“I primi paesi socialisti hanno lasciato un patrimonio di esperienze a cui possiamo e dobbiamo attingere per comprendere come bisogna fare e come non bisogna fare, esempi positivi ed esempi negativi per la prossima seconda ondata nella rivoluzione proletaria. Per questo è indispensabile che i gruppi e gli organismi che lavorano per la rinascita del movimento comunista studino a fondo la loro esperienza. I primi paesi socialisti hanno tracciato una strada che nessuna guerra preventiva della borghesia imperialista e nessuno scongiuro dei suoi preti potranno cancellare. Oggi sta a noi comunisti assimilare l’insegnamento dei primi paesi socialisti e usarlo, come i dirigenti della prima ondata della rivoluzione proletaria assimilarono e usarono l’insegnamento della Comune di Parigi” (da I primi paesi socialisti – M. Martinengo, Ed. Rapporti Sociali).

I primi paesi socialisti hanno dimostrato praticamente, su grande scala, per un periodo relativamente lungo di tempo e in condizioni differenti, che gli operai e gli altri lavoratori possono associarsi, organizzarsi e dirigere la società senza padroni. L’esperienza dei primi paesi socialisti è molto più vasta di quella della Comune di Parigi, tocca tutti gli aspetti del movimento comunista. Noi qui affrontiamo solo tre aspetti. Su ognuno di essi la sinistra borghese ha creato molta confusione e sparso veleno anticomunista tra le masse popolari del nostro paese e in particolare tra molti compagni e compagne che hanno la falce e martello nel cuore, portando a compimento l’opera nefasta cominciata dai revisionisti moderni, gli allievi di Kruscev e di Togliatti: la loro propaganda e la loro opera hanno gettato fango sull’esperienza dei primi paesi socialisti, seminando sfiducia e pessimismo, facendo passare l’idea che il socialismo è un’illusione, che quando si è cercato di realizzarlo ha tradito le aspettative e le aspirazione del proletariato (è stata una “sequela di errori e orrori” dicono Bertinotti e Ferrero), che non è quella la via e tanto meno la sola via attraverso cui le masse popolari potranno uscire dal marasma attuale.
Sgomberare il campo da questa intossicazione è un aspetto fondamentale della rinascita del movimento comunista, perché il comunismo è il futuro dell’umanità e i primi paesi socialisti furono l’aurora di questo nuovo mondo.

La tesi della “mancanza di democrazia”. Chi propugna tale tesi in realtà quasi sempre applica il metro di giudizio che vale per giudicare il funzionamento della democrazia borghese; per valutare il grado di democrazia dei primi paesi socialisti, discute se fossero più o meno vicini al modello ideale di democrazia borghese. Ma la democrazia borghese è espressione della società capitalista, il suo multipartitismo rispecchia i molteplici interessi in contrasto (tra venditore e compratore, tra operaio e capitalista, tra capitalisti concorrenti) propri della società borghese. In essa solo la borghesia possiede i mezzi, gli strumenti e il potere sociale necessari a influire in maniera decisiva sulle scelte politiche ed economiche.
In sostanza le varie assemblee, organi, istituti e istituzioni della democrazia borghese sono la trasposizione nel campo politico delle forme e dei metodi delle relazioni d’affari che i borghesi hanno tra loro: non possono quindi essere estese ai proletari. Questo resta vero nonostante l’uso che il movimento comunista ha fatto e fa della democrazia borghese.

