In questa ricostruzione sull’attività dei GAP (Gruppi di Azione Proletaria nati nei primi anni ‘70) abbiamo attinto dalla testimonianza diretta di uno dei protagonisti, Vincenzo Simoni, attuale Presidente Nazionale dell’Unione Inquilini. Dal confronto è emerso un ragionamento ricco e fluente – che possiamo pubblicare solo sinteticamente – sulle forme e i contenuti dell’autorganizzazione che animava scuole, quartieri e fabbriche in quegli anni.
Dalle lotte rivendicative della classe operaia, alla fine degli anni ‘60, nacque un diffuso movimento popolare alimentato e sostenuto anche dalle mobilitazioni che si sviluppavano nel resto del mondo. La lotta per strappare alla borghesia nuove conquiste di civiltà e benessere raggiunse il suo culmine a cavallo degli anni ‘70 e per andare oltre doveva trasformarsi in lotta per il socialismo. Questo non avvenne, o meglio avvenne nella forma, ma non nella sostanza: fare la rivoluzione era una parola d’ordine diffusa, radicata e rappresentativa dello stato d’animo e delle aspirazioni delle masse popolari, ma il movimento comunista non si diede i mezzi per vincere.

La lotta contro il revisionismo (che dirigeva il movimento comunista internazionale e il PCI) prese la forma delle posizioni anti-partito, ma senza il partito comunista la rivoluzione non si può fare.
La combattività, la generosità, il coraggio di centinaia di migliaia di proletari, in particolare giovani, trovarono impiego nelle Organizzazioni Comuniste Combattenti la cui esistenza e opera hanno condizionato profondamente la lotta politica di quel periodo, senza tuttavia aprire un nuovo corso.
La Carovana del (nuovo)PCI ha elaborato un bilancio scientifico di quelle esperienze (vedi Il Manifesto Programma del (nuovo)PCI – Edizioni Rapporti Sociali, 2008) e non è in questo articolo che riprendiamo l’argomento in modo esaustivo. Ci interessa mettere in evidenza, qui, due aspetti legati fra loro:
a. strumenti, metodi e contenuti dell’autorganizzazione popolare a partire dalla diretta esperienza del GAP di Firenze;
b. mostrare che il movimento che vogliamo promuovere non va inventato, le masse popolari lo hanno già compiuto varie volte nella storia e solo 40 anni fa lo hanno compiuto nel nostro paese su ampia scala e consapevolmente. Quel movimento non ha conseguito il successo perché non era inserito in una strategia per costruire la rivoluzione.

Cosa erano i GAP. Il “gruppo di testa” degli studenti che andranno a comporre i GAP si forgiò nelle battaglie del 1961-1963 per l’abbattimento dei requisiti d’accesso alle Università. L’obiettivo dei GAP era creare un forte movimento dal basso, centrato sull’unità fra studenti e operai.
All’inizio degli anni ‘70, dopo le “conquiste epocali” tra cui il diritto di assemblea nelle scuole, cominciò una fase di intervento sulla didattica e sull’ampliamento degli spazi di agibilità politica, anche fisica, degli studenti negli istituti. Le lotte si concentrarono sulla rivendicazione di nuove forme di apprendimento sperimentale legate a contributi esterni (sindacalisti, esponenti antifascisti, studenti universitari, avvocati) e sulla critica serrata ai libri di testo e alla loro capacità di rappresentare una realtà sociale e storica superata e reazionaria. In questo contesto i GAP assunsero un ruolo di primo piano: strutturati in “nuclei” o “collettivi”, erano radicati in circa ventisei scuole.

Al tempo stesso, l’impegno fu profuso per cercare di “portare la lotta fuori dalla scuola”, attraverso la ricerca di contatti con gli operai e con i comitati di quartiere. Nacque a questo scopo il Centro di Documentazione Fiorentino, risultato dell’incontro tra esperienze operaie di base, il movimento studentesco ed ex militanti e dirigenti del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, allo sviluppo del quale contribuirono molti organismi che si erano formati a seguito degli eventi drammatici dell’alluvione del 1966. Così prese vigore più compiutamente il coordinamento fabbrica-scuola-quartiere.

