Festa della Riscossa Popolare di Massa. Il 14 agosto abbiamo svolto un’assemblea operaia sulla necessità di organizzarsi all’interno delle aziende creando organismi che si occupino dell’azienda (imparando a gestire le aziende, a garantire la continuità produttiva anche a fronte della chiusura o della delocalizzazione) e che ne escano per collegarsi alle mobilitazioni delle masse popolari del territorio in difesa della Sanità pubblica, per il diritto allo studio e alla casa, contro le nocività e le opere inutili come il TAV e gli inceneritori, per la creazione di nuovi posti di lavoro.
Organizzarsi e coordinarsi era il titolo che sintetizzava e orientava la discussione che è stata, in effetti, un passo in quel senso.
Si è trattato di un secondo passo a livello regionale dopo il IV Congresso del Partito dei CARC, che si è tenuto a Firenze, e un terzo passo dopo l’Assemblea operaia del 25 luglio promossa dal Comitato Lavoratori del Porto di Napoli, che in questo 14 agosto ha inviato un messaggio di saluto.
L’iniziativa di Massa e quella di Napoli servono per far crescere quello che nasce nella classe operaia del nostro paese anche in questa estate torrida, dove operai e operaie delle campagne muoiono di caldo e sono uccisi dallo sfruttamento. Quello che nasce si manifesta in iniziative come l’incontro che gli operai della GKN di Campi Bisenzio e della CSO di Scandicci hanno organizzato e hanno chiamato Class Unions il 6 giugno alla Casa del Popolo di Quinto Alto, a Firenze, e come la Festa Operaia che il Comitato Piaggio ha organizzato a Pontedera (vedi Resistenza n. 7/8 – 2015). Sono tutte iniziative dove si coltiva il protagonismo della classe operaia.
All’assemblea hanno partecipato circa 40 compagni, lavoratori e operai, cassintegrati e licenziati. Non facciamo qui un riepilogo degli interventi (per questo rimandiamo al resoconto commento pubblicato su www.carc.it), ma tiriamo le somme utili a consolidare alcune cose che sapevamo già, ma è bene ribadirle.

Ciò che sapevamo già, ma che è emerso con forza dalla discussione:

– è che fra i lavoratori e gli operai avanzati è diffusa la coscienza che la questione dei posti di lavoro non è soltanto affare di chi il lavoro lo deve difendere perché deve mantenere la famiglia, ma è questione più generale, di funzionamento della società (vale per i lavoratori dei servizi, dei trasporti, ma vale anche per gli operai che producono “i pezzi” che permettono alla società di funzionare): la strage di posti di lavoro oltre a essere un problema economico è un problema di coesione sociale, di garanzia di diritti, di difesa del livello di civiltà raggiunto dalla società. Questo vale anche nel caso in cui il lavoro sia usato dai padroni per produzioni nocive, tossiche, velenose: gli operai (la parte più avanzata) non sono in fabbrica solo per il salario, ma si pongono il problema di cosa produrre e come, cioè si pongono la questione di comprendere se ciò che fanno (e lo fanno per vivere) sia utile o dannoso agli esseri umani e all’ambiente; è condizione preliminare per aprire a un altro ragionamento: chi deve decidere della produzione? Chi deve decidere della quantità di beni prodotta? Chi deve decidere della distribuzione dei beni prodotti?

– E’ che agli operai interessa molto parlare delle prospettive delle lotte, delle mobilitazioni, delle proteste, delle condizioni di lavoro e di vita loro e delle loro famiglie, ma sono di gran lunga più interessati a parlare di politica (almeno quelli più avanzati), di gestione della società, di direzione del paese, di costruzione del sistema di decisione democratico e trasparente in cui davvero chi fa girare il mondo con il suo lavoro lo possa far girare anche con i suoi ragionamenti, la sua testa (che per gli operai è sempre una questione collettiva e mai individuale). Insomma, detta con le nostre parole, ai lavoratori e agli operai interessa parlare di potere, di nuovo potere, di socialismo. Certo, sono anche stanchi di parlare e basta, motivo per cui sono molto più interessati a capire il cosa fare e come farlo.

– E’ che quando allo stesso tavolo siedono lavoratori che non mettono avanti casacche sindacali, tessere partitiche, che discutono per portare acqua al mulino degli interessi collettivi, la discussione decolla, si estende e si approfondisce: trovano contesto e stimolo l’intervento del ferroviere e dell’educatore, dell’operaio e dell’insegnante, del cassiere e del magazziniere, trovano contesto e stimolo gli interventi e i ragionamenti dei cassintegrati e dei licenziati, dei precari e degli esodati, di chi maledice la Fornero che lo obbliga a lavorare 5 anni in più di quanto avrebbe dovuto e di chi maledice la Fornero, ma in pensione non ci andrà comunque…

– E’ che quando allo stesso tavolo siedono i lavoratori e gli operai e gli esponenti dei comitati ambientalisti, dei movimenti territoriali, dei movimenti per la difesa della sanità pubblica, la discussione prende da subito una piega concreta: lo sapevamo che non è un modo di dire che la classe operaia è la classe dirigente delle masse popolari, ecco, lo si vede anche dalle piccole cose, dalle discussioni fatte il pomeriggio di un 14 agosto con i giornali pieni di paginate intere sulle vacanze dei VIP e di striminziti trafiletti sui braccianti morti nei campi.

