, coscienza e lotta di classe.

In questo modo è possibile incastrare gli altri pezzi, sciogliere gli altri nodi che la scissione dell’USB ha messo in luce: la rappresentanza in azienda, la contrapposizione tra “aziendalismo e territorialità”, l’indipendenza dal “quadro partitico”, il settarismo, la democrazia interna. Ci soffermiamo sulle prime due.
1. La rappresentanza in azienda. La forza di un sindacato dipende dal seguito che ha tra i lavoratori: le organizzazioni sindacali di base mica sono entrate nelle aziende attraverso il riconoscimento dei padroni; il SiCobas si impone oggi ai padroni nella logistica grazie alla mobilitazione e coesione che promuove tra i lavoratori. Bisogna “fare sempre le barricate”? Bisogna sfruttare il fatto che i capitalisti da una parte cercano di ridurre ogni lavoratore a contrattare singolarmente le condizioni a cui vende la propria forza-lavoro (a questo serve l’eliminazione del CCNL), dall’altra però non possono andare a concordare singolarmente con ogni lavoratore turni, mansionario, organizzazione del lavoro, ecc. Finché le tengono aperte, hanno bisogno che le aziende funzionino: hanno bisogno della collaborazione dei lavoratori, quindi di organizzazioni sindacali che garantiscano l’adesione della massa dei lavoratori agli accordi (tanto vero che neanche il regime fascista aveva abolito i sindacati). Certo per un’organizzazione sindacale è più semplice se il padrone preleva direttamente dalla busta paga le quote di adesione e gliele versa su un conto anziché raccoglierle direttamente ogni mese dal singolo lavoratore. La scelta è se accettare i ricatti per usufruire dei servizi che le aziende fanno ai sindacati di regime oppure organizzarsi in modo da non dipendere dai padroni e usare la raccolta della quota per rafforzare il legame con e tra i lavoratori. 2. “Aziendalismo o territorialità”. Non l’uno o l’altro e neanche uno accanto all’altro senza priorità. Il sindacato si giova della forza degli operai delle fabbriche e dei lavoratori delle aziende pubbliche per sviluppare la mobilitazione e l’organizzazione delle categorie non aggregate in aziende (disoccupati, precari, immigrati, studenti, casalinghe, pensionati, ecc.) e su terreni non aziendali (la mobilitazione contro la guerra, la casa, la salute, i servizi pubblici, la salvaguardia dell’ambiente e del territorio).

La rabbiosa e tenace campagna condotta dai capitalisti e dai loro amici, agenti e succubi per “riformare” il mercato del lavoro, per liberalizzare il mercato del lavoro, contro questo o quell’istituto della legislazione del lavoro, contro la contrattazione collettiva, contro i sindacati (“il potere sindacale”, “lo strapotere sindacale”), per limitare e punire il ricorso allo sciopero, per sottoporre i conflitti a arbitrati obbligatori, ecc. (quali che siano le ottime o buone ragioni che quei sicofanti adducono per ogni singola loro pretesa), sono un indizio sia delle conquiste raggiunte dal movimento comunista durante la prima ondata della rivoluzione proletaria rispetto alle condizioni prevalenti 100 anni fa, sia della forza della legge per cui la borghesia deve ridurre, per la natura propria del modo di produzione capitalista, il prezzo della forza-lavoro al suo valore di scambio (il minimo vitale, quanto necessario alla riproduzione) e anche a meno (a un livello inferiore alla riproduzione della forza-lavoro: la situazione creata attualmente dalla borghesia imperialista in molti paesi ex-socialisti e in particolare nella Repubblica Popolare Cinese). Le ottime o buone ragioni che la borghesia imperialista e i suoi amici, servi o complici adducono per giustificare l’eliminazione delle conquiste, la riduzione dei salari, l’aumento della soggezione dei lavoratori agli ordini e al controllo della direzione aziendale (la famosa “variabile dipendente” di Benvenuto, la disponibilità, la flessibilità, l’elasticità), ecc., quando hanno qualche appiglio reale, sono semplicemente la conferma che un ordinamento sociale basato sulla divisione in classi e in generale l’ordinamento borghese della società è sorpassato, va sostituito. Le donne che per essere conformi ai bisogni del capitale non fanno figli dicono che il rapporto di capitale porta all’estinzione della società. Il licenziamento perché l’azienda non fa profitti, è in rosso, ecc. conferma che non è più possibile una società in cui lo scopo delle aziende è fare profitti, che occorre sostituirvi una società in cui lo scopo della azienda è produrre quanto necessario al benessere della popolazione, ovviamente con il minor consumo di risorse e con il minor tempo di lavoro possibile. La riduzione delle pensioni o dei servizi sanitari perché constano troppo, conferma che non è più possibile lasciar regolare le relazioni sociali e il ricambio materiale dell’umanità dalle relazioni di scambio (e di denaro), per quanto nel passato abbiano reso utili servizi. E cosi via (da La Voce del (nuovo)PCI n. 21, “Il lavoro del Partito in campo sindacale”).

 

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