Lo Stato borghese. Oggi la borghesia presenta il suo Stato come Stato di tutto il popolo. E’ una menzogna che gli è necessaria per imporre gli interessi dei capitalisti come interessi di tutta la società, per far valere la pretesa di limitare nei confini della legalità borghese le mobilitazioni delle masse popolari, per imporre il teatrino della politica borghese come unico ambito di attività politica per le masse popolari, con la democrazia borghese ridotta alla libertà di esprimere le proprie opinioni attraverso cui le masse popolari possono esprimere le proprie opinioni (salvo poi non avere alcuna voce in capitolo nelle scelte e nelle decisioni “che contano”).
Quanto hanno chiaro operai, lavoratori, elementi delle masse popolari che lo stato della classe dominante non è il loro stato? Che la legge non è uguale per tutti? In quanti si identificano nella legalità, nel riconoscimento dei diritti democratici? Quanti pensano che sia possibile cambiare le cose facendo leva sulle possibilità che lo stato borghese consente? Ecco, da qui l’attualità di “Stato e Rivoluzione” e la necessità di studiarlo.

Questo opuscolo è stato scritto da Lenin alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre in Russia, cosa c’entra con l’Italia del 2015?
Riportando quanto scritto nel testo alla realtà odierna e analizzando questa secondo la prospettiva suggerita da Lenin dello Stato come mezzo nelle mani della classe dominante per garantire il suo dominio e i suoi privilegi, diventa chiaro perché uno Stato come quello in cui viviamo è basato sulla speculazione e sullo sfruttamento e non “sul lavoro” come recita la Costituzione. Diventa chiaro perché è impossibile che un governo “normale” (cioè espressione della classe dominante) adotti misure di emergenza che garantiscano per le masse popolari una vita dignitosa, a fronte delle migliaia di licenziamenti e della progressiva distruzione dell’apparato produttivo del paese e perché è invece “normale” che regali miliardi a banche e padroni e che per reperire quei soldi sprema le masse lavoratrici. Diventa chiaro, infine, perché le forze dell’ordine e le autorità giudiziarie, così inflessibili e agguerrite nella difesa della proprietà privata della borghesia, sono invece tolleranti, garantiste e illuminate nei confronti di chi veramente saccheggia e devasta il paese.
Nel testo, Lenin sbroglia l’apparentemente intricata questione con chiarezza e semplicità, mettendo al centro la scienza comunista e la lotta di classe e analizzando in tale prospettiva la reale natura dello Stato e il suo ruolo in tale lotta.

Il nuovo Stato del proletariato… Dallo studio del testo risulta inoltre evidente che, se lo Stato è uno strumento della classe che guida la società, costruire la rivoluzione, cioè quel processo che porta la classe operaia a divenire classe dirigente, significa costruire lo Stato del proletariato, erigere la sua dittatura rivoluzionaria, edificare lo Stato socialista: esso è necessario per condurre il processo di sostituzione delle aziende create e gestite dai capitalisti per aumentare il loro capitale con le aziende costruite e gestite dai lavoratori organizzati, che producono secondo un piano pubblicamente deciso (cioè passare dalla proprietà privata dei mezzi di produzione alla loro proprietà pubblica: è questa la base economica del socialismo). E’ il mezzo per guidare la riorganizzazione del resto delle relazioni sociali in conformità alla nuova base produttiva; è l’arma necessaria per reprimere le residue forze della borghesia che proveranno inesorabilmente a restaurare il loro potere.

Esso è però per forza di cose anche uno Stato diverso da quello borghese attuale: con la dittatura del proletariato l’accesso della stragrande maggioranza della popolazione alla gestione della vita sociale porta a un salto di qualità, a uno Stato di tipo nuovo che fonda la sua forza su organismi operai e popolari che, azienda per azienda e territorio per territorio, si pongono come nuove autorità pubbliche (come lo erano i soviet in Russia), mentre allo stesso tempo potenzia, coordina e rilancia l’azione di tali organismi all’interno di una dimensione statale.