Queste quattro cose che sapevamo già, ma che sono emerse con forza dall’assemblea sono legate da un’altra grande verità di cui scriviamo spesso: ognuno di questi quattro aspetti non si sviluppa da solo, spontaneamente, come i funghi crescono in autunno: ha bisogno della cura dei comunisti.
La lotta di classe non va in vacanza. Noi, come membri del Partito dei CARC, impegnati a “fare quello che diciamo”, faremo in modo che organizzarsi e coordinarsi, come da titolo dell’assemblea, si traduca in realtà in ogni parte del paese dove siamo e dove stiamo andando, fiduciosi di avere successo, con gli strumenti e le armi che abbiamo forgiato in tutta la storia nostra e in quella del movimento comunista che abbiamo ereditato.

 

Resoconto e commenti sull’assemblea operaia del 14 agosto alla Festa della Riscossa Popolare di Massa

Indice
Cosa vuol dire “occupare le fabbriche”? p. 2
Fare fronte contro l’abbattimento dei servizi pubblici a vantaggio dei privati p. 2
L’attacco alla salute visto da dentro una fabbrica di veleni p. 2
Difendere la fabbrica: la lotta alla Smith di Saline di Volterra p. 3
Abbiamo bisogno di idee p. 4
Prendere coscienza p. 5
Un’idea che si articola in progetto: il Governo di Blocco Popolare p. 6
L’ignoranza delle masse popolari e l’ignoranza di noi comunisti p. 7
Passare dalla difesa all’attacco p. 8
La lotta di classe non va in ferie p. 8

La lotta di classe non va in ferie, secondo Fabio Gambone. Il compagno, responsabile per il lavoro operaio e sindacale della Federazione toscana del Partito dei CARC, ha ribadito il concetto alla assemblea che ha diretto alla Festa della Riscossa Popolare della Federazione, a Massa, il giorno prima di Ferragosto. Lo conferma la discesa in piazza ad Atene due giorni prima di Ferragosto del PAME, sindacato legato al Partito Comunista Greco, contro l’accettazione del Memorandum da parte di Tsipras, che invece ha pensato bene di battere in ritirata dopo soltanto un semestre di governo, il che mostra la differenza tra comunisti e sinistra borghese quando si parla di resistenza e di essere al fianco delle masse popolari in ogni momento, soprattutto nei momenti più difficili.

L’iniziativa di Massa aveva titolo “Organizzarsi e coordinarsi”, ed era un secondo passo a livello regionale dopo il IV° Congresso del Partito dei CARC, che si è tenuto a Firenze, e un terzo passo dopo l’Assemblea operaia del 25 luglio promossa dal Comitato Lavoratori del Porto di Napoli, che in questo 14 agosto ha inviato un messaggio di saluto a noi che eravamo qui a Massa.
L’iniziativa di Massa e insieme quella di Napoli servono per fare crescere quello che nasce nella classe operaia del nostro paese anche in questa estate torrida, dove operai e operaie delle campagne muoiono di caldo, uccisi dallo sfruttamento. Quello che nasce si manifesta in iniziative come l’incontro che gli operai della GKN di Campi Bisenzio e della CSO di Scandicci hanno organizzato e hanno chiamato Class Unions il 6 giugno alla Casa del Popolo di Quinto Alto, a Firenze, e come la Festa Operaia che il Comitato Piaggio ha organizzato a Pontedera. Sono tutte iniziative dove si coltiva il protagonismo della classe operaia, e che continuano: il 12 settembre c’è una iniziativa a Ravenna organizzata dal Partito Comunista diretto da Marco Rizzo dove convergeranno lavoratori dai più grandi porti d’Italia e dal porto di Atene.
Cosa vuol dire “occupare le fabbriche”?
Fabio Gambone ha introdotto la discussione spiegando che “occupare le fabbriche” significa “occuparsi delle fabbriche” con pensiero da dirigenti, di chi vuole mantenerle vive, produttive e finalizzate al benessere della collettività. Significa quindi costituire all’interno delle fabbriche organizzazioni operaie, capaci di intervenire e porsi anche come punto di riferimento per le masse popolari dei paesi, delle città, delle regioni e del paese.
CSO e GKN sono state d’esempio, muovendosi in sciopero per solidarietà con i lavoratori della Piaggio di Pontedera, quando la direzione ha inviato lettere di minaccia di licenziamento a chi si ammalava, e mobilitandosi nella lotta contro l’inceneritore a Firenze. Anche nella Festa Operaia di Pontedera si sono fatti passi avanti importanti nella direzione giusta, dice il compagno, parlando della presenza in quell’iniziativa di tanti esponenti di aziende del centro e del nord dell’Italia. Aggiungo io qui l’Assemblea Operaia del 25 a Napoli, il cui appello ha raccolto trecento adesioni da operai e da altri lavoratori da Milano, Bergamo, Firenze, Bologna, Trieste, Cagliari, Taranto, Terni, Roma, Cassino, Melfi, Spoleto, Siena, Brescia, dalla Val Susa e dalla Console del Venezuela a Napoli, il che dimostra che quando gli operai si muovono la loro voce si sente nella nazione e oltre.

