Le cause, le premesse, le ragioni delle mobilitazioni delle masse popolari e degli organismi che le promuoveranno e cercheranno di dirigerle del prossimo autunno sono scritte tutte in due grandi campi di uno stesso processo. Il primo campo sono le mobilitazioni contro le politiche imposte dai vertici della Repubblica Pontificia e dai suoi governi, in ultimo quello di Renzi; il secondo campo è la resistenza delle masse popolari al procedere della crisi generale del capitalismo che sta distruggendo la vita di milioni di lavoratori e delle loro famiglie in Italia e nel mondo e impone misure di emergenza, straordinarie, per fare fronte ai suoi effetti, a maggior ragione da quando nel 2008 è entrata nella sua fase acuta e terminale.
Sono due campi dello stesso processo storico, quello del superamento del sistema capitalista e della sua sostituzione con un ordinamento superiore, il socialismo, a opera delle masse popolari organizzate capeggiate dalla classe operaia guidata dai comunisti.

Il primo campo: le mobilitazioni d’autunno contro le riforme del governo Renzi. Prima del governo Renzi, il modello Marchionne era illegale, anche se i padroni hanno sempre provato a licenziare senza giusta causa, a limitare il diritto di sciopero e a ricattare in ogni modo operai e lavoratori. Con il Jobs Act tutto ciò è legge dello Stato. Un risultato che imprenditori e capitalisti aspettavano da decenni.
Prima del governo Renzi la scuola pubblica era un rottame, ma vincolato alla pubblica amministrazione e soggetto ancora ad alcuni “lacci e lacciuoli” dettati dalla Costituzione. Adesso è terreno di speculazione per gli affaristi. Un risultato che il Vaticano aspettava da tempo: avere l’esclusiva sull’istruzione di giovani e giovanissimi e un enorme bacino di posti di lavoro per perpetuare clientelismo e nepotismo, un’escrescenza pratica del potere politico che ha e che mantiene nella Repubblica Pontificia.
Prima del governo Renzi mille interessi particolari, mille vincoli istituzionali e amministrativi, mille veti incrociati condannavano il territorio all’incuria e all’abbandono, il bisogno di espansione illimitata proprio del capitalismo lo condannava alla devastazione e all’inquinamento. Con lo Sblocca Italia mille cantieri grandi e piccoli sono la manifestazione di altrettante speculazioni e devastazioni ambientali: il saccheggio del territorio è stato liberalizzato a beneficio di reti malavitose e cosche, comitati di affari.
Prima del governo Renzi gli enti che gestiscono le case popolari erano una giungla in mano agli amici degli amici, con il Piano Casa quegli enti vengono liquidati per favorire le privatizzazioni del patrimonio immobiliare pubblico, sono premiati i palazzinari (soldi pubblici che piovono nelle loro tasche come contributo all’affitto delle famiglie “in difficoltà”) ed è stata dichiarata guerra alle famiglie povere (sfratti e sgomberi a ripetizione, distacco delle utenze, cancellazione degli occupanti dalle liste per l’assegnazione delle case popolari).

Queste finora le quattro principali riforme del governi Renzi.
Per quanto siano state vaste, generose, in certi casi radicali, le mobilitazioni degli anni scorsi (e in particolare quelle dal settembre 2014 al luglio scorso) non sono bastate a impedire la marcia a tappe forzate delle riforme di Renzi. E’ realistico pensare oggi che grandi manifestazioni per imporre l’abrogazione del Jobs Act o della Buona scuola, dello Sblocca Italia o del Piano Casa, riescano nei loro obiettivi? La risposta, senza pessimismi di sorta, è NO.

Anche se saranno mille gli appelli alla lotta contro questa o quella riforma, anche se tali appelli raccoglieranno l’adesione di vasti settori di operai, lavoratori, masse popolari, non saranno sufficienti a imporre l’abrogazione di nessuna delle riforme antipopolari del governo Renzi. Ma, attenzione, proprio perché saranno tanti quegli appelli, perché saranno tante le adesioni, proprio perché in una certa misura anche spontaneamente si svilupperà il coordinamento fra settori e categorie delle masse popolari, le mobilitazioni del prossimo autunno contro le riforme del governo Renzi, combinandosi con le lotte contro gli effetti della crisi e con la mobilitazione per costruire l’alternativa al sistema dei padroni, costituiranno una via eccellente per raggiungere un obiettivo unitario e superiore: rendere ingovernabile il paese al governo Renzi fino a cacciarlo.
Questo è l’obiettivo realistico che gli operai avanzati, gli studenti più generosi e lungimiranti, i movimenti e le reti per la difesa del territorio e per il diritto alla casa e alla salute, possono e devono porsi.