…e i suoi presupposti. In Italia non esistono organismi di questo genere, o ci sono solo in embrione: creare i presupposti per instaurare la dittatura del proletariato nel nostro paese, e quindi per la rivoluzione con cui il nuovo potere della classe operaia soppianta quello della borghesia, significa quindi lavorare a creare una rete di organismi operai, capace di dare vita al nuovo Stato che serve ai lavoratori per edificare la nuova società socialista. Questo è il primo compito da porsi per costruire la rivoluzione e proprio qui si inserisce la linea del Governo di Blocco Popolare: esso è lo strumento per creare tale rete, è un modo per allargare la formazione di organizzazioni operaie nelle aziende capitaliste, di organizzazioni popolari nelle aziende pubbliche, di organizzazioni territoriali e tematiche in ogni zona, ambito e contesto, per rafforzare la loro azione e la loro coscienza come nuove autorità pubbliche e arrivare in condizioni più favorevoli allo scontro decisivo con la borghesia e il suo clero. In sintesi è lo strumento per creare le condizioni di organizzazione e coscienza che sono la base portante, il presupposto del nuovo stato socialista.

La borghesia arrivata a un certo punto del suo sviluppo ha manovrato in modo da far fare allo Stato creato dalle classi dominanti che l’avevano preceduta (nobili e clero) ciò che andava bene a lei. Ha approfittato della sua forza economica e della sua ascesa (relativa) nella società civile per fare pressioni sullo Stato, ha allargato la sua influenza su di esso ed eliminato gli irriducibili con rivoluzioni e rivolte, lo ha adattato alle sue esigenze, ne ha ampliato le competenze, ecc. La classe operaia non può fare un’operazione di questo genere, deve sostituire uno Stato con un altro.

La borghesia ha potuto adattare alle sue esigenze lo Stato dei nobili e del clero perché aveva anch’essa bisogno di uno Stato il cui compito principale era tenere in riga i lavoratori e gestire le relazioni con l’estero (spogliare altri paesi e non essere depredato).

I lavoratori invece non possono rapportarsi allo Stato come si è rapportata la borghesia: il modo di produzione di cui essi hanno bisogno per emanciparsi dalla borghesia implica che non esistano più classi dominanti, quindi che non esista più lo Stato inteso come istituzione dotata del monopolio della violenza e principalmente adibita a tenere in riga i lavoratori. Nella transizione alla nuova società la classe operaia, che dei lavoratori è classe dirigente, ha bisogno e usa uno Stato per reprimere i rappresentanti e fautori della vecchia società e i seguaci che essi riescono a trascinare con sé. Ma stante la sua diversa funzione, la sua natura non è (non può essere) quella del vecchio Stato (il monopolio della violenza, il possesso degli strumenti per far rispettare le proprie decisioni con la forza dove non arriva la convinzione). Deve essere uno Stato che ha come base sociale gli operai delle aziende capitaliste (e i lavoratori delle aziende pubbliche) e si regge su organismi operai che agiscono da nuove autorità locali. Non a caso uno degli aspetti della bolscevizzazione del vecchio PCI era che le cellule di fabbrica dovevano essere il cuore, l’organizzazione base del partito: su questo Gramsci condusse una battaglia all’interno del partito nel 1924-25.

Lo Stato socialista può esistere solo se le aziende esprimono degli organismi dirigenti che sono le autorità locali. E’ sull’autorità di questi organismi che si regge l’autorità e la forza del governo centrale. Sono questi organismi che ispirano tutta l’attività delle istituzioni statali.

In Italia questi organismi non ci sono ancora ed è il motivo per cui siamo nella situazione in cui siamo. Bisogna creare (ricreare, questa volta animata dalla volontà di andare fino in fondo) una rete di organismi operai.

 

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