Le mobilitazioni popolari contro gli effetti della crisi sono così numerose che non è possibile farne un elenco completo. Bisogna soffermarsi su alcune, quelle che per le tendenze che esprimono, più delle altre, sono utili a tracciare una strada, a sintetizzare insegnamenti, a far emergere criteri e principi ripetibili perché “universali”. In questo articolo ci concentriamo sulla mobilitazione NO EXPO del Primo Maggio a Milano e sulla mobilitazione contro il DDL scuola.
La mobilitazione NO EXPO, e in particolare la manifestazione del Primo Maggio, è quella che mostra con maggiore evidenza la contraddizione che caratterizza la parte attiva, combattiva e generosa delle masse popolari: quella fra contestare l’esistente e costruire l’alternativa.

Due questioni valgono come criterio generale.
La prima è che contestare l’esistente, protestare, opporsi, “rovinare la festa” ai padroni è legittimo e giusto, ma non basta. I promotori della linea lotta, lotta, lotta sostengono che a furia di giornate come il Primo Maggio (vetrine in frantumi, macchine bruciate, “conflitto”) si va sedimentando una nuova coscienza fra gli sfruttati che col tempo darà slancio a un conflitto generalizzato e radicale. Il nodo di fondo però è che le scaramucce con la celere e l’incendio di 10 macchine non danno alcuna prospettiva a chi subisce la crisi, se non quella, per alcuni, di trovare immediata soddisfazione per lo sfogo di rabbia. Ma nessuna società nuova può essere costruita sulla rabbia. O la mobilitazione popolare assume un carattere costruttivo o la classe dominante sguazzerà negli effetti della crisi per alimentare la guerra fra poveri. Prendiamo l’esempio della Grecia. Tanta rabbia (28 scioperi generali, assalto al Parlamento, molotov sulla polizia…) non ha allentato di un millimetro il cappio intorno alle masse popolari e non ha impedito l’avanzata di Alba Dorata.
La seconda questione è legata alla prima: chi agita la rabbia come levatrice della storia è fra quanti hanno abboccato alle teorie che danno il marxismo come superato, morto e sepolto (o magari lo vogliono innovare). Non esiste lotta di classe se non si mette al centro il ruolo e la mobilitazione della classe operaia e dei lavoratori. Contrastare EXPO è giusto, legittimo, il centro della questione non è fare controinformazione rispetto alle menzogne, alla propaganda di regime e di guerra di chi lo promuove. Il centro della questione è costruire la rete della mobilitazione a partire dalla principale contraddizione di EXPO, quella fra lavoratori e padroni, lavoratori e capitale. Non è un caso se la principale manifestazione di dissenso, la più riuscita, la più “organica” alle masse popolari è stata lo sciopero dei mezzi pubblici del 28 aprile (vedi articolo a pag 6). Lo scontro su EXPO non è su cosa si mangia e quanto, come e a che prezzo, ma su chi decide cosa produrre, quanto e come, con che obiettivi: sia in campo alimentare (è industria capitalista) che in ciò che ne discende. I modelli alternativi che oppongono il piccolo agricoltore a km zero alle multinazionali sono folklore, se non si mette mano a livello generale all’industria alimentare. Chi può metterci mano? Questa domanda fa meno rumore del dibattito sugli scontri di piazza, fa meno rumore della giusta, doverosa solidarietà a chi è colpito dalla repressione per i danneggiamenti del Primo Maggio (e a chi lo sarà), fa molto meno rumore della canea reazionaria e forcaiola promossa dalle autorità borghesi e fa molto meno scena delle manifestazioni sul filo della mobilitazione reazionaria di Pisapia, che chiama i cittadini perbene dei quartieri ricchi a imbiancare i muri “stuprati dalle scritte” durante il corteo. E’ la domanda che il Primo Maggio lascia in eredità a quanti vogliono andare oltre la protesta (in ogni ambito, non solo per ciò che riguarda il movimento NO EXPO) e vogliono assumere un ruolo diverso che non sia “il guastafeste” della borghesia o il contestatore di una società che va in rovina. La risposta è per certi versi retorica, ma non diamola per scontata: sono le organizzazioni operaie e popolari che possono cambiare il corso delle cose e sta a noi comunisti moltiplicarle, rafforzarle, promuoverne il coordinamento e orientarle a prendere la direzione del paese.

