Nel suo intervento al IV Congresso, Roberto Rugi (operaio del Comitato degli iscritti FIOM alla CSO di Scandicci) ha illustrato un esempio di costruzione di un’organizzazione operaia in un’azienda capitalista. Nell’intervista che gli abbiamo fatto, ci siamo concentrati sull’azione che essa sta conducendo, insieme all’organizzazione operaia della GKN di Campi Bisenzio, fuori dalla fabbrica.
L’intervista, di cui pubblichiamo qui di seguito degli estratti (la versione integrale è pubblicata su www.carc.it), indica bene la strada che operai e lavoratori possono e devono imboccare per far valere il ruolo determinante che hanno nella società. Alla CSO state promuovendo quel processo che noi sintetizziamo con occuparsi delle aziende e uscire dalle aziende. Da dove siete partiti e quali difficoltà avete incontrato?
(…) Abbiamo iniziato a ragionare da tempo sul fatto che “nessuno si salva da solo”. Siamo partiti dalla fabbrica, dalla nostra singola realtà, da un contratto integrativo e quello che inizialmente era chiaro solo agli operai più avanzati è via via diventato chiaro a tutti: non è possibile creare un luogo di lavoro libero, democratico e sano in un contesto che ti rema contro, in una società che non ti accetta come soggetto politico, perché i lavoratori non hanno voce.
Voi del P.CARC con la vostra linea entrate in un tema prettamente politico, mentre io sono un esponente prettamente sindacale, quindi ho una visione un po’ limitata della questione, però è evidente, anche dal punto di vista sindacale, che non si può vincere (se a vincere si dà il significato pieno del termine) una battaglia in un singolo luogo. La si vince sul territorio espandendo la lotta. (…)

Uscendo dall’azienda che riposte avete trovato?
Premetto che, naturalmente, si parla sempre di singole realtà. E devo dire che le risposte sono sempre state buone. Ci siamo posti come lavoratori sensibili a determinati problemi che sono prima di tutto quelli del lavoro, poi quelli ambientali, la guerra e quant’altro. Ci siamo posti come soggetto aperto al confronto con le altre realtà popolari, con i movimenti un po’ più radicati… con ciò non voglio dire che bisogna condividerne in pieno o in tutto il programma o il progetto, ma trovare un terreno comune (…). Abbiamo sempre avuto risposte positive non tanto nella partecipazione numerica: noi non pretendiamo di radunare folle oceaniche, ci proponiamo invece di mobilitare altri organismi. E alle nostre iniziative, pur consapevoli dei nostri limiti, hanno risposto tantissimi a cominciare da organizzazioni sindacali. Io sono iscritto alla FIOM, ma alle nostre manifestazioni hanno partecipato rappresentanti della CUB, dei COBAS, dell’USB, il Movimento per la casa, movimenti antifascisti… e noi non abbiamo mai precluso il rapporto con nessuna forza che si contrapponga al governo attuale, locale e nazionale. Quindi le considero iniziative positive.

Questa risposta è una dimostrazione del ruolo di traino della classe operaia…
Assolutamente sì, ne siamo convinti. Faccio una precisazione prima di continuare: la RSU oggi ha molti vincoli che, per l’età che ho, faccio fatica a concepire… preferisco pensare che dentro l’azienda ci sia il Consiglio di Fabbrica, anche se so che oggi non è così…. Comunque, l’organizzazione degli operai, la chiamo Consiglio di Fabbrica, deve avere due capisaldi. Uno è l’antifascismo. Il Consiglio di Fabbrica deve essere un presidio di antifascismo e antinazismo assolutamente invalicabile. Non è possibile immaginare una rappresentanza di lavoratori in cui si possa insediare anche solo un germe di fascismo, è una questione di classe, proprio.
Il secondo è il protagonismo operaio. Guardate che io sostengo un sacco di movimenti a cominciare dai No Tav, No inceneritore e quant’altro… ma penso che se non riescono a instaurare un rapporto con i lavoratori che stanno sul territorio e che sono coinvolti poi da queste problematiche, non possono vincere.