Fabio Gambone ha avviato la discussione, accennando ai temi che sarebbero stati discussi, come la contraddizione tra lavoro e ambiente e la lotta per la difesa della Smith di Saline Volterra.
Fare fronte contro l’abbattimento dei servizi pubblici a vantaggio dei privati
Primo a intervenire è stato Emanuele Falsetti, educatore a Firenze, iscritto all’USB. Ha parlato del coordinamento di lavoratori dei servizi che l’USB ha costituito in città. Oggi ha funzione solo di supporto reciproco, come è avvenuto per sostenere i lavoratori delle cooperative sociali in lotta, ma lui spera di riuscire a portare il coordinamento oltre alla solidarietà tra le singole lotte rivendicative, verso a una critica generale all’esternalizzazione dei servizi, processo che si estende in modo epidemico. Esternalizzazione è abbattimento dei servizi pubblici e apertura del campo ai privati. Informa che molti nidi comunali saranno esternalizzati a partire dal prossimo autunno.
L’attacco alla salute visto da dentro una fabbrica di veleni
Luciano Pacini è membro della sezione del P.CARC di Abbadia S. Salvatore, sul monte Amiata, in provincia di Siena. Lavora in una azienda di insetticidi per l’agricoltura e diserbanti. Il diserbante va nelle falde acquifere, inquina, va nei torrenti e arriva fino al mare. Sono prodotti da grandi aziende internazionali, che portano avanti una ricerca scientifica tesa ad aumentare la loro potenza (oggi un cucchiaio di prodotto basta per diserbare un ettaro di terreno). Sono prodotti cancerogeni.
La Toscana con il presidente della Regione Rossi, dice il compagno, ha dato il via libera all’uso del glifosato, diserbante cancerogeno vietato in altre regioni o nazioni. Ci tiene a precisare che comunque in quegli altri posti di prodotti cancerogeni se ne usano altri.
Lui è attaccato al proprio lavoro, anche se è pericoloso per lui e per l’ambiente. Vorrebbe una fabbrica come la sua riconvertita per produrre cose più utili.
Parla di ENEL che sul monte Amiata vuole costruire impianti per la geotermia. L’operazione serve per fini speculativi, dice, e non per produrre energia pulita. Il sindacato, di cui lui è membro e pure delegato (è stato eletto su pressione dei lavoratori) contribuisce all’operazione mentendo. La CGIL dice che la geotermia creerà direttamente centinaia di posti di lavoro, più quelli dell’indotto, cosa che non è: il primo impianto realizzato di posti di lavoro ne ha prodotti tre, quelli di chi controlla il processo, che è tutto diretto a distanza.
La verità è che dobbiamo prendere in mano le nostre vite perché la classe dominante non ha alcun interesse a curarsene. Anzi, per loro più gente muore meglio è. Il compagno ha presente quello che nel partito sappiamo e diciamo, che la classe dominante, la borghesia imperialista, si comporta come una forza di occupazione che sfrutta le risorse umane e ambientali del territorio fino all’esaurimento, incurante del futuro, attenta solo al mantenimento del proprio dominio e all’incremento del proprio profitto.