La mobilitazione contro il DDL scuola (riforma Giannini) è il fattore su cui è inciampato il governo Renzi nella sua “marcia trionfale” per le riforme. Più precisamente è la riforma che trova la più accanita resistenza di cui le masse popolari sono protagoniste. I motivi sono vari, qui ne trattiamo soltanto tre.
La riforma Giannini ha il compito di portare a conclusione un processo decennale di smantellamento della scuola pubblica. Mentre i vertici della Repubblica Pontificia conducevano questo processo nel corso degli anni e parallelamente i governi che si succedevano cancellavano conquiste e smantellavano diritti a tutto spiano, la scuola pubblica è rimasta, insieme a quello che rimane della sanità pubblica, la principale eredità di quella stagione di lotte e di conquiste (la prima ondata della rivoluzione proletaria) in cui le masse popolari ottennero migliori condizioni di vita. La scuola pubblica è vissuta da larghe fette delle masse popolari come uno dei beni comuni da difendere dallo smantellamento e da migliorare, a partire dall’applicazione della Costituzione che viene invece violata sistematicamente (ad esempio dirottando i fondi della scuola pubblica sulle scuole private, che al 90% sono scuole del Vaticano). La mobilitazione per la difesa della scuola pubblica ha quindi un terreno fertile su cui svilupparsi.

La scuola è un’azienda pubblica in cui coesistono oggettivamente lavoratori (docenti, personale tecnico, bidelli), utenti (gli studenti) e le famiglie. Questa particolare combinazione crea una situazione per cui anche spontaneamente individui e organismi che si mobilitano per la difesa della scuola pubblica “si occupano dell’azienda (della scuola) ed escono dall’azienda (dalla scuola)” coinvolgendo attivamente centinaia di migliaia di persone.
Nella scuola, come in generale nel pubblico impiego, a fronte della presenza di sindacati di regime che hanno un ruolo di conciliazione con autorità e istituzioni, la presenza dei sindacati di base è ben radicata. I sindacati di base hanno assunto nella mobilitazione contro la riforma Giannini un ruolo positivo, si sono uniti alla mobilitazione degli studenti e hanno rilanciato quella degli insegnanti in modo da costringere anche i sindacati di regime a inseguirli per non perdere definitivamente consensi e ruolo.

Queste sono alcune delle caratteristiche che stanno alla base di una mobilitazione che è andata crescendo nei mesi, che si è espressa con lo sciopero del 5 maggio (vedi articolo a pag. 4), che continua oggi e che continuerà.
“L’esito dello scontro dipende dalla convergenza tra gli oppositori alla riforma Giannini e gli altri fronti di opposizione. Ma più ancora che dallo sviluppo della protesta, dipende dallo sviluppo di una alternativa politica reale, cioè dallo sviluppo del movimento per la costituzione di un governo d’emergenza delle masse popolari organizzate, il Governo di Blocco Popolare. Vale più che mai il dato di fatto che la borghesia e il clero non sono di per se stessi forti: sono gli operai e gli altri lavoratori che non fanno ancora valere la loro forza.

(…) La forza degli operai e degli altri membri delle masse popolari ovviamente non sta né nel loro numero né nella gravità dell’oppressione e dei colpi che subiscono e della catastrofe in cui sono coinvolti. Sta nella coscienza e nell’organizzazione. Sono queste che fanno del loro numero una forza politica, cioè una forza capace di dare al paese un ordinamento politico conforme agli interessi della massa della popolazione, quello di cui l’attuale società è da tempo gravida. A questo corrisponde la nostra parola d’ordine: organizzarsi per costituire il Governo di Blocco Popolare” (dal Comunicato del (n)PCI del 18 maggio 2015).

Scuole di ogni ordine e grado sono radicate su tutto il territorio, si innervano nei quartieri delle città, dal centro alle periferie: gli insegnanti che si coordinano con studenti e genitori possono fare di ogni scuola il centro della mobilitazione della popolazione che vive lì attorno, un punto di organizzazione e coordinamento, possono diventare i promotori del coordinamento con altri lavoratori, con operai, disoccupati e contribuire cosi alla costruzione della rete della nuova governabilità dal basso delle scuole, dei quartieri, delle città e del paese.
Dato lo scontro in atto, già spontaneamente insegnanti e studenti raccolgono la solidarietà di operai e altri lavoratori (che sono, in parte, anche genitori e famiglie coinvolte e colpite dalla riforma della scuola): questo processo sarà tanto più esteso e profondo quanto più il coordinamento viene perseguito coscientemente e quanto più si allarga coscientemente il processo di “occuparsi della scuola e uscire dalla scuola”. Se gli operai organizzati se ne metteranno alla testa, diventerà una valanga che travolgerà il governo Renzi.
Respingere il DDL scuola non è semplice: i vertici della Repubblica Pontificia non vogliono perdere la battaglia e Renzi non vuole perdere la faccia. La loro indisponibilità a trattare è manifestazione della loro debolezza. Respingere il DDL scuola è possibile e il risultato andrà ben oltre la scuola!

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