A margine dell’assemblea operaia svolta durante la Festa della Riscossa Popolare di Massa abbiamo intervistato due compagni: un operaio della Smith International S.p.a. (del gruppo multinazionale Schlumberger) e un esponente del Comitato per la difesa della Val di Cecina.
Le loro esperienze, per quanto piccole e forse poco conosciute, mostrano praticamente due tendenze positive del movimento popolare.
La prima è quella che riassumiamo in “occuparsi dell’azienda e uscire dall’azienda”: gli operai della Smith l’hanno adottata nella lotta contro la chiusura della fabbrica ed è questo che gli ha permesso di ottenere come risultato, al momento parziale, che la fabbrica rimanesse aperta. Adesso la mobilitazione continua e ha come obbiettivo la ricollocazione dei 114 operai (su 200) in mobilità. Che lo raggiungano non dipende dalle buone intenzioni di istituzioni e autorità, ma da quanto mettono a frutto ciò che hanno imparato: gli organismi operai che non si isolano, non si chiudono nell’azienda, che vanno a cercare la solidarietà, spingono alla mobilitazione, sono in grado di far valere la loro forza.
La seconda tendenza dimostra che un gruppo compatto di attivisti può mettere a contribuzione per la battaglia che conduce tecnici, studiosi, ricercatori, indispensabili per elaborare le alternative (proposte) da contrapporre a ciò che le autorità vogliono imporre. Sta a chi promuove la mobilitazione trovare i modi, gli strumenti e i la via per rilanciare la lotta affinchè le proposte alternative vengano praticate direttamente (cioè la loro applicazione non sia delegata alle autorità e alle istituzioni).
La tendenza che ancora non si è espressa in modo deciso e risolutivo è quella di combinare le due lotte, espressione della mobilitazione popolare dello stesso territorio, affinchè una rinforzi l’altra. Questa evoluzione non è spontanea, occorre che diventi un preciso obiettivo e degli uni (gli operai della Smith) e degli altri (il comitato per la Difesa della Val di Cecina), un obiettivo che può essere raggiunto se diventa strumento per perseguirne uno superiore e unitario, iniziare dal basso a costruire la nuova governabilità del territorio e del Paese.

Intervista a A. Tani, operaio della Smith
Qual è l’attuale situazione che state vivendo?

Per inquadrare la situazione occorre fare una premessa. L’importanza del nostro stabilimento non sta tanto nel sito produttivo quanto nel capitale umano formato a eseguire operazioni uniche e irripetibili, perché abbiamo un’esperienza di meccanica del settore di sessant’anni e il processo è caratterizzato da una forte componente artigianale, non è un processo automatizzato. Per esempio nel nostro processo produttivo per formare un saldo brasatore ci vogliono circa due anni di esperienza e non è detto che effettivamente il lavoratore sia poi in grado di fare perfettamente quel lavoro. La cosa peggiore che ci possa capitare è la dispersione di questo capitale umano. Eppure l’alta qualifica e la specializzazione non hanno preservato dai licenziamenti: da circa 200 che eravamo sono rimasti in 78. Siamo convinti che non dobbiamo proporci personalmente a questa o quell’azienda, perché disperderemmo una capacità produttiva che non ha eguali in Europa. Vogliamo la ricollocazione per tutti.

Come inizia la vostra lotta e come l’avete sviluppata?

Nella primavera scorsa è arrivata la doccia fredda della chiusura della fabbrica. Ma non ci siamo arresi. In un gruppo di operai abbiamo iniziato la mobilitazione, nata inizialmente fuori dai sindacati, che sono subentrati successivamente a traino della mobilitazione che abbiamo promosso.
Come operai avevamo deciso di portare avanti la linea per cui se si perdeva, si perdeva tutti e se si vinceva, si vinceva tutti. Il sindacato, invece, non poneva preclusioni ad “altre soluzioni”, che infatti sono quelle che poi ci sono state imposte: salvare l’azienda a ogni costo, ma non gli operai.
Come operai abbiamo da subito spinto per uscire dai cancelli, abbiamo intrapreso una serie di azioni con cui siamo abbiamo cercato e ottenuto una visibilità nazionale, sia dal punto di vista sindacale che politico, sulla vertenza, raccogliendo, fra varie, la solidarietà della Protezione Civile locale che ha allestito il presidio permanente con cui abbiamo bloccato il deposito merci. Il sindaco di Volterra e i sindaci dei comuni limitrofi hanno contribuito a tenere alta l’attenzione sulla vertenza. Infine abbiamo partecipato dove potevamo, attraverso irruzioni al Giro d’Italia, al GP del motomondiale al Mugello, siamo stati a Servizio Pubblico e anche il TG3 nazionale ci ha dedicato un servizio. Di tutta questa mobilitazione mi hanno letteralmente stupito, positivamente, i giovani operai. Da che erano abituati a delegare, si sono messi alla testa della mobilitazione e ne sono stati anima e forza trainante.

Cioè?

Il giorno stesso in cui abbiamo ricevuto la notizia della chiusura, questi giovani che sono sempre stati ritrosi a prendere posizione hanno “tolto il velo” e si sono messi alla testa della mobilitazione. Sono giovani talmente validi che oggi, avendo costruito insieme questo percorso, mi sento di poter fare un passo indietro affinché prendano loro in mano la direzione della lotta. Purtroppo questa presa di posizione l’hanno pagata cara: sono stati inseriti nelle liste di proscrizione, così, nonostante siano ragazzi ineccepibili dal punto di vista professionale, per loro posto in azienda non ci sarà, comunque vadano le cose.
Te ne senti addosso la responsabilità, ma loro coscientemente si sono assunti questa responsabilità, non rimpiangono niente e anzi lo rivendicano perché ha ridato loro dignità, lo rifarebbero ancora e andrebbero anche più a fondo. È bello perché sono ragazzi che cercano di essere protagonisti del loro futuro.

