Quando il 23 maggio scorso il Consiglio Nazionale Confederale dell’USB ha firmato il Testo Unico sulla rappresentanza, era chiaro che si sarebbe aperta di lì a poco una fase di grande instabilità per uno dei principali (se non il principale) sindacati di base del paese che aveva fatto della concorrenza a sinistra con la CGIL un suo cavallo di battaglia.
Gli effetti di quella firma sono arrivati nelle settimane e nei mesi seguenti e l’ondata di protesta non solo non è passata, ma cresce: emorragia di iscritti, dimissioni di dirigenti locali, un appello per il ritiro della firma che sta raccogliendo molte adesioni in poco tempo, coordinamenti sempre meno informali di iscritti che pretendono lo scioglimento degli organi direttivi e un congresso straordinario. Siamo di fronte al classico caso in cui, di fronte alle strettoie imposte dalla crisi, l’uno si divide in due. Questo processo è inevitabile, può avere esiti negativi (alimentare sfiducia e disorientamento fra i tanti lavoratori iscritti o che comunque guardavano con favore alla crescita dell’USB) o positivi (se sarà strumento per alimentare il dibattito e il confronto in favore di una superiore unità), certamente si tratta di un’occasione per fare un bilancio e definire una linea nel campo del movimento sindacale.

La concezione del sindacato. E’ evidente che alla base di questa battaglia sulla firma del Testo Unico ci sta una diversa concezione del sindacato che fino a questo momento era rimasta nascosta dietro ai consensi che l’USB raccoglieva a sinistra della CGIL; proprio quei consensi l’hanno portata alla ribalta: diventare più compiutamente un sindacato a sinistra dei sindacati di regime o diventare a tutti gli effetti un sindacato alternativo e antagonista al regime? Ovviamente tutti, anche i fautori della firma, dicono che vogliono essere un sindacato alternativo e antagonista al regime, ma per esserlo occorre essere disposti a contare esclusivamente sul rapporto con i lavoratori e non sulle leggi del regime. Questo i promotori della firma non lo dicono (o non lo capiscono o non lo ammettono): vorrebbero essere alternativi e antagonisti usufruendo delle leggi che il regime fa a proprio uso e consumo, per i propri sindacati gialli. Ma il regime questo non lo consente (più): quindi se non ti sottometti niente rappresentanza, niente permessi retribuiti, niente assemblee, niente riscossione della tessera direttamente in busta paga.
Niente “apparato”, quel nome brutto che viene dato alle strutture dei sindacati di regime per indicare l’insieme di funzionari, strutture, sedi, CAF, istituti e normative che regolano la “civile convivenza” fra padroni e sindacato sui posti di lavoro, per cui i padroni consentivano e i sindacati usufruivano. Quel nome bello che stava a rappresentare per gli antagonisti dei sindacati di regime gli avanzamenti del sindacalismo di base. Ma il sindacato non è l’apparato, sono i lavoratori. Per decine di anni i lavoratori hanno fatto lotte senza apparato sindacale, anzi l’apparato sindacale (la struttura) è una conquista dei lavoratori che i dirigenti prezzolati e corrotti hanno trasformato in una cosa propria, manifestazione e contesto dei loro privilegi.

Essere estromessi dalla rappresentanza, conseguenza del rifiuto di firmare il Testo Unico, è la condizione che impedisce all’USB di svilupparsi ulteriormente attraverso il canale dei regolamenti del regime (denigrando la CGIL, ma ricalcandone le orme) e lo costringerebbe a puntare tutto sul rapporto diretto con i lavoratori. E questo, oltre alla concezione del sindacato, attiene alla concezione della lotta sindacale.