Qualcuno obietterà: ma se non abbiamo la forza di costringere il governo Renzi ad abrogare neanche una delle sue quattro riforme principali, come potremmo avere la forza di cacciarlo?
Per quanto le riforme del suo governo non vadano completamente a genio a tutti quelli che lo hanno installato, al momento Renzi gode, nei piani alti della Repubblica Pontificia, di appoggi e sostegno adeguati a tirare dritto. I vertici della Repubblica Pontificia non hanno un altro uomo della divina provvidenza che faccia al caso loro meglio di Renzi. Per questo lo hanno installato al governo. Renzi non è passato dalle elezioni. E’ stato nominato Presidente del Consiglio senza nemmeno essere eletto in Parlamento. Persino nel caso di Monti i vertici della Repubblica Pontificia avevano salvato almeno le apparenze, nominandolo senatore a vita. Né il suo programma né il suo governo sono passati per le elezioni. Neppure la maggioranza che lo sostiene è stata eletta per votare quello che ha votato in Parlamento. Il governo Renzi è il governo degli intrallazzi e dei patti inconfessabili. Ha rinsaldato le larghe intese: non solo ha salvato Berlusconi, ma ha ottenuto la pace tra i clan mafiosi che hanno il loro portavoce istituzionale in Berlusconi e quelli che ce l’hanno in Mattarella. E’ il governo degli imbucati, degli intoccabili e degli amici degli amici. Non esiste più alcun vincolo che lega il governo in carica con la volontà popolare. Non esiste più alcun canale attraverso cui salvare l’apparenza che le masse popolari possono decidere chi debba governare e con quale programma. Il governo Renzi non può abrogare una sua riforma perché perderebbe la sua ragion d’essere.

Sul fronte della lotta contro le riforme del governo Renzi la linea è impedire con ogni mezzo che tali riforme vengano applicate nella pratica, rendere ingovernabile il paese fino a cacciare il governo.
Succede già, non occorre inventare niente: dove esistono organizzazioni operaie che operano in quest’ottica, l’attuazione del Jobs Act è tutt’altro che scontata (vedi Resistenza n. 7/8 – 2015: “Intervista a un operaio toscano”).
Si tratta di valorizzare quanto c’è di organizzato nel campo delle masse popolari (le organizzazioni operaie e le organizzazioni popolari) e spingerlo avanti; sperimentare la combinazione della mobilitazione contro con la mobilitazione per.
Siamo contro il Jobs Act, ma per cosa siamo? Siamo contro la Buona Scuola, ma per cosa siamo? Siamo contro lo Sblocca Italia e il Piano casa, ma per cosa siamo?
Oggi le risposte a questo “per” sono ancora in larga misura la combinazione di tante concezioni che derivano dal senso comune, dalla sfiducia nella forza delle masse popolari e dall’influenza della concezione della classe dominante. “Siamo per fare come la Germania” direbbe Landini, “più investimenti nel’economia reale e più produttività”; “siamo per fare come Tsipras” dicevano tanti della sinistra borghese, che però oggi tacciono; “siamo per uscire dall’Euro e dalla UE” dicono altri. Nessuna di queste risposte ha le gambe per marciare.