La mobilitazione che avete costruito e la solidarietà raccolte hanno permesso di raggiungere una prima vittoria, l’azienda infatti non è stata chiusa. Quali prospettive per la vostra lotta? Come intendete mettere mano al recupero dei posti di lavoro?

A Volterra – su nostra spinta – a settembre si terrà un Consiglio Comunale aperto per parlare dei problemi della Smith, in cui la partecipazione della popolazione è importante. C’è già stato un Consiglio Comunale in cui il Presidente della Regione, Rossi, si è impegnato a ricollocare i licenziati attraverso un tavolo tra Regione Toscana, il Ministero dell’Economia, Eni, Enel e i capi della multinazionale, Schlumberger. Noi vogliamo utilizzare questo Consiglio Comunale per promuovere la creazione di aziende di servizio e attività per ricollocare queste 114 persone e non dissolvere l’alta qualifica e la specializzazione dei lavoratori.
Riguardo alla lotta per questo obbiettivo, l’aspetto positivo è che il gruppo di lavoratori che la conduce è compatto e intende continuare a lottare fino a quando non avrà ricollocazione; non solo per una questione personale, ma perché, prima di tutto, la perdita di posti di lavoro significa la distruzione di un territorio. La perdita di aziende in un contesto come la Val di Cecina significa dispersione della cittadinanza alla ricerca di lavoro in altre zone, la conseguenza è la perdita di presidi fondamentali per garantire una vita dignitosa a chi vive qui. Prendo come esempio la sanità pubblica: se ancora riusciamo a salvaguardare la presenza di un ospedale con dei posti letto dalla minaccia di farlo diventare un presidio sanitario è per la presenza delle aziende e dei lavoratori. Anche le scuole riusciamo a tenerle aperte perché arrivano iscrizioni da altri comuni.
Vediamo bene quindi come la chiusura di un’azienda non è un dramma individuale, ma riguarda un’intera comunità: tolta questa risorsa e la possibilità di avere un indotto che crea occupazione, vengono disintegrate le prospettive di un territorio…

Intervista a M. Mori, Comitato per la difesa della Val di Cecina
Perché è nato il comitato?

Il Comitato nasce all’incirca venti anni fa dalla lotta contro la discarica destinata a prodotti tossici e nocivi che si voleva realizzare a Saline, la sua realizzazione avrebbe inficiato completamente le possibilità di sviluppo del territorio e l’avrebbe devastato. Poi c’è stato un fatto determinante, legato allo sfruttamento delle saline: un accordo segreto tra il Monopolio di Stato e la Solvay che ai tempi sfruttava delle concessioni vicino al paese, che secondo i criteri produttivi della multinazionale erano arrivati a una fase di crisi produttiva. Quindi, la Solvay aveva bisogno di spostarsi, la salina aveva bisogno di fare ulteriori fori, ma non aveva le competenze tecniche, e così è nato questo accordo che concedeva alla Solvay la proprietà delle saline.
La salina di Stato è nata nel 1792 e per due secoli è stata il fulcro dell’economia della Val di Cecina, impiegando dai 600 ai 700 lavoratori, fino agli anni ’50 i lavoratori erano 350, con l’accordo tra Monopolio e Solvay i lavoratori sono diventati 151. Oggi nella salina lavorano solamente 41 operai.
Il Comitato si oppone al saccheggio sconsiderato del territorio, cerchiamo soluzioni alternative allo sfruttamento intensivo da parte di una multinazionale come la Solvay, che mette a rischio anche il paese, poiché le pompe sorgono a poche centinaia di metri dal paese e il rischio è che l’acqua che rimane nei tunnel corrodendo la terra apra voragini che ingoiano la città.

Quali sono le linee di sviluppo della vostra mobilitazione?

Da che eravamo nessuno, abbiamo creato una task force di docenti e ricercatori universitari in campo geologico con i quali abbiamo prodotto una serie di documenti che hanno messo in difficoltà gli uffici legali della Solvay: non sono mai riusciti a smentire nessuna delle tesi che abbiamo portato avanti. Attraverso il coinvolgimento della popolazione e le battaglie legali siamo riusciti a bloccare un progetto da 12 milioni di euro dimostrando la falsificazione delle carte da parte della Regione.
Il comitato non solo ha fatto opposizione, ma abbiamo sempre cercato di essere propositivi, proprio come dite voi, si può dire che siamo stati dei pionieri in questo senso. Il nostro intento è stato da sempre quello di valorizzare il sale, di cercare di fare in modo che la salina torni a essere uno stabilimento all’avanguardia che occupi persone, perché quella è la nostra risorsa.
Vediamo dalla nostra esperienza che ci sono tante persone che hanno capacità, conoscenze, risorse intellettuali e potrebbero dare grandi contributi, sono capaci e tecnicamente formate, ma spesso è difficile coinvolgerle…

E’ difficile coinvolgerle, aggiungiamo noi, perché non basta cercare di convincerle: quanto più la mobilitazione popolare incalza, tanto più saranno spinte a dare il loro contributo, a valorizzare le loro conoscenze, ad avere un ruolo nella costruzione dell’alternativa.
La contraddizione che vivono gli ex operai della Smith e gli attivisti del Comitato per la Difesa della Val di Cecina è la stessa che vive la miriade di comitati, organismi, reti e coordinamenti similari, quella fra il chiedere alle (o pretendere dalle, poco cambia) istituzioni e alle autorità di fare ciò che loro indicano debba essere fatto o assumersi la responsabilità diretta di iniziare ad attuare le misure necessarie per fare fronte a disoccupazione, devastazione ambientale, saccheggio del territorio.

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