La borghesia imperialista sta portando il mondo alla rovina: la sua direzione della società è disastrosa per la vita delle masse popolari e per l’ambiente. Il suo dominio sul mondo causa continui sconvolgimenti e distruzioni e ogni rimedio che concepisce e mette in campo per far fronte ai disastri che essa stessa provoca, ha esiti ancora più catastrofici (la toppa è peggiore del buco): o allarga il buco che tentava di tappare o apre falle in altri punti della società.
La crisi generale trasforma gli scontri fra gruppi imperialisti (in concorrenza tra loro per mantenere e accrescere il proprio capitale) da guerra strisciante in campo finanziario, commerciale ed economico in guerra militare aperta e dispiegata.
La situazione della Siria (ma anche dell’Ucraina, dello Yemen, dell’Africa, dell’Afghanistan) lo dimostra: sono le aggressioni militari, la distruzione delle condizioni di vita della popolazione e la devastazione dell’ambiente che gli imperialisti USA, sionisti ed europei conducono a provocare gli eccidi e i milioni di diseredati e di migranti.

Come già successo all’epoca della prima crisi generale (nel periodo 1900-1945), la guerra diventa non tanto e non solo il modo per dirimere questioni politiche ed economiche fra Stati (“la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” diceva Clausewitz, il maggiore teorico della strategia militare moderna), ma il modo a cui ogni gruppo imperialista ricorre per valorizzare il proprio capitale e per fare le scarpe ai propri concorrenti. Per far fronte alla crisi generale del capitalismo, la borghesia imperialista deve promuovere e ricorrere alla guerra sempre più aperta e dispiegata.
Il saccheggio, la devastazione ambientale, l’oppressione delle masse popolari dei paesi dominati dal sistema imperialista, combinate con il ricorso alla guerra aperta in tutti i continenti, sono la principale causa anche dei flussi migratori.

I migranti e i profughi sono oggetto di speculazione economica (la Merkel che apre i confini ai profughi siriani e prescrive alle industrie automobilistiche di assumerli – tanta manodopera di buon livello scolastico a basso costo). Sono la leva per alimentare la guerra fra poveri (Squinzi, il capo di Confindustria, è d’accordo con Salvini: macché profughi o immigrati, facciamo lavorare prima gli italiani…). Sono anche strumento di pressione e ricatto fra le fazioni della classe dominante: mentre i gruppi imperialisti franco-tedeschi faticano a imporre agli altri governi la loro linea di fronte all’emergenza immigrazione, gli imperialisti USA (sostenuti da Bergoglio e dal Vaticano) usano i loro agenti presenti nella UE per indebolire i gruppi imperialisti franco-tedeschi e affermare il proprio predominio nel mondo. Il caso di Orban in Ungheria (ma anche dei governi della Romania e della Repubblica Ceca), che disobbedisce platealmente alla direttiva di accogliere i profughi impartita della UE, dimostra quanto sia acuta la crisi politica (salta ogni accordo e ogni convenzione, a partire dal trattato di Shengen) e quanto siano fragili le autorità europee anche di fronte alla disobbedienza del governo nazionale di un paese che è tra “gli ultimi arrivati”: altro che “potenza dei tedeschi” di cui cianciano Tsipras e i suoi tifosi…

Proprio la parabola del governo Tsipras dimostra che non esiste alcuna possibilità di migliorare le cose attraverso la via dell’accordo con la Troika, della protesta, delle richieste, degli appelli alla ragionevolezza e al buon cuore degli speculatori. In otto mesi di governo SYRIZA-ANEL, perseguendo su questa strada, Tsipras ha finito con il mandare al macero il referendum contro il memorandum, ha dato il colpo di grazia alle aspirazioni (e ai sogni) della sinistra radicale greca (ed europea) e, con la rielezione del 20 settembre, si è assunto precisamente il compito di far ingoiare a forza alle masse popolari greche le ricette della Troika. Voleva cambiare la Troika, è finito trasfigurato lui.