Noi diciamo che i comunisti, gli operai e i lavoratori avanzati, gli studenti avanzati, gli elementi avanzati delle masse popolari hanno di fronte la possibilità di contribuire a un livello superiore alla lotta di classe, imparando a fare quello che in questa società è loro proibito: dirigere, governare. Non si impara dall’oggi al domani e non sarà un processo indolore, che andrà “liscio come l’olio”, ma è ciò che devono imparare per scrivere la loro storia e costruire la società che si meritano.
Per rompere con il sistema della speculazione internazionale e strappare le catene del mercato mondiale, per avanzare nella costruzione del socialismo (vedi articolo La rivoluzione non scoppia, si costruisce a pagina 1) per mettere a frutto gli insegnamenti del primo assalto al cielo (vedi articolo Dittatura, burocrazia… a pagina 1) occorre che sistematicamente e scientificamente ogni lotta e ogni mobilitazione diventi il campo pratico in cui ogni organizzazione operaia e organizzazione popolare che vi partecipa inizia a operare come Nuova Autorità Pubblica (NAP).
“Agire da NAP per ogni organizzazione operaia e organizzazione popolare significa passare dallo sdegno, dalla denuncia, dalla rivendicazione e dalla protesta a concepirsi e agire come artefici e costruttori di una nuova governabilità, che poggia sul protagonismo e sull’azione delle masse popolari organizzate; non affidare la soluzione dei problemi a partiti e istituzioni della Repubblica Pontificia ma occuparsi direttamente del futuro delle aziende e della società e sperimentare l’emanazione e l’attuazione delle misure d’emergenza (a partire dalla misura centrale, “un lavoro utile e dignitoso per ogni adulto”) in concorrenza e in rottura con quelle delle autorità della Repubblica Pontificia; condurre una serie di iniziative concatenate e coordinate nel modo più vasto di cui diventano capaci (sviluppando un fronte ampio di lotta e solidarietà tra le Organizzazioni Operaie e le Organizzazioni Popolari (OO e OP), spingendo gli esponenti dei tre serbatoi a sostenere e a rafforzare le loro lotte) nel corso delle quali, per l’azione combinata dei comunisti e delle esigenze della lotta comune, avanzerà il lavoro per la costituzione di Amministrazioni Locali di Emergenza e del Governo di Blocco Popolare. Le masse popolari, anche la parte più attiva e combattiva, non sono abituate a concepirsi come “autorità di governo”, “a comandare”, a dirigere, a pianificare. Sono abituate ad affidarsi a questo o quel personaggio politico, sindacale o capopopolo, a questa o quella istituzione della Repubblica Pontificia (presidente della repubblica, papa, governo, prefettura, tribunali, ecc.). Fare di ogni OO e OP una NAP significa trasformare passo dopo passo il tradizionale ruolo delle masse popolari che “chiedono” e rivendicano alle istituzioni, nel nuovo ruolo di autorità di governo dal basso (come sono oggi in embrione i comitati NO TAV della Val di Susa, come sono stati su scala più ampia i consigli di fabbrica negli anni ’70, come furono compiutamente i soviet in Russia all’inizio del secolo scorso)” – dalla Dichiarazione Generale approvata dal IV Congresso del P.CARC.

Il secondo campo: le lotte di resistenza agli effetti della crisi. “Sì, va bene, ma la mia azienda sta chiudendo”, “il quartiere in cui vivo è diventato uno schifo”, “sono sotto sfratto”. Il contesto più generale in cui si collocano le mobilitazioni del prossimo autunno contro le riforme del governo Renzi è la mobilitazione contro gli effetti della crisi generale. Tale mobilitazione alimenta le lotte contro le riforme del governo Renzi ed è la condizione favorevole al loro coordinamento e al loro sviluppo. Coordinamento e sviluppo che comunque non sono spontanei, non piovono dal cielo. Non basta fare mille appelli e non servono mille esortazioni: occorre scienza, coscienza e spirito sperimentale.
Quanto alle lotte contro gli effetti della crisi, qualunque sia il contesto, il settore, l’ambito in cui si sviluppa la mobilitazione, per vincere bisogna che i promotori di ognuna di esse creino e poi perseguano alcune precise condizioni
La lotta deve essere diretta da chi è deciso a vincere (non la linea del “meno peggio”, ma la linea del “combattere e vincere”). E’ un fattore determinante: per riuscire effettivamente a vincere non basta volerlo, ma di sicuro non si vince se a dirigere la lotta non c’è chi è deciso a vincere.
Gli obiettivi e i metodi devono essere caso per caso i più particolari possibili, i più su misura della situazione concreta, in modo che i lavoratori che vi partecipano siano convinti che sono giusti e necessari: è la via per arrivare a unire e mobilitare il grosso dei lavoratori.
Non lasciarsi legare le mani dalle regole stabilite dal nemico, adottare caso per caso metodi di lotta efficaci e sostenibili dai lavoratori. L’unico principio è che è legittimo tutto quello che serve agli interessi dei lavoratori, anche se è vietato dalle leggi dei padroni e delle loro autorità.
Non lasciarsi isolare, ma crearsi tutti gli alleati possibili e allargare il più possibile la lotta. Ogni gruppo di lavoratori che lotta rafforza anche gli altri. Non lotta solo per sé, ma contribuisce alla comune lotta contro la crisi e i suoi effetti.
Individuare e sfruttare le contraddizioni in campo nemico.

