“La vita dei paesi socialisti creati durante la prima ondata della rivoluzione proletaria copre un periodo relativamente breve, dal 1917 ad oggi. Nella loro vita i paesi socialisti hanno attraversato fondamentalmente tre fasi.

La prima fase inizia con la conquista del potere da parte della classe operaia ed è caratterizzata dalle trasformazioni che allontanano i paesi socialisti dal capitalismo e li portano verso il comunismo. È la fase della “costruzione del socialismo”. Questa fase per l’Unione Sovietica è durata quasi 40 anni (1917-1956), per le democrazie popolari dell’Europa orientale e centrale circa 10 anni (1945-1956), per la Repubblica popolare cinese meno di trent’anni (1950-1976).

La seconda fase inizia quando i revisionisti moderni conquistano la direzione del partito comunista e invertono la marcia della trasformazione. È la fase caratterizzata dal tentativo di restaurazione graduale e pacifica del capitalismo: non vengono più compiuti passi verso il comunismo, i germi di comunismo vengono soffocati, si dà spazio ai rapporti capitalisti ancora esistenti e si cerca di richiamare in vita quelli scomparsi, si ripercorre a ritroso il cammino percorso nella prima fase, fino alla patetica proposta della NEPfatta da Gorbaciov alla fine degli anni ottanta! È la fase del “tentativo di restaurazione pacifica e graduale del capitalismo”. Questa fase si è aperta per l’URSS e le democrazie popolari dell’Europa orientale e centrale grosso modo nel 1956 ed è durata fino alla fine degli anni ‘80, per la Repubblica popolare cinese si è aperta nel 1976 ed è ancora in corso.

La terza fase è la fase del “tentativo di restaurazione del capitalismo a qualsiasi costo”. È la fase della restaurazione su grande scala della proprietà privata dei mezzi di produzione e della integrazione a qualsiasi costo nel sistema imperialista mondiale. È la fase di un nuovo scontro violento tra le due classi e le due vie: restaurazione del capitalismo o ripresa della transizione verso il comunismo? Questa fase si è aperta per l’URSS e le democrazie popolari dell’Europa orientale e centrale grosso modo nel 1989 ed è ancora in corso”.

Il Manifesto Programma del (n)PCI da cui è estratto il testo (1.7.3.La fasi attraversate dai paesi socialisti) è stato pubblicato nel 2008, all’inizio della fase acuta e irreversibile della crisi. Nel suo corso, la crisi sta travolgendo tutti i paesi del mondo, fra cui la Cina. Nelle settimane scorse la punta dell’iceberg degli stravolgimenti che stanno investendo anche la Cina è stato il tracollo della borsa. Tale fenomeno ha spiegazione logica (cioè non rimane nelle foschie delle teorie del caos promosse dalla borghesia) solo se analizzato alla luce di due fattori che si combinano: il primo è la guerra finanziaria che imperversa su ogni fronte, e la Cina non è esclusa dalle manovre, dalle fluttuazioni, dalle mareggiate e dai vortici che sconquassano il sistema finanziario mondiale; il secondo è il processo di trasformazione proprio della Cina: un paese che attraversa il passaggio dalla seconda alla terza fase di vita dei primi paesi socialisti.

Dice il (n)PCI in proposito: “In questo paese, che comprende poco meno di un quinto dell’umanità, sta arrivando a conclusione la seconda fase dei primi paesi socialisti. Arriva alla fine il tentativo di instaurare gradualmente e pacificamente nel paese il sistema capitalista, lanciato dopo la scomparsa (1976) di Mao Tse-tung dai revisionisti moderni capeggiati da Teng Hsiao-ping. Dall’integrazione graduale e pacifica nel sistema imperialista mondiale, la borghesia cresciuta durante la seconda fase e i fautori “comunisti” della via capitalista devono cercare di far passare la Cina all’integrazione ad ogni costo, scontrandosi sia con la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti che sopravvive solo se estende e rafforza il suo dominio del mondo, sia con la resistenza delle masse popolari cinesi” – Comunicato del 2 settembre 2015.

“Alcuni esponenti della sinistra borghese e perfino alcuni che si dicono comunisti (e non in tutti i casi c’è motivo di dubitare della loro buona fede) hanno eretto la Cina a faro della loro speranza di salvezza contro il disastroso corso delle cose. Li confortano il grande sviluppo economico della Cina e la sua espansione economica, finanziaria e in una certa misura anche culturale nel mondo. Essi sostengono che, considerando la combinazione dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e SudAfrica), l’impasse in cui la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti si è cacciata e i contrasti crescenti al suo interno, il crescente sviluppo delle relazioni politiche internazionali della Cina, la forza militare della Russia e della stessa Cina, questa potrebbe costituire nel mondo una efficace alternativa all’imperialismo americano, anziché semplicemente essere il suo principale concorrente per il dominio del mondo. Quelli che si dicono comunisti fanno inoltre valere che in Cina gran parte delle forze produttive sono ancora pubbliche (governo centrale, governi regionali, comuni, cooperative e affini) e che il governo del paese è ancora in mano al Partito Comunista Cinese, che mantiene relazioni con altri partiti comunisti e un linguaggio marxista.

Per orientarsi occorre tener presente che il socialismo non si riduce allo sviluppo delle forze produttive e mettere invece in primo piano l’andamento delle relazioni tra le classi. In Unione Sovietica la proprietà delle forze produttive ufficialmente rimase pubblica e il linguaggio apparentemente marxista fino alla dissoluzione. Inoltre se la corsa della Cina a raggiungere e sorpassare gli imperialisti USA sul piano industriale, commerciale e finanziario procede a grandi passi, sul piano politico la Cina subisce l’iniziativa degli imperialisti USA. Questi hanno ereditato un sistema consolidato e capillare di relazioni politiche che coprono tutto il mondo e arrivano all’interno delle classi dirigenti di ogni paese. Qui gli imperialisti USA coltivano le loro relazioni, tessono le loro manovre e i loro intrighi. Essi inoltre dispongono di un potenziale militare molto superiore a quello cinese, un potenziale che per di più rafforzano in modo forsennato per mantenere la superiorità. Oggi sono gli imperialisti USA che conducono intense attività sovversive sul territorio cinese e montano provocazioni anticinesi nei territori e paesi vicini. Il regime cinese non solo non sostiene il malcontento e le rivolte della popolazione degli USA, ma subisce e incassa perfino l’estromissione da paesi terzi (vedasi la Libia) e si accoda alle sanzioni imposte dagli USA ai paesi (vedasi l’Iran) che non lasciano libero campo alle attività americane” da la Voce del (n)PCI n. 50, “La Cina non è vicina”.

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