La crisi finanziaria della Cina, infine, che ha trascinato la finanza mondiale sull’orlo di un baratro peggiore di quello della crisi delle banche del 2008 negli USA, dimostra la fragilità del sistema finanziario mondiale e che non esiste via di uscita dalla crisi attraverso la costruzione di un polo alternativo e antagonista all’attuale comunità internazionale, non esiste nessuna via dei BRICS, non esiste una rete dei paesi poveri e resistenti, non esiste il socialismo di mercato (vedi su www.carc.it Resistenza n. 9/2015 “Le tre fasi dei paesi socialisti e la crisi della Cina”) .

 

Cina, Russia, BRICS

Nella Repubblica Popolare Cinese la proprietà delle forze produttive è ancora in larga misura la proprietà pubblica residua dalla prima ondata della rivoluzione proletaria, ma la Cina alla fine degli anni ’70 ha abbandonato il ruolo di base rossa della rivoluzione proletaria mondiale, ruolo che aveva assunto sotto la direzione di Mao Tse-tung e del Partito Comunista Cinese (dopo che l’Unione Sovietica l’aveva gradualmente abbandonato, con la svolta impressa da Kruscev nel 1956). Il potere politico non è più nelle mani della classe operaia e la partecipazione delle masse popolari alla vita politica e alla cultura, che con la Rivoluzione di Nuova Democrazia (1927-1949) e la Rivoluzione Culturale Proletaria (1966-1976) aveva compiuto grandi passi avanti, non solo non progredisce ma è stata ricacciata indietro. La borghesia sviluppa su scala crescente la sua influenza, i capitalisti cinesi aumentano di numero, di forza e di arroganza, le contraddizioni tra le classi, tra le regioni e tra i settori si aggravano, il settore pubblico dell’economia è gestito sempre più con criteri capitalisti da ammiratori e seguaci della via capitalista come lo era in Unione Sovietica a partire dalla svolta impressa da Kruscev nel 1956 e proseguita durante l’epoca di Breznev. Nei settori dove la borghesia non ha ancora stabilito la proprietà privata dei mezzi di produzione, la direzione della borghesia si manifesta nella crescente corruzione che invano capi di governo periodicamente denunciano e contro cui inutilmente lanciano campagne analogamente a come avveniva nell’Unione Sovietica dell’epoca Breznev. La Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti ha buon gioco nell’approfittare con arroganza dei contrasti di ogni genere che lo sviluppo capitalista produce in Cina per sgretolare la Cina, minare l’unità politica del paese, ostacolare su tutti i piani (economico, finanziario, politico, scientifico, ecc.) i capitalisti cinesi nel sistema di relazioni internazionali, sfruttare direttamente o indirettamente i lavoratori cinesi. Il ruolo acquisito dalla Cina nel mondo è un aspetto del sistema imperialista mondiale dominato dalla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti e la Cina è al traino delle manovre della Comunità, su una posizione principalmente difensiva.

In Russia la proprietà privata delle forze produttive è stata completamente ristabilita dopo il colpo di Stato di Eltsin che nel 1991 ha dissolto l’Unione Sovietica completando l’opera di distruzione delle conquiste socialiste iniziata da Kruscev e portata avanti da Breznev e infine da Gorbaciov; la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti ha in vari modi soggiogato e inghiottito una gran parte delle ex repubbliche sovietiche; i capitalisti dirigono ora la Russia, ma la Russia, come paese capitalista, nonostante la forza che ha ereditato dall’Unione Sovietica è ridotta a difendere con fatica il suo territorio e la sua partecipazione al sistema delle relazioni internazionali dall’aggressione della Comunità Internazionale.

