(…) I processi di smantellamento delle scuole e delle università pubbliche rendono sempre meno accessibile l’istruzione per i giovani proletari e ne peggiorano la qualità. (…) Aumenta la fascia dei giovani che né studiano né lavorano e che il regime della borghesia e del clero condanna ad un’esistenza da esuberi. Le condizioni di vita che la Repubblica Pontificia impone ai giovani ne fa un settore delle masse popolari particolarmente sensibile alla lotta di classe in corso nel nostro paese” (vedi Risoluzione n. 4 approvata dal IV Congresso del P.CARC).

L’orientamento, la mobilitazione e l’organizzazione dei giovani delle masse popolari, in particolare degli studenti, che nonostante i processi di smantellamento di scuola e università rappresentano ancora il concentrato giovanile più importante nel nostro Paese, è un aspetto fondamentale del processo di costruzione dell’alternativa politica.
L’intervento che abbiamo avviato tra di loro attraverso la campagna Lavoro Giovani avviene in un contesto in cui l’aspetto principale è la resistenza contro la definitiva distruzione dell’istrazione pubblica.
Abbiamo intervistato alcuni studenti attivi nelle mobilitazioni contro la Buona Scuola e l’applicazione dei nuovi parametri ISEE (che esclude una fascia consistente di studenti dall’accesso alle borse di studio e sta già generando i primi effetti: solo in Toscana le domande sono crollate del 25% e a Firenze saranno 370 gli studenti che perderanno la borsa di studio e l’alloggio).

Ciò che emerge dalle parole di questi studenti è interessante perché offre un parziale, ma significativo, approfondimento rispetto alle concezioni, alle aspirazioni e alle ambizioni di quanti si mobilitano contro gli effetti della crisi e le “ricette” dei governi della Repubblica Pontificia.
Tra le tendenze positive che emergono, la principale è la consapevolezza che il problema non attiene alla singola vertenza e che è impensabile poter salvare la propria scuola o salvaguardare il proprio diritto mentre il resto della società crolla a pezzi.
A tal proposito Simone, studente del SIM (Studenti in Movimento), di un Istituto professionale di Firenze afferma:“Principalmente ci identifichiamo nella lotta studentesca, però ciò non implica che non guardiamo cosa c’è attorno. Le nostre lotte sono basate sulla scuola, ma basta fare dei collegamenti e subentra anche la società e il pensare economico”, e aggiunge : “Il nostro intento è collegarci con i lavoratori della scuola e con gli operai”.
Soraya, studentessa dell’UDS (Unione degli Studenti) di Sesto San Giovanni che frequenta un Liceo Artistico, dice: “Nella mia scuola si sta avviando una forte mobilitazione generale, sia da parte del collettivo degli studenti che dei genitori e dei professori: si stanno accorgendo che le cose non vanno, la scuola non va avanti ed è ora di svegliarsi. Nella mia scuola ci sono già state diverse mobilitazioni, poiché essendo una struttura vecchia volevano chiuderla, ma grazie alla mobilitazione di studenti e insegnanti siamo riusciti a tenerla aperta. Adesso abbiamo costituito un nuovo collettivo e faremo molte mobilitazioni e attività per contrastare la riforma, perché si è capito che unirsi per contrastare una cosa, che abbiamo capito non funziona, è utile e paga”.
Il coordinamento di cui parlano Soraya e Simone è un qualcosa che si è già manifestato nella pratica, ad esempio il 5 maggio scorso con la prima grande mobilitazione contro la riforma Giannini che ha visto l’adesione, ben prima che la FIOM decidesse di aderire a livello nazionale, di RSU e operai di varie aziende.