Difendere la fabbrica: la lotta alla Smith di Saline di Volterra
Anche la vicenda della Smith mostra quale cura i padroni hanno dei lavoratori, nel senso che il lavoro non lo danno, ma lo tolgono. Dove ci sono aziende che producono, le comprano per chiuderle.
Della vicenda parla Angelo Tani, che è operaio della Smith e che oltre a essere un dirigente della lotta per la difesa della fabbrica da venti anni lotta contro la Solvay di Rosignano in un Comitato per la Difesa della Val di Cecina.
La battaglia alla Smith è stato contro un colosso che ci tiene a non farsi notare, il che ci fa venire in mente un altro colosso che dedica parecchia attenzione a non fare vedere quanto il suo potere si estende nel paese e nel mondo intero, e cioè il Vaticano. Il Vaticano è “la più vasta e potente organizzazione privata che sia mai esistita”1, diceva Gramsci due anni prima di essere imprigionato dal regime fascista, e il motivo per cui ci tiene a non farlo sapere è che le masse popolari, se lo sapessero, si chiederebbero perché non lo usa per cambiare le cose anziché limitarsi a fare prediche, magari prediche di sinistra alla Bergoglio.
Il colosso di cui parla Angelo Tani si chiama Schlumberger, azienda guida per la tecnologia per l’industria del gas e del petrolio, che ha chiuso l’anno con 15 miliardi di utile. La Smith è presente da sessant’anni sul territorio, con una capacità tecnica eccellente a livello mondiale. Lo stabilimento è all’avanguardia. Hanno prodotto le trivelle che nel 2010 hanno salvato i 33 minatori cileni bloccati per due mesi sottoterra per il crollo della miniera di San José nel deserto di Atacama. Nel 2009 il gruppo è stato acquistato dalla multinazionale, che ha offerto 12 miliardi quando la fabbrica ne valeva tre. In realtà l’investimento era funzionale al controllare il mercato dell’intervento nel settore petrolifero, controllo che poteva prevedere il chiudere l’azienda, come Schlumberberg ha intrapreso a fare quest’anno, .
Duecento posti di lavoro sono stati messi a rischio, in un territorio dove vivono diecimila abitanti e dove non ci sono altri siti produttivi significativi. Anche qui i padroni stanno diventando come i papi, che governano per sfruttare le risorse delle masse popolari e non si curano del loro destino, che dipenderebbe non dalle scelte loro ma dalle “leggi dell’economia”, secondo i borghesi, o dalla “volontà di Dio”, secondo il clero.
Se padroni e preti non si curano più delle masse popolari o se ne curano solo per quanto e fino a quando loro servono, allora le masse imparano a reagire e a fare da sole. Immediatamente a Saline di Volterra c’è stata una grande mobilitazione di massa. I duecento lavoratori della Smith hanno lottato e sono saliti alla ribalta internazionale. Gli operai hanno cercato e colto ogni occasione per mettere la loro lotta in primo piano.
Angelo Tani lavora da trent’anni nello stabilimento ed è stato anche nelle RSU. Hanno fatto irruzione nell’Unione Industriali. Hanno sfilato in corteo fino alla Torre di Pisa, e hanno fatto cantare l’Inno di Mameli per dire che siamo in Italia e che non possiamo essere sottoposti ai diktat delle multinazionali.
Non si può azzerare il contributo di tutti quelli che hanno lavorato per decenni alla Smith, dice, e ha ragione, ma i padroni ragionano in un altro modo: per loro non c’è nulla di abbastanza antico da essere sacro, così come per gli integralisti islamici, che distruggono opere d’arte millenarie perché non conformi al loro credo. La banda di speculatori, politici, massoni che si è avventata sulla Richard Ginori non si interessava affatto della storia di una fabbrica fondata nel 1735, e pensava al posto solo come terreno edificabile. Anche qui gli operai sono stati quelli che hanno reagito e difeso la fabbrica, come fecero di fronte ai nazisti che la volevano fare saltare in aria nel 1945, e hanno vinto.
La vicenda alla Smith invece non si è chiusa bene, perché il sindacato ha firmato per mantenere 78 lavoratori su 197, e ha mandato il resto in cassa integrazione, seguita da mobilità e quindi dal licenziamento. I massimi dirigenti regionali sono venuti alle assemblee a convincere i lavoratori a cedere, dicendo che questo era base per progressi futuri. Segretario della Camera del Lavoro di Pisa, Segretario Regionale, e RSU insieme hanno piegato i lavoratori, obbligandoli a votare sì all’accordo.
I sindacalisti sono interessati solo a mantenere la poltrona, si scambiano i ruoli, dice Angelo Tani. Denuncia i delegati delle RSU che hanno pensato a salvare se stessi. Solo i movimenti spontanei e popolari possono garantire una condizione dignitosa per le masse popolari, perché i sindacalisti e i politici sono ormai collusi con i padroni. Questo è un insegnamento che trae dall’esperienza.
Rossi era andato come candidato del PD alla direzione della Regione Toscana alle assemblee dei lavoratori in lotta a dire che “questa non era terra di rapina”. Una volta eletto e una volta chiusa una trattativa con l’espulsione di 114 lavoratori, si è complimentato con le RSU e i sindacati per avere salvato l’azienda contro lavoratori “velleitari” “tesi a rifiutare ogni accordo” (intende quelli che hanno lottato e diretto la lotta come Tani). Ha garantito che ricollocherà gli espulsi, e gli operai si organizzano perché rispetti le promesse. Andranno anche a parlare a Bergoglio, il due settembre.
Tani dice agli operai che non devono cercare soluzioni ciascuno per sé, e che tutti i 114 lavoratori si devono mantenere uniti e tesi verso l’obiettivo comune. Quello che c’è di bello è che tanti giovani si sono fatti avanti e tirano le fila della lotta.
Fabio Gambone parla di come la fabbrica ha raccolto solidarietà dall’esterno, dalla Protezione Civile che ha montato le tende per il presidio, dai supermercati hanno portato il cibo. Invita un compagno presente a leggere il messaggio di saluto giunto dai lavoratori del porto di Napoli, uniti nel Comitato Lavoratori del Porto.
Abbiamo bisogno di idee
Il messaggio è letto da Paolo Babini, responsabile per i dibattiti nelle Feste della Riscossa Popolare, che si presenta. Come ha fatto in altre occasioni dice qui di avere lavorato per trentatré anni in un istituto per disabili psichici, di avere fatto lavoro sindacale con la CGIL, con i sindacati e in modo autonomo anche a livello nazionale, e di avere maturato la convinzione, in questa esperienza, che se si vuole cambiare qualcosa nel proprio posto di lavoro bisogna cambiare tutto il paese, e perciò ha lasciato il lavoro e ha iniziato a fare politica, a lavorare come rivoluzionario di professione nel Partito dei CARC.