Questa è la scuola pratica attraverso cui le masse popolari imparano a rovesciare i rapporti di forza, imparano a non subire più la guerra che i padroni fanno contro di loro e imparano a condurre la propria guerra contro la classe dominante. Questa è la scuola pratica attraverso cui gli elementi e i settori più avanzati, generosi, lungimiranti della classe operaia e delle masse popolari imparano a combinare praticamente le lotte immediate contro gli effetti della crisi con la lotta per la costruzione del Governo di Blocco Popolare, strumento per avanzare nell’instaurazione del socialismo.

Il processo storico dell’instaurazione del socialismo. Sono mille i motivi per cui ogni elemento delle masse popolari si sente scoppiare il cuore e la testa di fronte allo scempio che viviamo. Ognuno di quei motivi trova soluzione e cura solo conquistando la consapevolezza del posto che ognuno può prendere nella lotta per trasformare il mondo. Soluzione e cura che saranno tanto più efficaci quanto più ognuno avrà chiaro che si parte dalla cose piccole, da quello che si può fare (che si deve fare) qui e ora, che è alla sua e alla nostra portata.

Se vi scoppiano la testa e il cuore a vedere le immagini dei bambini che annegano nel Mediterraneo, a sapere che c’è chi muore di lavoro per pochi spiccioli l’ora, a vedere che i giovani muoiono per droga, che i vecchi muoiono di stenti, che sempre più famiglie devono decidere se curarsi o mangiare, se vi sale il sangue al cervello a sentire Salvini e Alfano, Renzi o Poletti, se vi scoppiano la testa e il cuore a pensare al futuro dei vostri figli, dei vostri genitori, dei vostri amici, l’aspirina non serve a niente. Occorre combattere.
Combattere oggi, non solo per distruggere il cattivo presente, ma per costruire il futuro.
Inguaribili nostalgici e gente che vive fuori dal tempo e dal mondo sono quelli che alimentano una qualche illusione che è possibile cambiare il corso delle cose senza fare la rivoluzione socialista. Tuttavia, man mano che le cose peggiorano su tutti i fronti, “fare la rivoluzione” è un’aspirazione di settori crescenti della popolazione; hanno chiaro che così non si può andare avanti e fra lamenti e lotta contro la rassegnazione si fa strada una domanda: quale rivoluzione fare? Il tipo di rivoluzione non dipende dalle ideologie e tantomeno dai gusti, dalle impressioni e dalle opinioni di nessuno: dipende dalle condizioni oggettive. Qui, in questo marasma, in questo bagno di sangue, lacrime e miseria in cui la classe dominante sta trasformando il nostro paese e il mondo intero, è possibile solo una rivoluzione, quella socialista (vedi l’articolo Una gabbia di cartone. Rompere le catene della globalizzazione a pagina 4).
Per la classe dominante il presente è caotico e il futuro è oscuro: ha portato il mondo verso la rovina ed è convinta che la rovina sua sia la fine del mondo. Per noi comunisti il presente è chiaro e il futuro è luminoso: il presente è chiaro, cioè sappiamo cosa va fatto e impariamo a fare ciò che non sappiamo ancora fare; il futuro è luminoso perché lo costruiscono le masse popolari.
Le mobilitazioni del prossimo autunno servono a questo: avanzare nella mobilitazione per imporre ai vertici della Repubblica Pontificia il Governo di Blocco Popolare, strumento per fare fronte al presente infame degli effetti della crisi e per avanzare nella costruzione della rivoluzione socialista.

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