(…) Oggi la Comunità internazionale conduce manovre sovversive in Cina e in Russia, mentre la Cina e la Russia non conducono manovre sovversive negli USA e in Europa. Perché? Perché la Comunità Internazionale ha la forza militare, politica, finanziaria e commerciale per condurre impunemente (senza sanzioni, senza reazione esterna e senza destabilizzare le relazioni di forza tra le classi all’interno dei singoli paesi imperialisti, almeno in quelli che dettano la legge, in particolare negli USA) le sue manovre di destabilizzazione in Cina, in Russia come negli altri paesi del mondo (basta vedere cosa sta facendo in Venezuela e in altri paesi dell’America Latina). La Cina e la Russia invece non osano immischiarsi negli affari interni dei paesi della Comunità Internazionale perché dipendono dal loro sistema finanziario, commerciale, ecc. Non hanno nulla da dire alle classi sfruttate e alle masse popolari emarginate dei paesi imperialisti. Ai paesi oppressi offrono a condizioni vantaggiose investimenti e accordi commerciali, ma si ritirano in buon ordine quando i gruppi e le potenze imperialiste della Comunità Internazionale mostrano i denti e mettono in campo la loro forza militare: basta vedere i casi diversissimi della Libia e dell’Argentina. Cina e Russia sono succubi del sistema finanziario, commerciale, scientifico, culturale e delle informazioni dominato dalla Comunità Internazionale.

(…) Nei paesi capitalisti detti emergenti, appartenenti al gruppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) e altri (Turchia, Indonesia, alcuni paesi africani e di altri continenti), l’economia capitalista si sviluppa al servizio della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti, come pezza e rimedio parziale e precario alla sovrapproduzione assoluta di capitale in cui quei gruppi imperialisti sono impigliati. Si sviluppa formando in ogni paese un nuovo strato di ricchi (capitalisti, dirigenti, professionisti, funzionari, impiegati, trafficanti, ecc.) e rendendo impossibile la vita a una parte crescente di contadini che è ridotta ad abbandonare la terra e a condurre una vita miserabile e precaria nelle grandi città locali o emigrare nei paesi della Comunità Internazionale nelle condizioni di cui sono piene le cronache e lasciando nel Mediterraneo e nei deserti americani una scia di cadaveri.

In conclusione, né la Cina, né la Russia, né i paesi emergenti sono un’alternativa di qualche prospettiva alla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti. Essi non possono cambiare il corso delle cose. Solo il movimento comunista, la sua rinascita e la nuova ondata della rivoluzione proletaria può condurre l’umanità su una strada diversa da quella impressa dalla Comunità Internazionale.

Dal Comunicato del (n)PCI n.27 del 10/08/2014

 

La verità nuda e cruda è che finché la borghesia imperialista domina il mondo, il peso del suo dominio ricade sempre e solo sulle masse popolari.
Noi comunisti dobbiamo tradurre in iniziative pratiche e particolari la concezione che per trovare una soluzione positiva le masse popolari, i lavoratori, gli operai devono mettere al centro gli interessi di classe e la prospettiva.
Mettere al centro gli interessi di classe vuol dire guardare alla situazione con realismo (senza idealismo e senza pessimismo): le masse popolari non possono riporre fiducia in alcuna soluzione che non sia la lotta di classe. Questo significa anche che non possono riporre fiducia in alcun personaggio (più o meno “illuminato”) che la classe dominante presenta come uomo della provvidenza, devono contare su loro stesse e sulla propria capacità di imparare e trasformarsi per trasformare il mondo.
Guardare in prospettiva significa costruire l’alternativa di governo al sistema capitalista imparando da quanto l’umanità ha già sperimentato in passato, significa imparare dall’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria e in particolare dall’esperienza dei primi paesi socialisti.

La lotta di classe non è solo né principalmente lotta per migliori condizioni di vita e di lavoro, per più democrazia e diritti. E’ principalmente lotta di classe per il potere, per costruire la società in cui le masse popolari da classi oppresse diventano classe dirigente. La prima ondata della rivoluzione proletaria conferma che sono le masse popolari a fare la storia e insegna che la classe operaia, guidata dal suo Partito comunista, può dirigere le masse popolari a fare la rivoluzione e a costruire il socialismo.

