La Rivoluzione d’Ottobre è stata la prima dimostrazione pratica su larga scala che la classe operaia, attraverso il suo partito comunista, può guidare il resto delle masse popolari a fare la rivoluzione e a instaurare il socialismo (transizione verso il comunismo), può fare a meno dei padroni e dirigere un paese molto meglio di loro.
Essa provò, nella pratica, la giustezza della teoria leninista, che da allora venne considerata una nuova e superiore tappa della concezione comunista e più precisamente l’aggiornamento della teoria marxista “all’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria”.
Visto il pattume che la propaganda borghese nelle sue varie salse ha sparso sul “superamento della forma partito”, celebriamo l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre concentrandoci su uno degli aspetti in cui il leninismo ha sviluppato la concezione comunista: la teoria del partito comunista. Tale teoria definisce chiaramente la natura del partito rivoluzionario, le caratteristiche cui universalmente deve conformarsi nel periodo dell’imperialismo per essere all’altezza del suo compito e guidare il proletariato alla presa del potere. Il partito leninista è un partito concepito per guidare la rivoluzione e instaurare la dittatura del proletariato: è profondamente diverso dai partiti che lo avevano preceduto, quelli della Seconda Internazionale, sorti e cresciuti in un periodo di sviluppo pacifico nel quale la presa del potere non era all’ordine del giorno: questi erano principalmente comitati elettorali per la partecipazione del proletariato alla democrazia borghese, in secondo luogo promotori con i sindacati delle lotte rivendicative del proletariato e in terzo luogo animatori della formazione culturale su larga scala del proletariato.

Di seguito riportiamo alcuni stralci dal testo Principi del leninismo, dove vengono enunciate da Stalin le caratteristiche e la natura del partito elaborate da Lenin e dai bolscevichi. Il testo integrale di “Principi del leninismo” è reperibile in www.nuovopci.it/classic/stalin/princ_leninismo/prilenin.html

Il partito, reparto di avanguardia della classe operaia. Il partito deve essere, prima di tutto, il reparto di avanguardia della classe operaia. Il partito deve assorbire tutti i migliori elementi della classe operaia, la loro esperienza, il loro spirito rivoluzionario, la loro devozione sconfinata alla causa del proletariato. Ma per essere effettivamente il reparto di avanguardia, il partito deve essere armato d’una teoria rivoluzionaria, deve conoscere le leggi del movimento, deve conoscere le leggi della rivoluzione. Se no, non è in grado di dirigere la lotta del proletariato, di condurre dietro a sé il proletariato. (…) Il partito deve porsi alla testa della classe operaia, deve vedere più lontano della classe operaia, deve condurre dietro a sé il proletariato e non trascinarsi alla coda del movimento spontaneo. (…)
Non v’è esercito in guerra che possa fare a meno di uno stato maggiore sperimentato, se non vuole condannarsi alla disfatta. Non è chiaro che a maggior ragione non può fare a meno di un tale stato maggiore il proletariato, se non vuol darsi in pasto al suo nemico giurato? Ma dove è questo stato maggiore? Questo stato maggiore può essere soltanto il partito rivoluzionario del proletariato. La classe operaia, senza un partito rivoluzionario, è un esercito senza stato maggiore. Il partito è lo stato maggiore di lotta del proletariato. (…)
La distinzione fra l’avanguardia e la restante massa della classe operaia, fra i membri del partito e i senza partito, non può scomparire fino a che non saranno scomparse le classi (…) finché elementi provenienti da altre classi affluiranno nelle file del proletariato, finché la classe operaia sarà privata della possibilità di elevarsi, nel suo insieme, al livello del reparto d’avanguardia. Ma il partito cesserebbe di essere il partito se questa distinzione si trasformasse in rottura, se esso si racchiudesse in se stesso e si distaccasse dalle masse senza partito. Il partito non può dirigere la classe se non è legato con le masse senza partito, se non esiste una saldatura tra il partito e le masse senza partito, se queste masse non accettano la sua direzione, se il partito non gode tra le masse di un credito morale e politico. Il partito è parte inseparabile della classe operaia. (…)