La democrazia proletaria, o dittatura del proletariato, ha una natura e forme differenti, “adatte alla natura della nuova classe dominante (la classe operaia) e al suo compito storico: realizzare, sulla premessa della proprietà pubblica almeno delle principali forze produttive, la massima e crescente partecipazione alla politica degli operai, degli altri semplici lavoratori, delle donne, dei giovani e in generale delle categorie che nella società borghese sono oppresse, sfruttate, discriminate, emarginate ed escluse e fare della loro crescente partecipazione il mezzo principale della trasformazione delle condizioni materiali e intellettuali della loro vita che le masse stesse operavano. (…) Il tratto originale e innovativo del sistema di direzione dei primi paesi socialisti fu perciò una struttura di potere composta dal partito comunista, dalle sue organizzazioni di massa (sindacati, organizzazione dei giovani, delle donne, di categorie e ceti), dai collettivi di lavoro con le loro assemblee e i loro organi esecutivi, dalle assemblee di caseggiato, villaggio, quartiere, città, ecc. con i loro consigli di delegati revocabili (Soviet) e i rispettivi organi esecutivi. In ogni paese socialista, e fin dalla sua instaurazione, questo sistema aveva un netto e dichiarato carattere di classe (alla testa vi era la classe operaia alleata e dirigente delle altre classi di lavoratori, mentre erano escluse le classi antisocialiste: nobiltà. Clero, capitalisti anche se già spodestati), si esercitava in tutti i campi (prendeva decisioni, le eseguiva ed esercitava compiti giudiziari, di polizia e militari), poneva il perseguimento della trasformazione socialista al di sopra di ogni norma giuridica. (…) La combinazione dei due tipi di strutture di potere sociale (Stato nel senso tradizionale da una parte e Partito Comunista e organizzazioni di massa dall’altra – ndr) fu la forma in cui esistette nei primi paesi socialisti la dittatura del proletariato.(…) Essa conteneva in un rapporto di unità e lotta, il nuovo e il vecchio: il nuovo che doveva espandersi e il vecchio che doveva morire. Il vecchio era costituito da uno Stato che era ancora uno Stato nel senso tradizionale, ma non lo era già più completamente perché era vincolato a lavorare secondo le direttive fissate dal partito” (da I primi paesi socialisti – M. Martinengo, Ed. Rapporti Sociali).
La democrazia nei paesi socialisti si esprimeva quindi in una forma superiore: non principalmente nel voto periodico attraverso cui delegare la gestione degli affari sociali all’uno o all’altro dei gruppi (partiti) che dispongono dei mezzi e delle relazioni necessarie per avere influenza sugli elettori tenuti all’oscuro della sostanza dei problemi politici, ma essenzialmente nella partecipazione diretta e crescente a tale gestione da parte delle masse lavoratrici.

La tesi della “burocrazia” e del “tradimento dei dirigenti”. “I trotzkisti e i loro simili spiegano ogni difficoltà e ogni sconfitta dei paesi socialisti, dei partiti comunisti, dei sindacati, ecc. con una formuletta semplice e buona per tutte le occasioni: burocrazia. Questa concezione auspica una società senza dirigenti (funzionari), perché i dirigenti sarebbero la negazione della rivoluzione e del socialismo. Ma senza dirigenti e funzionari non c’è mai stata alcuna rivoluzione socialista né alcun paese socialista. In realtà il movimento comunista ha avuto dirigenti (funzionari) buoni, eroici, d’avanguardia, che hanno reso servizi inestimabili alle classi oppresse. Ha avuto anche dirigenti (funzionari) incapaci, inetti, corrotti, imbevuti di concezioni, sentimenti e metodi borghesi, succubi dell’influenza della borghesia, traditori. I trotzkisti confondono gli uni e gli altri in una unica condanna: burocrazia. In questo modo impediscono di distinguere, selezionare, verificare, epurare, proteggere. La teoria trotzkista della burocrazia è una teoria inconsistente, anarchica. Idealizza i partiti e movimenti della Seconda Internazionale privi di funzionari perché i dirigenti erano gli avvocati, i giornalisti, i dottori, i maestri, i farmacisti, i deputati, i professionisti: in breve gente a cui la società borghese per sua natura concedeva mezzi e tempo per dirigere. Una situazione che escludeva i rivoluzionari di professione e limitava l’indipendenza del movimento comunista dalla borghesia. È impossibile abolire i dirigenti (funzionari) in un movimento comunista che vuole essere indipendente dalla borghesia, come è impossibile abolire lo Stato in un paese socialista. Gli uni e l’altro si estinguono, vengono meno man mano che per la propria vita sociale le masse popolari non ne hanno più bisogno. Senza dirigenti (funzionari) oggi non è possibile fare la rivoluzione, instaurare il socialismo, condurre la transizione verso il comunismo. L’abolizione dei dirigenti (funzionari) è un’utopia che fa del socialismo un sogno impossibile da realizzare. (…) Ciò che ha rovinato i primi paesi socialisti (e anche tanti partiti comunisti in ogni angolo del mondo) non sono i dirigenti (funzionari) in generale. Sono stati rovinati perché è prevalsa quella parte dei dirigenti (funzionari) che seguivano una linea borghese e affrontavano i problemi della società socialista con una concezione e con metodi borghesi. Ciò su cui bisogna vigilare è che i dirigenti e i funzionari seguano una linea giusta e siano al servizio delle masse. (…)