Legge il comunicato degli operai di Napoli.
“Il Comitato Lavoratori del Porto di Napoli saluta l’Assemblea operaia della Festa della Riscossa Popolare di Marina di Massa.
Il CLPN è consapevole che un’assemblea è un punto di arrivo e, allo stesso tempo, un punto di partenza di un percorso di coordinamento. Certamente un buon inizio, abbiamo affermato nell’assemblea operaia che abbiamo tenuto a Napoli, nel Porto, lo scorso 25 luglio, per costruire il coordinamento operaio oggi necessario.
La diffusione nazionale che ha avuto l’Appello, le tante firme raccolte, gli interventi, i contributi, l’attenzione riservata alle vicende e vertenze che oggi fanno tornare i Porti del paese in stato di agitazione (da Napoli a Trieste, da Cagliari a Gioia Tauro), i contatti che stiamo stringendo tra organizzazioni di categoria e operai e lavoratori di tutto il paese ci dimostrano una volta di più la necessità di organizzarci e coordinarci. È questo l’esito più evidente della nostra assemblea. È l’invito che facciamo alla vostra, non potendo essere lì direttamente presenti.
Organizzarci e coordinarci per fare cosa? Per imparare a far da noi, operai, autonomamente dalle istituzioni e dalle autorità della classe dominante che soluzioni non ne danno o addirittura i problemi li creano. Per trovare, occupare o farci assegnare sedi dove noi operai possiamo incontrarci, discutere, studiare autonomamente le soluzioni più opportune, conformi agli interessi della nostra classe e delle masse popolari delle nostre città e del paese, per tenere aperte le aziende, creare posti di lavoro, costruire l’alternativa operaia al governo dei padroni.Per formarci come operai coscienti capaci di formare altri lavoratori ed operai a prendere in mano le loro aziende e anticipare, così, le mosse e gli attacchi dei padroni, di armatori senza scrupoli, delle loro autorità e istituzioni.Per conoscere e metterci in contatto con altri operai, altre parti del paese e di altri stabilimenti, per confrontarci, sperimentare soluzioni unitarie, coordinarci, imparare vicendevolmente dalle esperienze di ognuno. Per imparare ad essere noi stessi, operai, nuove autorità, che, nel collegarsi ai movimenti di resistenza sociale diffusi sui territori fuori dagli stabilimenti, ad altre organizzazioni popolari attive nelle nostre città per resistere agli effetti più gravi della crisi, pongano le condizioni per la costruzione di un governo che sia nostra diretta espressione, un governo delle organizzazioni operaie e organizzazioni popolari, un governo di emergenza popolare che agisca su mandato e per conto delle masse operaie e popolari organizzate.
Vogliamo, dunque, iniziare ad occuparci delle nostre aziende e uscire dalle nostre aziende e costruire, così, iniziativa politica e non solo sindacale, dentro le aziende e fuori dalle aziende. Sono i primi passi di un percorso che stiamo facendo e che impareremo a fare facendolo.
“Abbiamo bisogno di idee – abbiamo detto nell’assemblea di Napoli – Abbiamo bisogno che ciascuno ci parli della sua situazione, ci dica cosa sta facendo, se quello che fa funziona oppure no, e se no abbiamo bisogno di capire perché. A questo serve confrontarci”.
Invitiamo ogni operaio e ogni lavoratore che oggi avverte la necessità di organizzarsi e coordinarsi e, pertanto, partecipa all’assemblee, le segue fosse pure “a distanza”, cerca contatti con altri operai e sul suo posto di lavoro non si è arreso, a verificare se può riconoscersi nei passi che con Assemblee come quella di oggi si intraprendono e a tradurli nel particolare e nel concreto della propria azienda.
È con questo invito e con questa convinzione che salutiamo l’Assemblea operaia di Marina di Massa, i compagni operai presenti, il Partito dei Carc per la realizzazione e la promozione della Festa della Riscossa Popolare che, anche a Napoli, ha attivamente costruito la nostra Assemblea.
Perché la riscossa popolare, il potere operaio, la rivoluzione non sono cose che scoppiano, ma cose che si costruiscono.
Avanti, allora, compagne e compagni!Organizzarci e coordinarci per costruire un nostro governo, che parta dai luoghi di lavoro e punti al paese!Avanti per la riscossa operaia e popolare!”
Prendere coscienza
Maleno Mori è compagno di lotta di Angelo Tani nel Comitato per la Difesa della Val di Cecina. Dal saluto degli operai napoletani trae immediatamente come insegnamento centrale che abbiamo bisogno di una coscienza nuova, e che deve partire da gente come noi. Quando è iniziata la crisi alla Smith la popolazione ha agito subito perché sapeva quanto quell’azienda era importante, e quella mobilitazione è stata avvio di una presa di coscienza. La mobilitazione degli operai della Smith ha dato a una coscienza nuova, base per fare una politica diversa.
Questa presa di coscienza deve essere superamento dei propri limiti, e servire perché anche altri prendano coscienza, dice, riferendosi al messaggio dei lavoratori del CLP di Napoli.
È parte di questa coscienza conoscere quante risorse abbiamo a disposizione, quante ce ne sono in Val di Cecina. È espressione della forza di questa coscienza l’attrazione che ha esercitato ed esercita sugli esponenti politici a livello locale, che si sono fatti portavoce degli operai in lotta, che si sono incatenati per protesta, che hanno proclamato la necessità di fare anche azioni illegali.
I padroni hanno una concezione opposta. A Saline di Volterra la Solvay di Rosignano sta sfruttando le risorse del territorio e non dà niente in cambio, né posti di lavoro né fondi, e si fa complici quei politici locali che ragionano come loro, che considerano la politica mercato.
I padroni e i politici al loro servizio dividono le masse popolari. Le multinazionali intervengono su determinati territori a scapito di altri, mettendo le popolazioni in conflitto tra loro. Sfruttano quei territori fino a esaurirne le risorse e vanno via, come fossero potenze coloniali o peggio, perché non hanno alcun interesse al futuro di un territorio e di chi lo abita, ma pensano solo al proprio profitto.
Maleno Mori si è occupato anche della geotermia, la questione di cui ha parlato Luciano Pacini. Racconta dello studio epidemiologico sul territorio dell’Amiata che collegamento la geotermia e le patologie che si stanno sviluppando in zona, studio che hanno interrotto per concludere che se gli amiatini si ammalano è colpa del loro stile di vita: bevono e fumano troppo.
Fabio Gambone interviene ricordando i 180 km di corsi d’acqua che i lavori per la TAV hanno dissecato in Mugello. Dobbiamo cambiare questo sistema che ci porta all’estinzione, dice.