Il partito, reparto organizzato della classe operaia. (…) In regime capitalista i compiti del partito sono straordinariamente grandi e vari. Il partito deve dirigere la lotta del proletariato in condizioni straordinariamente difficili di sviluppo interno ed esterno, deve condurre il proletariato all’offensiva quando la situazione esige l’offensiva, deve sottrarre il proletariato ai colpi di un avversario potente quando la situazione esige la ritirata, deve infondere in masse di milioni di operai senza partito, disorganizzati, lo spirito di disciplina e di metodo nella lotta, lo spirito d’organizzazione e la fermezza. Ma il partito può adempiere questi compiti soltanto se esso stesso è la personificazione della disciplina e dell’organizzazione, se esso stesso è un reparto organizzato del proletariato. (…)
Ma il partito non è solo la somma delle organizzazioni di partito. Il partito è in pari tempo il sistema unico di queste organizzazioni, la loro unione formale in un tutto unico, nel quale esistono organi di direzione superiori e inferiori, nel quale esiste una sottomissione della minoranza alla maggioranza, nel quale esistono delle decisioni pratiche, obbligatorie per tutti i membri del partito. Senza questa condizione, il partito non è in grado di essere un tutto unico organizzato, capace di assicurare una direzione organizzata e sistematica della lotta della classe operaia. (…)

Il partito, forma suprema dell’organizzazione di classe del proletariato.
Il partito è il reparto organizzato della classe operaia. Ma il partito non è l’unica organizzazione della classe operaia. Il proletariato ha tutta una serie di altre organizzazioni, senza le quali non può lottare con successo contro il capitale (…) L’enorme maggioranza di queste organizzazioni non sono organizzazioni di partito e soltanto una parte di esse aderiscono direttamente al partito o ne sono una ramificazione. (…) senza di esse è impossibile temprare il proletariato come forza chiamata a sostituire all’ordine borghese l’ordine socialista. Ma come organizzare una unità di direzione, data una tale abbondanza di organizzazioni? (…) Qual è l’organizzazione centrale che non solo è capace, possedendo la necessaria esperienza, di elaborare questa linea comune, ma ha anche la possibilità, possedendo il prestigio sufficiente per farlo, di stimolare tutte queste organizzazioni e mettere in pratica questa linea allo scopo di realizzare l’unità di direzione e di escludere la possibilità di incoerenze?
Quest’organizzazione è il partito del proletariato. Il partito ha tutti i requisiti per questa funzione, perché in primo luogo, il partito è il punto attorno al quale si raccolgono i migliori elementi della classe operaia, che hanno legami diretti con le organizzazioni proletarie senza partito e molto spesso le dirigono; perché, in secondo luogo, il partito. come punto attorno al quale si raccolgono i migliori elementi della classe operaia, è la scuola migliore per la formazione di capi della classe operaia capaci di dirigere tutte le forme di organizzazione della loro classe: perché in terzo luogo, il partito, in quanto è la scuola migliore dei capi della classe operaia, è per la sua esperienza e per il suo prestigio l’unica organizzazione capace di centralizzare la direzione della lotta del proletariato e di trasformare quindi le organizzazioni operaie senza partito, di qualsiasi genere esse siano, in organi ausiliari e in cinghie di trasmissione che lo colleghino con la classe. Il partito è la forma suprema dell’organizzazione di classe del proletariato. (…)

Il partito, strumento della dittatura del proletariato. (…) Il partito non è solo la forma suprema dell’unione di classe dei proletari. Esso è, in pari tempo, uno strumento nelle mani del proletariato per la conquista della dittatura finché questa non è ancora stata conquistata, per il consolidamento e l’estensione della dittatura quando questa è già stata conquistata. Il partito non avrebbe potuto acquistare un’importanza così grande, nè prevalere su tutte le altre forme di organizzazione del proletariato, se il proletariato non si fosse trovato davanti al problema del potere, se le condizioni esistenti nel periodo dell’imperialismo, l’inevitabilità delle guerre, l’esistenza della crisi, non avessero richiesto la concentrazione di tutte le forze del proletariato in un sol punto, l’accentramento in un sol punto di tutti i fili del movimento rivoluzionario, allo scopo di rovesciare la borghesia e conquistare la dittatura del proletariato. (…)
Ma il partito è necessario al proletariato non solo per la conquista della dittatura; ancor più esso gli è necessario per mantenere la dittatura, per consolidarla ed estenderla, nell’interesse della vittoria completa del socialismo. (…)
Il partito è lo strumento della dittatura del proletariato.
Da questo deriva che, con la scomparsa della classi, con l’estinguersi della dittatura del proletariato, deve estinguersi anche il partito.