I primi paesi socialisti hanno mostrato per alcuni decenni che è possibile vigilare con successo ad avere dirigenti che seguono una linea giusta e sono al servizio delle masse. La loro esperienza ha fornito, con le vittorie e con le sconfitte, molta conoscenza di metodi e criteri per condurre con successo questa lotta. La teoria della lotta tra le due linee nel partito comunista e la teoria della lotta di classe nella società socialista sono due dei principali contributi del maoismo al pensiero socialista. La lotta tra le due linee nel partito comunista e la lotta di classe nei paesi socialisti sono la chiave di salvezza e di sviluppo dei partiti comunisti, della rivoluzione socialista e dei paesi socialisti. Non è quindi vero che “la burocrazia” è la fonte dei mali del movimento comunista e dei paesi socialisti. È però vero che la nuova borghesia, la borghesia tipica e specifica dei paesi socialisti, si forma e può formarsi solo tra i membri del partito comunista e tra i dirigenti delle altre istituzioni della società socialista. I motivi sono connessi al ruolo del tutto specifico che la società socialista richiede che essi esercitino. Tutto questo si attenuerà fino a scomparire solo man mano che nella società socialista si attenuerà fino a scomparire la distinzione tra dirigenti e diretti. Se non si tratta in modo giusto questa contraddizione (con la formazione e selezione dei dirigenti, con il controllo, l’epurazione e la difesa da parte delle masse, con gli altri metodi che l’esperienza ha mostrato e meglio mostrerà studiandola più a fondo) la nuova borghesia, che in qualche misura esiste nel corpo dei dirigenti per la natura stessa della società socialista e del loro ruolo, si sviluppa e può arrivare a prendere il potere e a imprimere ai paesi socialisti una direzione opposta a quella che conduce al comunismo” (da “La seconda fase dei primi paesi socialisti”, La Voce del (n)PCI n.22- marzo 2006).

Le cause del logoramento e del crollo dei primi paesi socialisti. La lotta tra due linee e la lotta di classe nei paesi socialisti si articola attorno alle sette grandi contraddizioni con carattere di classe che si presentano nel socialismo una volta eliminata per l’essenziale la proprietà privata dei mezzi di produzione: la contraddizione tra dirigenti e diretti, tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, tra lavoro di progettazione e organizzazione e la lavoro esecutivo, tra uomini e donne, tra adulti e giovani, tra città e campagna, tra settori, regioni e paesi avanzati e settori, regioni e paesi arretrati. La linea di sinistra è incarnata da quanti danno risposte rivoluzionarie (che vanno nel senso della costruzione del socialismo, dell’emancipazione delle masse da ogni direzione, che tendono ad eliminare privilegi e differenze) ai problemi sollevati da tali contraddizioni, quella di destra da quanti danno soluzioni borghesi (che conservano o addirittura accrescono privilegi e differenze) a quegli stessi problemi.
La destra riuscì ad affermarsi (dopo la morte di Stalin nel ‘53 e il XX congresso del PCUS del ‘56 in URSS e dopo la morte di Mao e il colpo di stato contro la banda dei quattro nel ‘76 in Cina) non per sue particolari capacità, ma perché “(…) i comunisti non seppero scoprire e indicare la linea per condurre avanti la rivoluzione nei paesi socialisti oltre i risultati raggiunti e per sostenere efficacemente la rivoluzione socialista nei paesi imperialisti e la rivoluzione di nuova democrazia nei paesi arretrati oppressi dall’imperialismo. Fu, per riprendere le espressioni del Manifesto del partito comunista del 1848, l’inadeguatezza dei comunisti a conoscere le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario (cioè l’inadeguatezza della loro concezione del mondo o del loro lavoro di inchiesta e di elaborazione) ciò che impedì che essi continuassero a “spingerlo in avanti”.