La riforma Giannini sta contribuendo in maniera determinante all’allargamento e consolidamento del fronte di opposizione alle politiche del governo Renzi, dimostrando che la difesa dell’istruzione pubblica è un campo fecondo per alimentare la lotta di classe nel nostro Paese.
Se l’attacco alla scuola pubblica rappresenta uno dei mille motivi per mobilitarsi contro il governo, adesso si aggiunge anche la già citata applicazione dei nuovi parametri ISEE, di cui ci hanno parlato Grazia, studentessa colpita dalla riforma: “Ero alloggiata e ho perso la borsa di studio a causa delle nuove riforme di quest’anno, io come tanti altri ragazzi avremmo dovuto lasciare la residenza entro il 15 ottobre ma grazie alle mobilitazioni è stato posticipato al 30” e Simona: “Quando abbiamo iniziato questa battaglia ci siamo messi a studiare questa riforma rendendoci conto che la questione non riguarda solo gli studenti, cercando di capire quali sono le falle del sistema ci siamo accorti che è un meccanismo molto più grande che investe tutto il welfare state e che necessita, quindi, della mobilitazione ampia.Fino ad oggi siamo riusciti ad ottenere la proroga per gli studenti che non ci sono rientrati e per quelli che l’hanno persa, abbiamo tamponato finché non riusciremo ad ottenere qualcos’altro. Ci stiamo mobilitando pretendendo che le Istituzioni facciano il loro dovere nel rispetto di quello che è un diritto. (…) I lavoratori appaltati, di mense e portinerie ci hanno espresso solidarietà; adesso il passo che dobbiamo fare è unirci alle altre lotte”.
Il principale limite che emerge è invece che queste spinte al coordinamento e all’unità incontrano resistenze e difficoltà che generano sfiducia. Ci dice ad esempio uno studente della LINK di Siena: “(…) a livello generale non c’è stato coordinamento, né tra i vari rappresentanti in università ne tra i collettivi (…) Tutte le volte che si cerca di fare cose del genere non funziona”; e sempre simone del SIM, a proposito della possibilità di creare forme di coordinamento con insegnanti, genitori e il territorio in generale, risponde: “E’ una nostra aspirazione, ma è abbastanza difficile (…) Ad esempio assemblee fatte dalla CGIL hanno avuto nessun riscontro rispetto ai genitori, che non hanno partecipato”.
Queste difficoltà e resistenze sono causate principalmente dalla concezione rivendicativa che guida queste esperienza: da una parte chiedere alle Istituzioni che facciano il loro dovere non sta più nell’ordine delle cose, e una sempre più larga parte delle masse popolari, più o meno coscientemente, se ne rende conto, disertando mobilitazioni con questo orientamento; dall’altra ogni rivendicazione è limitata a quell’aspetto determinato su cui si chiede alle istituzioni di intervenire, nessuna di esse è quindi in grado, per sua natura, di incanalare le migliaia di mobilitazioni sparse in un unica direzione, di realizzare quell’unità delle lotte che pure è un aspirazione diffusa.

Il nostro intervento rispetto agli studenti si basa sul sostegno a quella che abbiamo indicato come tendenza positiva (più si sviluppa, più quelle negative vengono meno): anzi la raccoglie e la rilancia, riportandola agli studenti con quel pezzetto in più, la prospettiva politica, che gli da una base per marciare, riempirla di contenuto e farne un programma organico.
La questione decisiva è quindi quanto saremo capaci di affermare la linea che chiedere con più forza al governo Renzi di “fare il proprio dovere” non basta più, deve diventare mobilitazione per cacciarlo e costruire la nuova governabilità di cui studenti e lavoratori, pensionati e casalinghe necessitano: solo quest’obbiettivo potrà infatti essere base per unire le mille lotte particolari che attraversano il paese, soluzione comune alle diverse manifestazioni della crisi, sintesi ad un livello superiore del percorso che ogni organizzazione giovanile, popolare e operaia sta portando avanti, che darà alle diffuse aspirazioni di unità e coordinamento le gambe per marciare realmente verso un unica meta.
L’esperienza di questi studenti li spinge e li spingerà sempre di più a trovare soluzioni concrete al marasma generato dalla crisi: l’unità delle lotte è il passo utile e necessario, la prospettiva politica è la base per realizzarla, ciò verso cui possiamo e dobbiamo avanzare.

carc

 

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