Il partito, unità di volontà, incompatibile con l’esistenza di frazioni. La conquista e il mantenimento della dittatura del proletariato non sono possibili senza un partito forte per la sua coesione e la sua disciplina di ferro. Ma una disciplina ferrea nel partito non è concepibile senza unità di volontà, senza una completa e assoluta unità di azione di tutti i membri del partito. Ciò non significa, naturalmente, che in questo modo si esclude la possibilità di una lotta di opinioni in seno al partito. Al contrario, la disciplina ferrea non esclude, anzi presuppone la critica e la lotta di opinioni in seno al partito. A maggior ragione ciò non significa che la disciplina deve esser “cieca”. Al contrario, la disciplina ferrea non esclude, anzi presuppone la coscienza e la volontarietà della sottomissione, perché solo una disciplina cosciente può essere effettivamente una disciplina ferrea. Ma finita la lotta di opinioni, esaurita la critica, presa una decisione, l’unità di volontà e l’unità di azione di tutti i membri del partito sono una condizione indispensabile, senza la quale non sono concepibili nè un partito unito, nè una disciplina ferrea nel partito. (…) Il partito è un’unità di volontà che esclude ogni frazionismo, ogni divisione di poteri nel partito. (…)
Il partito si rafforza, epurandosi dagli elementi opportunisti. Fonte del frazionismo nel partito sono i suoi elementi opportunisti. (…) Fare la guerra all’imperialismo avendo alle spalle simili “alleati”, significa trovarsi nella posizione di gente che è presa a fucilate da due parti: di fronte e alle spalle. Perciò la lotta spietata contro questi elementi, la loro espulsione dal partito, è condizione pregiudiziale del successo della lotta contro l’imperialismo. (…) Alla vigilia della rivoluzione e nei momenti della lotta più accanita per la vittoria di essa, le minime esitazioni in seno al partito possono perdere tutto, possono far fallire la rivoluzione, strappare il potere dalle mani del proletariato, perché questo potere non è ancora solido, perché l’attacco contro di esso è ancora troppo forte. Se in un momento simile i capi tentennanti si tirano in disparte, questo non indebolisce, ma rafforza sia il partito, sia il movimento operaio, sia la rivoluzione.

Senza questa definizione teorica e la creazione pratica di un partito di questo tipo non ci sarebbe stata nessuna Rivoluzione d’Ottobre. Per questo motivo leghiamo idealmente, in quest’articolo, l’anniversario dell’assalto al Palazzo d’Inverno a quello della fondazione del (n)PCI: esso rappresenta, per la nostra epoca e il nostro paese, ciò che il partito bolscevico rappresentò per la Russia di inizio ‘900.
Questa somiglianza non va intesa nel senso di una semplice riproposizione del partito bolscevico di Lenin e Stalin, ma nel senso più completo della creazione, frutto di un attento bilancio dell’esperienza del movimento comunista, di uno strumento adatto a costruire e condurre la rivoluzione nel nostro paese (imperialista) e nella nostra epoca (imperialismo, regime di controrivoluzione preventiva).

Esso raccoglie quindi quanto elaborato da Lenin e lo arricchisce dei nuovi criteri apportarti da Mao Tse-tung (il maoismo come terza superiore tappa della concezione comunista) e in generale degli insegnamenti ricavati dallo stesso (n)PCI dall’esperienza del movimento comunista: la guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata come strategia universale della rivoluzione proletaria, la linea di massa come metodo di azione, la lotta tra due linee nel partito e la riforma morale e intellettuale dei sue membri come mezzo per contrastare l’influenza della borghesia ed essere all’altezza dei propri compiti, la clandestinità come discriminante per prevenire la borghesia e non dipendere da essa per la sua attività.

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