Un’idea che si articola in progetto: il Governo di Blocco Popolare
Cambiare questo sistema è possibile. Il passo da fare oggi è creare le condizioni per un Governo di Blocco Popolare, fondato sulle organizzazioni operaie sulle organizzazioni popolari, capace di rispondere agli interessi immediati delle masse popolari verso cui la borghesia imperialista adotta misure di guerra. Secondo Lino Parra, segretario della sezione di Cecina del Partito dei CARC, l’organizzarsi di cui si parla nell’assemblea del 25 luglio a Napoli e in questa di oggi a Massa è costruire condizioni per il Governo di Blocco Popolare, un governo che faccia funzionare le cose.
Noi operai siamo legati al nostro lavoro, ci teniamo a che le cose funzionino. Lo diceva anche oggi a un suo compagno di lavoro in ferrovia, mentre toglievano l’erba dai binari, che non dobbiamo rassegnarci, che dobbiamo pretendere che le cose funzionino.
Fare sì che le cose funzionino significa lavorare, perché di lavoro da fare ce n’è. Significa usare i soldi per quello che serve al territorio e alla popolazione, e non usare territorio e popolazione per fare soldi. Il sindaco di Volterra e altri sindaci, quelli che si sono incatenati per protesta, lo hanno detto in una assemblea assieme ad Angelo Tani e a Maleno Mori: i soldi che abbiamo dobbiamo impiegarli per organizzare attività sul territorio.
Ricorda l’ultima assemblea a Saline cui ha preso parte come una gran bella esperienza. In particolare ricorda un ragazzetto di tredici anni che ha detto di volere restare, di non volere emigrare. In quella assemblea Angelo Tani ha dato atto al Partito dei CARC per il sostegno alla lotta. Bisogna avanzare nell’unità tra partito e classe operaia, dice.
Ha ragione. Il primo PCI dagli anni Cinquanta in poi ha avviato un processo in cui si combinavano il progressivo tradimento degli interessi e delle aspirazioni e delle masse popolari e la lenta disgregazione dello stesso partito, processo condotto da elementi come Giorgio Napolitano e di cui in Toscana abbiamo esempi a non finire (non a caso Renzi è stato coltivato qui). Questo ha prodotto tra gli operai e tra tutte le masse popolari disgusto per la politica, per cui l’idea è che “la politica non deve entrare nelle lotte” (e magari da nessuna parte, nemmeno nei discorsi tra figli e genitori, per dirne una). È una idea sbagliata, come quella di chi per essere stato costretto a bere acqua marcia pensa di rinunciare a bere. Gli operai hanno bisogno di un partito, e deve essere il loro partito.
Su questo tornerà più oltre Stefania Favoino, della sezione del Partito dei CARC di Sesto S. Giovanni, che ricalca l’intervento del suo compagno di Cecina. In tutti gli interventi ha sentito parlare di Governo di Blocco Popolare. Il punto di partenza sono le lotte rivendicative, ma poi è importante sviluppare la coscienza. Le lotte partono spontaneamente ma l’intervento del Partito è quello che serve per consentire alla classe operaia di dirigerle con coscienza. È quindi importante il legame aperto che si è stabilito tra partito e operai alla Smith, e lo stesso è avvenuto a Sesto S. Giovanni, l’intervento del P.CARC ha avuto riconoscimento dai lavoratori del Comune in lotta, perché apre una prospettiva.
Lino Parra conclude raccomandando l’unità tra i lavoratori. Parla delle contraddizioni che nascono tra noi, tra chi è rimasto al lavoro e chi no, dicendo che chi è fuori deve porsi come dirigente di tutti gli operai. I lavoratori che sono stati espulsi dalla fabbrica devono lottare insieme a quelli che sono rimasti. Questo che dice è esempio della coscienza nuova su cui insisteva Maleno Mori. È una coscienza che deve servire a unirci, contro quella dei padroni, che mira a dividerci.