Quali sono gli aspetti su cui fare leva per uscire dalle aziende e occuparsi del territorio?
Partiamo dal fatto che noi operiamo senza un vero soggetto politico di riferimento e questo per i lavoratori è un problema. Non avere un partito – per quanto socialdemocratico, per quanto revisionista – che si occupa o cerca di occuparsi della questione dei lavoratori, per noi è un problema perché rimanendo sul piano sindacale è difficile collegarsi con l’esterno. Il tentativo di collegare i movimenti con i lavoratori è un’operazione politica, quindi… noi facciamo quello che è possibile, ma naturalmente ci sono i limiti.
Dunque cerchiamo di promuovere conoscenza e consapevolezza sul che fare, perché oggi c’è un’impreparazione culturale preoccupante dei lavoratori. Che naturalmente non è colpa loro, anni e anni di concertazione li hanno privati di dibattito; una condizione economica che punta tutto sul ricatto e quindi non ti permette grandi riflessioni… io sono il primo che dice che quando uno è con le spalle al muro, le discussioni filosofiche lasciano un po’ il tempo che trovano. Noi cerchiamo di occuparci di tutto perché proprio non c’è vittoria nel mondo del lavoro se non c’è vittoria nella società: pensare a un mondo del lavoro con tutti i diritti in una società repressiva ed escludente non è possibile, come non è possibile il contrario. (…)Quindi bisogna ricostruire anche una coscienza e soprattutto il lavoratore oggi si deve rendere conto che occupa un punto preciso della società e quindi ha dei nemici e degli alleati e bisogna assolutamente discernere chi sono i nemici e chi sono gli alleati, potenziali, provvisori, permanenti, ma questo è indispensabile.
(…)La butto lì come esempio: se io lavorassi in una fabbrica di armi, come mi collego col movimento per la pace? Magari io come lavoratore costruisco una pistola, ma questo non vuol dire che io voglia fare una guerra imperialista, quindi devo collegare il mio ruolo di lavoratore con il movimento. È difficile in un mondo che fa della divisione la logica… ecco perché gli operai devono intervenire in tutti i campi e noi cerchiamo di intervenire su tutto, dalla riforma della scuola all’ampliamento dell’aeroporto. Noi cerchiamo di collegarci con tutti quei movimenti che a nostro avviso hanno una prospettiva comune.

Visto che prima hai introdotto la questione, che differenza passa e che collegamento esiste tra lotta sindacale e lotta politica?
La lotta sindacale è sempre parziale, cioè parte oggettivamente dalle condizioni di lavoro, quindi è una lotta prettamente salariale, perché poi tutti si va a lavorare per i soldi… naturalmente poi ci va collegata tutta una serie di temi: la sicurezza sul lavoro, i diritti… che sono la porta che ti permette di collegarti alla società. Quindi c’è una serie di problemi che sono però circoscritti all’ambito del luogo di lavoro, e naturalmente il sindacato si occupa di questi ed è evidentemente insufficiente. Non esiste una fabbrica in cui vengono rispettati tutti i diritti. Voi ci credereste che in una fabbrica in Turchia vengono rispettati tutti i diritti? No, perché la società non è strutturata per accettare quel tipo di diritti, quindi è del tutto evidente che ci sono delle limitazioni all’agire sindacale perché l’agire sindacale si rifà a un campo delimitato nel territorio e nello spazio, la politica invece ha il ruolo più ampio di modellare una società… è una cosa molto diversa. (…)

Una delle cose che avete fatto è promuovere la mobilitazione contro il Jobs Act, non solo prima, per impedirne l’approvazione, ma anche dopo, giusto? Su che cosa avete fatto leva?
(…)Noi come singola azienda, sul Jobs Act abbiamo fatto una lotta esemplare; ben oltre quelle che sono state le mobilitazioni generali: noi siamo partiti prima e abbiamo finito dopo. Naturalmente non è che una singola azienda può farsi carico di una battaglia in questo modo. La questione del Jobs Act rimane viva e noi cerchiamo di intervenire, ora che è un dato di fatto, laddove i padroni cercano di applicarlo… La mia vecchia cultura operaia mi dice che la legge c’è e non c’è. Quello che conta nella società sono i rapporti di forza, per cui le leggi vanno a certificare uno stato già esistente di fatto. Ricordo benissimo quando gli operai non avevano il diritto all’assemblea… Beh, qual è il problema? Si fa sciopero e si fa assemblea! Lo Statuto dei Lavoratori poi legittimò le assemblee che già venivano fatte anche prima e senza lo Statuto dei Lavoratori. I licenziamenti senza giusta causa sono anni che vengono fatti, al di là che oggi per legge vengano istituiti. Ecco, noi interveniamo ogni volta in cui il Jobs Act “si manifesta” nei suoi effetti. In CSO a Scandicci si è scioperato con la Piaggio di Pontedera quando il padrone ha tentato di intimidire i lavoratori sulla malattia, usando la minaccia del Jobs Act e ventilando possibili licenziamenti senza giusta causa. Insieme alla GKN, che sono i nostri “partner” sul territorio, abbiamo fatto uno sciopero riuscitissimo. Abbiamo affermato anche così che i lavoratori della CSO e della GKN fanno una battaglia permanente contro il Jobs Act, la partita non è per niente chiusa! Continueremo a intervenire tutte le volte sul “dato di fatto”… Contro le minacce di usare il Jobs Act contro il diritto alla malattia, ad esempio, hanno scioperato in 100 su 120/130 che siamo in CSO… la direzione si guarderà bene dal mandare un provvedimento similare perché sa che si troverà cento lavoratori incazzati. Quindi Jobs Act o non Jobs Act la battaglia si fa come se in effetti non fosse mai entrato in vigore… Certo, non è un sistema ripetibile all’infinito e ovunque: dipende dai rapporti di forza.
Per quanto riguarda il resto ci vuole una battaglia più generale di cui si devono far carico le organizzazioni sindacali che riescono a mobilitare milioni di persone. La nostra mobilitazione riguarda noi e il territorio, è una questione strettamente pratica. Ci hanno accusato di essere “gli eretici della FIOM”, dei “rompicoglioni”, quelli che hanno sempre da ridire su tutto, ma qui c’è un grande fraintendimento… Noi abbiamo sempre applicato quello che il Segretario Generale ha dato come indicazione. Quando indicò l’occupazione delle fabbriche come metodo per non perdere più posti di lavoro, noi siamo andati a sostegno di ogni picchetto e presidio nei luoghi di lavoro. Quando ha lanciato la parola Unions, noi eravamo già partiti, addirittura prima, organizzando una manifestazione che chiamava soggetti diversi… quindi non è vero che noi siamo gli eretici dell’organizzazione. C’è una differenza: c’è chi dice e c’è chi dice e fa. Ecco, noi siamo quelli che fanno.