Per le leggi di sviluppo proprie del capitalismo, il comunismo è l’unico modo di produzione che lo può soppiantare. E’ l’evoluzione positiva delle condizioni create dal capitalismo che, se non sono portate a uno stadio superiore di evoluzione, diventano causa dello sconvolgimento del mondo, quello in corso. La prima ondata della rivoluzione proletaria ha mostrato anche che non è possibile il passaggio immediato dal capitalismo al comunismo, ma occorre che la classe operaia e le masse popolari percorrano una fase di transizione, il socialismo. Ci ha insegnato che solo un Partito comunista che si dà i mezzi intellettuali e materiali della propria politica porta la classe operaia a conquistare il potere e avviare il processo di costruzione del socialismo.
Gli avvenimenti di questi mesi dalla Grecia alla Cina ci indicano che non esiste alcuna possibilità di riformare il capitalismo, di renderlo più “buono” o “umano” (è una questione di struttura della società, non di morale, ideali, generosità o crudeltà di chi dirige la società), che bisogna rompere con gli indugi e con le illusioni.

La combinazione di mettere al centro gli interessi di classe e guardare in prospettiva si sintetizza nella seguente linea: il primo paese fra quelli imperialisti che romperà con la Comunità Internazionale aprirà la strada alle masse popolari degli altri paesi. Il movimento comunista è ancora debole (e rinasce solo superando gli errori e i limiti che l’hanno fatto arretrare dalle posizioni che aveva raggiunto) per assolvere al compito storico di instaurare il socialismo nei paesi imperialisti (come l’Italia). Da comunisti italiani abbiamo chiaro che stante la catastrofe a cui la borghesia imperialista sta trascinando il nostro paese e il mondo, occorrono misure straordinarie (cioè fuori dalla normale amministrazione della borghesia). Tali misure non saranno prese da nessun governo che sia espressione della classe dominante del nostro paese e della loro Comunità Internazionale. Per attuare quelle precise misure occorre che le masse popolari costruiscano un proprio governo di emergenza. Tale governo non è ancora “il socialismo”, ma è la condizione affinché le masse popolari possano rimediare almeno agli effetti peggiori della crisi e, contemporaneamente, è il modo perché esse facciano una grande scuola collettiva di comunismo, passino praticamente dall’essere classe oppressa a essere classe dirigente, imparino a dirigere la società.
Questo è il più alto contributo che da comunisti italiani possiamo dare ai popoli dei paesi oppressi e alle masse popolari degli altri paesi imperialisti.

A questo punto ogni lettore trova le sue proprie motivazioni nel contribuire a questa opera, partendo dalle condizioni concrete in cui vive.
Per quanti sono preoccupati, angosciati e frustrati di fronte al modo con cui le autorità borghesi trattano gli immigrati e i profughi, per quanti si mobilitano contro la chiusura delle frontiere e contro i respingimenti: il Governo di Blocco Popolare è l’unica autorità che può rompere la cappa di razzismo e speculazione imposta dalle autorità borghesi, l’unico governo che può accogliere dignitosamente profughi e immigrati. Anche per chi è convinto che “gli immigrati rubano il lavoro agli italiani e causano il peggioramento delle condizioni di vita, di diritti e di tutele” il Governo di Blocco Popolare è l’unica soluzione realistica e positiva, perché afferma gli interessi delle masse popolari, tutela i posti di lavoro, i diritti, le tutele e le condizioni di vita delle masse popolari contro gli speculatori (sia quelli di destra che quelli travestiti da sinistra, contro il razzismo e contro il buonismo).

Per chi è preoccupato per il corso che le cose stanno prendendo, per chi ha paura per le conseguenze a cui ci spinge la borghesia imperialista, per chi ha paura per i propri figli, il Governo di Blocco Popolare è l’investimento migliore di qualunque deposito bancario o bene mobile o immobile in eredità, perché è strumento per avanzare nella conquista di quella società in cui i lavoratori e le loro famiglie non debbano temere per la loro sorte e il futuro dei loro figli.
Per quanti sono preoccupati, angosciati e frustrati di fronte alla chiusura delle aziende, della disoccupazione che cresce, delle condizioni di lavoro che peggiorano, dello sfruttamento che sale: il Governo di Blocco Popolare è l’unico governo che può preservare i posti di lavoro esistenti e crearne di nuovi, utili e dignitosi e anzi questo è la misura prima, principale del suo programma.
La domanda, dunque, non è “il Governo di Blocco Popolare è possibile o no?”, ma “quali sono i motivi, le resistenze, per cui non sto ancora dando battaglia per costruirlo?”.

carc

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