Dalle parole di V. Simoni: “La novità dei GAP era che mettevano in rapporto diretto la condizione materiale e l’aspirazione di liberazione rivoluzionaria. La denominazione “proletari” non era casuale, la questione di classe era molto presente, in modo particolare tra gli studenti medi, soprattutto dei tecnici, professionali e commerciali. La nostra azione all’interno della scuola era tesa a far emergere le contraddizioni della cultura borghese, il riferimento era essenzialmente alla Rivoluzione Culturale cinese.
Non consideravamo la scuola distaccata dalla società, anzi, una sua articolazione dove portare la lotta di classe. La critica era alla scuola parcellizzata e gerarchica che riproduceva il modello di società divisa in classi e al “furto di tempo” che la scuola e l’università comportavano. Il nostro metodo era quello dell’inchiesta-lotta cioè la lotta di classe applicata alla scuola.
Producevamo inchieste-denuncia su specifici problemi per poi organizzare i corsi di controcultura, all’interno delle scuole a partire dai problemi della società.
Ad esempio: al Duca d’Aosta, che era una ragioneria, gli studenti facevano inchieste sulle banche, quelli di architettura, invece, avevano prodotto inchieste-lotte sulle case, dal cui sviluppo, sfociò il loro impegno nel nascente movimento di lotta per la casa. Gli studenti di medicina producevano inchieste-lotta sulla tutela della salute all’interno delle fabbriche”.

Queste inchieste permettevano ai collettivi di stringere e sviluppare rapporti con operai, delegati sindacali e Consigli di Fabbrica, in particolare molto proficuo fu il rapporto con quelli della STICE (Zanussi) e della Nuovo Pignone.
Il nostro obiettivo era portare la lotta fuori dalla scuola, attraverso la ricerca di contatti e di unità con le fabbriche, promuovevamo l’entrata degli operai nelle scuole, con cui organizzavamo convegni, corsi (il risultato dell’inchiesta-lotta, insomma – ndr) anche se non sempre era possibile, spesso i presidi non erano d’accordo, nella maggior parte dei casi il loro divieto si trasformava in repressione. Quindi: occupazioni, sgomberi, arresti”.

Inchiesta-lotta e occupare le scuole e uscire dalle scuole. Un confronto fra ieri e oggi. Per i GAP organizzarsi significava discutere dei problemi della scuola e degli effetti della crisi, diffondere e approfondire questi problemi in tutte le scuole (soprattutto nelle scuole dei proletari: professionali, tecnici, commerciali); preparare azioni di inchiesta-lotta che si collegassero con le masse popolari (dalle scuole ai quartieri, alle fabbriche, ecc… “su obiettivi non cervellotici ma realmente sentiti in questo momento: la lotta contro i padroni di casa, contro i padroni di generi alimentari, contro i padroni dei trasporti” – da un volantino dei GAP del novembre 1970).
Noi oggi diciamo “occuparsi della scuola” cioè delle problematiche e delle contraddizioni, degli effetti della crisi (dalla negazione delle assemblee da parte dei Presidi, alla fatiscenza degli edifici, dalla mancanza di strumentazioni adeguate, al sempre maggiore condizionamento della didattica agli interessi delle imprese) e “uscire dalla scuola”, consapevoli che non è possibile salvare la propria scuola mentre il resto della società va in pezzi, coordinarsi con i gli operai, i lavoratori e le masse popolari del territorio.

Un’organizzazione giovanile che diventa autorità, significa che dentro la scuola essa è capillare, radicata tra la maggior parte degli studenti (per intendersi, è una forma superiore al “classico collettivo”), che si coordina con i professori e il resto de lavoratori della scuola e si organizza in comitati autonomi da quelli manovrati dai Presidi. A renderla autorevole, poi, c’è il suo legame con l’esterno: lavoratori, genitori, che sostengono e contribuiscono alle attività dell’organismo. Così diamo vita a quel coordinamento scuola-fabbrica-quartiere di cui i GAP furono pionieri e alimentiamo la costruzione della rete di nuova governabilità che serve alle masse popolari.

 

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