In sostanza, la mobilitazione contro il Jobs Act può diventare una campagna per promuovere quelli che chiami Consigli di Fabbrica anche in altre fabbriche?
Certo! Abbiamo promosso una serie di organismi, anche interni alla fabbrica, per estendere l’intervento all’esterno. Farlo fuori dalle strutture sindacali risulta molto difficile, nessuno di noi è funzionario a tempo pieno, quindi si deve lavorare e dopo, se ci avanza tempo, bisogna organizzare queste cose.
Stiamo costruendo una rete di contatti, alcuni solidi, altri avviati. Abbiamo un rapporto strettissimo con la GKN con cui facciamo molte iniziative; stiamo stringendo rapporti con i compagni della Piaggio, siamo in contatto con la SAME di Treviglio e con una serie di realtà… Non è che dobbiamo promuovere un altro sindacato, vogliamo dimostrare che esiste una realtà combattiva che è disposta a portare avanti la lotta ben oltre il lancio della parola d’ordine. La parola d’ordine va bene, noi la riceviamo e la applichiamo sul territorio. (…) La critica che faccio alla FIOM, al di là dell’impostazione ideologica, è di non osare. Secondo me i lavoratori oggi sono più pronti di quanto l’organizzazione non creda, nonostante il contesto generale.

Cioè le condizioni per promuovere organismi operai ci sono, dici. Anche la vostra esperienza è frutto di un processo lungo, fatto che conferma anche l’importanza di conoscerla e farla conoscere ad altri lavoratori…
Beh, costruire organismi operai richiede sicuramente processi lunghi… non si risolve puntando al risultato immediato, sono processi che hanno alti e bassi, punti di arresto, ma sicuramente, all’interno della FIOM, in fabbrica, stiamo cercando di creare non solo organismi partecipativi per rendere più facile il compito a un Consiglio di Fabbrica di gestire le situazioni di crisi o meno, ma soprattutto nel preparare una classe operaia capace di dirigere la fabbrica. Capisci che la questione non è solo firmare l’accordo più o meno buono. Noi si è fatto tutto un meccanismo per creare una massa – poi non tutti siamo uguali, ognuno ha i suoi limiti, ognuno si deve impegnare in quello che gli riesce meglio – di creare una massa critica che sia capace non solo di firmare degli accordi più o meno favorevoli, ma che in caso di necessità sia capace di prendere possesso della fabbrica e farla andare avanti. Per questo noi s’è cercato di infilare delegati, rappresentanti, in tutti i luoghi, i posti più strani nell’officina, per avere il controllo perché quando il padrone ci dice “ma il tale posto non funziona, perché vengono presi troppi caffè” e invece non è quella la ragione, io devo sapere come funziona… Compagni studiate! Perché il padrone conosce mille parole, l’operaio cento. Bisogna studiare. Se noi ci si vuole concepire come classe dirigente, dobbiamo essere pronti ad esserlo. Nel frattempo avremo il ruolo che il contesto storico impone, ma la fabbrica va conosciuta. E nessuno può conoscere la fabbrica meglio degli operai.

2014 10 10 scuola jobs act firenze2

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