L’unità dialettica tra linea di trasformazione della società promossa dai partiti comunisti e sistema di direzione imperniato sul partito comunista e sulle organizzazioni di massa promosse dal partito, che aveva reso tali paesi superiori e invincibili agli attacchi della borghesia, venne meno al mancare del primo aspetto (cioè la trasformazione della società, che non marciava più verso il comunismo ma tornava, sotto la direzione dei revisionisti, verso il capitalismo), così che il metodo di direzione proprio dei paesi socialisti e qua sopra descritto si trasformò, da elemento positivo, nel suo contrario, in elemento negativo e disgregante. “Togliete in un paese socialista il potere a chi vuole il comunismo e quindi persegue la soddisfazione dei bisogni e il benessere delle masse, la loro emancipazione da ogni classe dirigente e la scomparsa delle divisioni in classe. Datelo a chi aspira all’arricchimento personale e alla perpetuazione del privilegio materiale e intellettuale o anche solo li accetta. Riducete all’isolamento individuale i lavoratori, sciogliete o allentate le organizzazioni che conferiscono potere sociale ai lavoratori, interrompete il legame dei vertici con le organizzazioni di base e di queste con le masse. Un po’ alla volta allora verranno meno i fattori di coesione e di slancio propri del socialismo, si instaurerà una linea generale borghese. Giunti a questo punto la mancanza di proprietà privata capitalista e la mancanza del mercato, che erano fattori di forza e di coesione del socialismo, diventano fattori di debolezza, di anarchia, di decadenza, di irresponsabilità e di inerzia nell’ordinamento bastardo che si è creato. I paesi socialisti diventano più deboli e meno stabili dei paesi capitalisti” (da “La seconda fase dei primi paesi socialisti”, La Voce del (n)PCI n.22 – marzo 2006).

Per comprendere integralmente le cause del logoramento e del crollo dei primi paesi socialisti, questo processo interno ad essi va poi messo in legame dialettico con i limiti della sinistra del movimento comunista nei paesi imperialisti (che abbiamo già trattato, nello specifico della situazione italiana, nel numero 1 e 4/2015 di Resistenza) e che in generale riguardano, anche in questo caso, una non adeguata comprensione della realtà e una conseguente linea errata. Questa linea errata si è presentata essenzialmente nella forma di due tare storiche, l’economicismo e l’elettoralismo; tare che bloccarono lo sviluppo della rivoluzione proprio nei paesi capitalisti più sviluppati che presentavano basi materiali e spirituali più avanzate per l’edificazione del socialismo e portarono anche in essi all’affermarsi della destra dei rispettivi partiti comunisti.
L’affermazione della destra nei partiti comunisti dei paesi imperialisti e in quelli dei primi paesi socialisti si alimentarono a vicenda, interrompendo lo slancio della prima ondata della rivoluzione proletaria e segnando la temporanea sconfitta del movimento comunista. Un movimento che oggi può e deve rinascere sulla base di un giusto e saldo bilancio dell’esperienza passata, delle sue vittorie come delle sue sconfitte.

carc

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

*