L’ignoranza delle masse popolari e l’ignoranza di noi comunisti
Dopo una interessante relazione di Andrea Calevro, giovane che lavora al Carrefour di Massa, e il resoconto delle lotte di difesa di Davide Banti, del Cobas di Viareggio, che si occupa di igiene ambientale, è intervenuto Giacomo Burresi, del circolo G. K. Zhukov di Poggibonsi. Il compagno ha ripetuto un concetto già espresso al dibattito sui giovani del giorno precedente: è difficile coinvolgere gli operai, i giovani e tutti gli altri elementi delle masse popolari quando i padroni e in generale la classe dominante, cioè la borghesia imperialista non danno risposta alcuna alle nostre rivendicazioni. In altre parole, le lotte non raggiungono alcun risultato e anzi, aggiungo, la borghesia marcia all’attacco anche delle conquiste che la classe operaia e le masse popolari hanno raggiunto nel mezzo secolo che abbiamo alle spalle. Questo fatto nel linguaggio del nuovo PCI e delle forze che marciano insieme a lui in carovana verso il mondo nuovo è indicato come “riformismo senza riforme”. Il PRC in cui milita il compagno è erede di una lunga stagione in cui il vecchio PCI si era mantenuto relativamente stabile e forte grazie a un compromesso con la borghesia: la borghesia rispondeva alle rivendicazioni della classe operaia e in cambio la classe operaia con il suo partito rinunciava all’idea di fare la rivoluzione. Questa stagione ha iniziato la sua fine con l’inizio della crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale, a metà degli anni Settanta dello scorso secolo, il patrimonio dei “riformisti” si è progressivamente assottigliato e oggi agli eredi rimangono solo debiti. Per questo il PRC è in via di dissoluzione, nonostante la volontà, la determinazione e l’ostinazione di compagni come Giacomo Burresi e degli altri che tengono in piedi il circolo di Poggibonsi.
È chiaro che se non è con progressive riforme che si arriva al socialismo, bisogna ripensare a fare la rivoluzione, cosa per la quale ci vuole scienza. Innanzitutto siamo noi comunisti che dobbiamo studiare, perché il problema è la lnostraignoranza, non l’ignoranza delle masse popolari.
Burresi si meraviglia del fatto che è riuscito a ottenere un diritto nella sua lotta sindacale ma nessuno dei suoi compagni di lavoro (lavora nel settore agroalimentare) ne ha voluto usufruire. Racconta però che ha vinto la lotta facendo intervenire i delegati di livello superiore, e non grazie alla mobilitazione dei lavoratori interessati. È solo nella mobilitazione che gli operai si fanno quella “nuova coscienza” di cui ha parlato in questa assemblea Maleno Mori.
Per questa nuova coscienza serve, oltre alla partecipazione delle masse popolari, che ci siano comunisti con le idee abbastanza chiare sulla situazione, cioè sulla crisi in corso e le possibili vie d’uscita, e sulla strategia per il cambiamento, il che oggi significa sapere come creare le condizioni per un Governo di Blocco Popolare e farlo. Questo manca al compagno Burresi, come manca in generale a tanti compagni che pure aspirano al progresso e alla rivoluzione.
Sono i comunisti che devono studiare, e non le masse che sono ignoranti. Penso a un compagno dirigente regionale della Toscana del Partito Comunista guidato da Marco Rizzo, che su Facebook ha pubblicato uno studio sulla “ignoranza delle masse”, e a un altro compagno, delegato alla CSO di Scandicci, che ha condiviso questo pregiudizio. È un pregiudizio che parecchio danno ha fatto al movimento comunista del nostro paese, quello secondo cui più di tanto non possiamo avanzare o non possiamo avanzare per nulla perché le masse non ci seguono. Questo pregiudizio è veleno, è diserbante per la nostra prateria, se vogliamo tornare all’intervento di Luciano Pacini a inizio dell’assemblea, ed è stato elaborato e diffuso nella fabbrica dei revisionisti moderni, dei Togliatti e dei Napolitano, con il contributo importante di intellettuali che si sono spacciati per marxisti, come Marcuse, della Scuola di Francoforte, e come i suoi seguaci italiani, di cui il più famoso è Toni Negri.
Se le masse popolari non ci seguono il problema è di noi comunisti. Non abbiamo studiato abbastanza, e magari la nostra scienza si riduce a ripetizione di quello che hanno detto i classici o i dirigenti del partito, e/o non siamo abbastanza convinti di andare fino in fondo, cioè fino alla vittoria. È quindi un problema di riforma intellettuale e morale, per usare il termine adottato da Gramsci. I comunisti oggi non sono ancora in grado di essere dirigenti, nemmeno se la rivoluzione scoppiasse e la masse bussassero alla loro porta per dare loro le chiavi delle città e del paese, cosa molto poco probabile. I comunisti però possono diventare capaci di dirigere, studiando agendo come scienziati e combattenti, e nessun nemico e nessun ostacolo può frapporsi a questa loro elevazione. Nessuna borghesia “che attacca le masse popolari senza nemmeno rispettare le regole” (perché dovrebbe farlo? è un nemico, e questa è una guerra) e nessuna presunta ignoranza o paura delle masse può impedire a noi comunisti di fare il nostro lavoro, cioè di costruire la rivoluzione, e oggi di creare le condizioni per il Governo di Blocco Popolare.