La concezione della lotta sindacale. La lotta sindacale (rivendicativa) è necessaria: quando il movimento comunista era forte, gli operai e i lavoratori hanno ottenuto grandi conquiste con le lotte rivendicative; quando il movimento comunista è stato deviato dalla direzione dei revisionisti, i sindacati sono progressivamente passati dalle lotte per difendere e migliorare le condizioni dei lavoratori a scrivere le leggi e stringere accordi con il governo e i padroni per sottomettere i lavoratori.
La lotta sindacale è inevitabile, oltre che necessaria, è la forma primordiale della lotta di classe, quella che gli operai e i lavoratori concepiscono spontaneamente: pretendere migliori condizioni di vita e di lavoro, conquistare diritti nell’ambito di una società borghese. Ma devono esserci due condizioni precise: che le lotte rivendicative e sindacali si sviluppino in un contesto in cui il movimento comunista è forte (altrimenti i padroni non concedono proprio niente: negli anni ’50. ’60 e ’70 il movimento comunista era forte, seppure inquinato dalla direzione dei revisionisti), che le lotte rivendicative e sindacali si sviluppino in un contesto economico favorevole, cioè in una fase di accumulazione e valorizzazione del capitale (fino agli anni ’70 questa condizione sussisteva, dagli anni ’70 il movimento operaio e sindacale nel nostro paese non ha più ottenuto nulla, ha sempre dovuto difendersi, oggi non riesce nemmeno a difendere le conquiste ottenute in passato).
Oggi non sussiste nessuna delle due condizioni. Con un ragionamento che non è confinato a osservare il proprio ombelico, è abbastanza chiaro che le forme, il contenuto e gli obiettivi della lotta sindacale ai tempi nostri, con un movimento comunista debole e in una fase di crisi generale entrata nella fase acuta e irreversibile, devono essere adeguatamente calibrati alle condizioni oggettive.

Vuol dire tre cose: uno, che chi persegue la via della lotta sindacale come soluzione per la crisi e i suoi effetti (anche se ammanta la questione con orpelli rivoluzionari) è completamente fuori strada: crede che la crisi sia passeggera e che prima o poi, spera fra poco, le cose “si rimetteranno a posto” e potremo tornare al vecchio tran tran; due, che chi persegue la via della lotta sindacale dura e pura e del sindacato come strumento di lotta rivoluzionaria (non entriamo qui nel merito che abbia capito o meno la natura e la gravità della crisi) è completamente fuori strada: la lotta rivendicativa, per sua natura, non coincide con la lotta politica rivoluzionaria (anche se è parte della lotta di classe) e non la può sostituire. Terzo, il sindacato deve assumere un ruolo politico, cioè non può limitarsi alle lotte rivendicative, altrimenti, per quanto si presenti come intercategoriale, progressista, democratico finisce per essere corporativo o per essere integrato nel regime dei vertici della Repubblica Pontificia.

Ritirare la firma al Testo Unico. Torniamo al Testo Unico, alla firma dell’USB e alla mobilitazione degli iscritti per ritirarla e per riprendersi il sindacato che hanno contribuito a costruire con tanta dedizione. A chi si ribella diciamo: la firma è la conseguenza della linea che impone al sindacato “di fare il sindacato”, che mira a diventare un sindacato più grande e autorevole. Ma agli occhi del governo. L’USB ha tanti iscritti e molti di loro sono generosi compagni e compagne – parliamo a loro – che possono dare un contributo prezioso alla lotta per costruire l’alternativa. L’alternativa non si costruisce protestando o rivendicando ai padroni qualcosa, si costruisce attraverso l’assunzione di responsabilità dei lavoratori e delle masse popolari organizzate nella costruzione della nuova governabilità dal basso del paese. La lotta per il ritiro della firma dell’USB al Testo Unico è la forma specifica che ha la lotta per fare dell’USB il sindacato di base che organizza lavoratori e operai per prendere in mano le sorti del paese. Questa è il compito storico che avete di fronte e che dovete assolvere.

A chi è uscito e a chi esce dall’USB a seguito della firma, diciamo che un sindacato più combattivo, più “puro”, non vi preserva da prossime scottature perchè ogni organizzazione che si sottrae dal compito storico che avete di fronte è destinata o alla marginalità (con conseguente disgregazione per linee interne) o all’integrazione nel regime della Repubblica Pontificia.
La radicalità di un progetto non sta nelle parole d’ordine e nemmeno da quanto e come organizza manifestazioni e scioperi, ma nella proposta e negli obiettivi.

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