Passare dalla difesa all’attacco
L’ultimo intervento è stato quello di Federico Giusti, della Confederazione dei Cobas. Federico Giusti è un militante del movimento sindacale da sempre in prima linea. Interviene per dire che stanno lavorando per un coordinamento tra lavoratori e disoccupati contro le divisioni tra gruppi contro le divisioni sono un retaggio del passato, radicatosi anche nel sindacalismo di base. Il centro del suo intervento sono quindi la lotta contro le divisioni nel campo delle forze politiche e sindacali che lottano per la difesa dei lavoratori e delle masse popolari contro l’attacco che la borghesia imperialista muove nei loro confronti in modo sempre più esteso e in profondità, e i sindacati di regime che di questo attacco sono complici. Al compagno, cui riconosciamo l’intensità e la continuità nell’impegno in difesa dei lavoratori e delle masse popolari, portiamo come contributo le nostre conclusioni secondo cui per passare all’attacco la soluzione è politica, che cemento per unire le forze è sul piano teorico l’unità sulla analisi scientifica delle attività con cui gli esseri umani fanno la loro storia, e sul piano pratico il lavoro operaio.

La lotta di classe non va in ferie
Questo è quello che ha detto Fabio Gambone nelle sue conclusioni. In effetti ci sono cose che non si interrompono, come respirare, ad esempio. Il compagno ha quindi indicato le iniziative prossime, come la costituzione del Comitato all’ospedale Meyer, e ha fatto appello perché ciascuno nei propri territori riproduca iniziative come questa, dove possiamo continuare a vederci, a organizzarci, a coordinarci. Noi, come membri del Partito dei CARC, impegnati a “fare quello che diciamo” come dice Roberto Rugi riferendosi al suo lavoro sindacale, faremo in modo che questo appello si traduca in realtà in ogni parte del paese dove siamo e dove stiamo andando, fiduciosi di avere successo, con gli strumenti e le armi che abbiamo forgiato in tutta la storia nostra e in quella del movimento comunista che abbiamo ereditato.

Paolo Babini
Responsabile per i dibattiti della Commissione Centrale delle Feste della Riscossa Popolare
Firenze, 21 agosto 2015

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